| Martedì 1 Marzo 2005 - 161 | Alessia Lai |

Le manovre volte a rendere sempre più instabile la situazione libanese stanno centrando l'obiettivo. L'omicidio di Rafik Hariri ha dato la stura a proteste anti-siariane abilmente manovrate dall'opposizione parlamentare libanese e dalle stanze di bottoni di Tel Aviv e Washington. Il tentativo di gettare il Libano nel caos fa parte della strategia atlantico-sionista per ridisegnare l'assetto politico vicinorientale in chiave filoisraeliana, creando un Libano legato ai poteri occidentali e isolando così la Siria, legata a Beirut da storici accordi di amicizia.
Così, in termini pratici, dalla morte di Hariri in Libano sono state quotidianamente indette proteste e scioperi per cercare di far cadere il governo di Omar Karamé, successo ad Hariri lo scorso ottobre, prima delle elezioni di maggio. Il risultato è stato ottenuto: ieri, durante una seduta straordinaria del parlamento chiesta dall'opposizione libanese per votare una mozione di sfiducia nei confronti dell'esecutivo, il premier Karatè ha rassegnato le proprie dimissioni e quelle del governo. ''Non desidero assolutamente rendere il governo un ostacolo per chi vuole il bene di questo Paese. - ha affermato il primo ministri -Dichiaro le dimissioni del governo che ho avuto l'onore di presiedere. Possa Dio proteggere il Libano''.
Il dibattito parlamentare, voluto dai 37 membri dell'opposizione, è stato un vero e proprio attacco al governo: "L'assemblea chiede la risposta ad una sola domanda: chi ha ucciso Rafik Hariri?'' ha chiesto il presidente del parlamento, Nabih Berri, esortando il governo ad intensificare gli sforzi investigativi. Il deputato Marwan Hamedh, egli stesso scampato ad un attentato lo scorso ottobre, ha chiesto le dimissioni dei capi dell'intelligence e delle forze di sicurezza libanesi. E nelle sue parole - che sono state trasmesse in televisione e diffuse con megafoni nella piazza dove la gente manifestava - ha lanciato dure acuse contro il governo: ''io accuso questo governo quanto meno di incitamento, negligenza e di aver coperto se non addirittura eseguito il piano'' ha detto riferendosi all'assassinio di Hariri. Nel mentre durante la seduta i deputati dell'opposizione hanno abbandonato l'aula in segno di protesta.
Il premier Omar Karamè, aveva cercato di difendere l'esecutivo dalle accuse dell'opposizione: ''Lanciare accuse politiche attribuendo responsabilità per questo crimine al governo senza alcuna prova è un'azione molto grave'' aveva detto in aula, appellandosi all'unità nazionale. Poi, però, intervistato dalla televisione al Arabiya, Karamè aveva quasi anticipato al sua decisione dichiarando che il suo governo avrebbe potuto "non sopravvivere'' alle proteste. La sera precedente infatti, si erano dimessi tre ministri: Maurice Saknous (risorse idriche ed elettriche), Adnan Kassar (commercio e industria) e Ibrahim Daher (riforme amministrative), aggiuntisi al ministro del turismo Farid al Khazem, dimessosi appena qualche giorno dopo la morte di Hariri.
Le accuse rivolte dall'opposizione all'esecutivo libanese sono, si sa, quelle di essere manovrato dalla Siria. Imputazioni avallate dalle ingerenze della comunità internazionale, che già a settembre, con la risoluzione 1559 Onu sollecitata da Stati Uniti e Francia, aveva iniziato a volgere le sue 'attenzioni' verso il Libano, suggerendo la scelta di un presidente che non fosse Lahud, e verso il Paese di Bashar Assad. Damasco è infatti da tempo nel mirino occidentale e, di conseguenza, in quello dell'opposizione libanese. L'occasione di a indicarla come mandante della morte del magnate televisivo ed ex primo ministro Hariri era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.
La pantomima anti-siriana a Beirut è così continuata anche ieri, con uno sciopero generale proprio mentre il parlamento era riunito per discutere dell'assassinio di Hariri e votare la sfiducia. Le circa ventimila persone scese in piazza per protestare contro il governo e le autorità libanesi, se rapportate ai quasi quattro milioni di abitanti del Libano - in gran parte concentrati proprio a Beirut - risultano uno sparuto gruppetto di attivisti. Fra i manifestanti anche deputati dell'opposizione, con indosso le sciarpe bianche e rosse diventate il simbolo della protesta. Un uso dei colori, assurti a simbolo di protesta, unificanti le masse 'democraticamente in rivolta', che fa pensare all'ultima recente 'rivoluzione' manovrata dalle strutture propagandistiche di Washington, quella arancione dei Kiev. La possibilità che il Libano vada incontro ad un colpo di stato 'fotocopia' di quello ucraino, cioè appoggiato e legittimato dal mondo occidentale e occidentalizzato e manovrato tramite gruppi di pressione sul posto, è molto forte. Specie se si pensa che, pur mancando meno di due mesi alle elezioni, questa effervescente opinione pubblica anti-siriana è scesa in piazza chiedendo le dimissioni di un esecutivo che avrebbe potuto cambiare, tra circa sessanta giorni, con un voto in favore dei partiti che chiedono il ritiro della truppe di Damasco. Ora si delinea una situazione di vuoto politico che potrebbe essere colmato ricorrendo ad elezioni anticipate. Probabilmente una mossa dell'esecutivo per impedire alle proteste di piazza di assumere un ruolo 'ucraino'. Permettere ai manifestanti bianco-rossi, manovrati dall'opposizione e dagli Usa, di tenere in scacco il Paese sino alle elezioni di maggio rischierebbe di presentare la mondo una 'ribellione democratica' meritevole, come quella che ha portato Yushenko al governo di Kiev, di essere appoggiata dalle democrazie occidentali. In realtà quello ucraino e stato un golpe, ma nessun gendarme della libertà si è erto a denunciare i brogli arancioni. Forse, per evitare un iter del genere Karamé e il suo esecutivo hanno voluto anticipare le mosse della propaganda anti-siriana. Il prossimo passo potrebbero quindi essere le elezioni anticipate.

Alessia Lai