| Mercoledì 9 Febbraio 2005 - 122 | Cristiano Tinazzi |
Thomas Friedman è tornato a dire la sua. Dalle pagine del New York Times, Friedman si è lanciato in una dichiarazione forte e fuori dalle righe: ha affermato che in Iraq i combattenti non si devono più chiamare resistenti ma fascisti. Le sue dichiarazioni, come al solito, non sono cadute nel vuoto. Pronto a raccogliere l'assurda dichiarazione, Pierluigi Battista, che in un articolo sul Corriere della Sera, si è subito fatto panegirista del suo mentore d'oltreatlantico.
Ma andiamo per gradi. Innanzitutto chi è Thomas Friedman? Friedman è un editorialista del New York Times, un liberal che è stato consigliere speciale della segretaria di Stato Madeleine Albright durante l'amministrazione Clinton. Per capire il pensiero del "liberal" Friedman leggiamo un estratto del Friedmanpensiero: "Per far funzionare la mondializzazione, l'America non deve aver paura di agire come la superpotenza invincibile che in effetti è [...]. La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald's non può espandersi senza McDonnel Douglas, il fabbricante dell'F-15. E il pugno invisibile che garantisce la sicurezza mondiale della tecnologia della Silicon Valley si chiama esercito, aviazione, forza navale e corpo dei marines degli Stati Uniti1". Thomas Friedman, è un guerrafondaio, un militarista, un liberal come possono essere liberal i teorici neocons. Eh già, perché quelli che oggi vengono chiamati neocons, sono in realtà stati, per la maggior parte, esponenti del mondo liberal americano. Ovvero uomini e donne di "sinistra" confluiti in quel progetto simpatico che viene candidamente chiamato di "esportazione di democrazia" portato avanti dalla Casata Bush e dai suo alleati ultraconservatori. Progetto che è nato sotto l'egida del Presidente Cliton nel 1997 con il PNAC (Project for the New American Century) e che è stato poi portato avanti da Bush figlio. Dire che Friedman sia omologato al progetto PNAC sarebbe una forzatura, ma Friedman è diverso dagli uomini del "think tank" neocons solo per l'approccio alla questione, non per la sostanza. E' una vecchia storia che si ripete. Successe la stessa cosa riguardo alla questione palestinese. In quel caso liberal e repubblicani erano perfettamente identici sulla questione. Il liberalism americano degli anni di Truman presentò, e non solo sulla questione ebraica un doppio atteggiamento: progressista nell'opinione pubblica liberal e nella stampa di eguale tendenza; moderato, e talvolta incline al conservatorismo, nella classe dirigente.
Secondo Chomsky, i media sono monopolio dell'industria e sostengono tutti la stessa ideologia. Sia che si definiscano "liberal" oppure "conservatori", i principali media sono grandi aziende, possedute da (e strettamente legate a) società ancor più grandi. Come altre imprese, vendono un prodotto a un mercato. Il mercato è quello della pubblicità, cioè di un altro giro d'affari. Il prodotto è l'audience. I due partiti esistenti negli Stati Uniti sarebbero quindi due fazioni del partito degli affari. Friedman è dunque uno dei giornalisti più importanti degli Stati Uniti. La sua parola ha un peso, è seguita, ma le sue parole non sono libere, sono dettate da quell'establishment per cui lavora.
Thomas Friedman, sul New York Times, durante l'ultima campagna elettorale, suggerì a Kerry le parole che avrebbe dovuto dire a Bush sulla vicenda irachena: "per prima cosa vorrei rivolgere un messaggio ai baathisti e ai fascisti islamisti, quelli che sono duri a morire, che non si rassegnano, che stanno facendo di tutto per contrastare gli sforzi dell'Iraq di costruire il loro primo governo democratico. Io non sopporto il modo in cui Bush ha deciso di intraprendere questa guerra. So che l'avrei fatto meglio io. Ma io voglio che ogni attentatore suicida, da Bali a Bagdad, si metta in testa una cosa sulla mia Amministrazione: potete farvi esplodere da oggi fino al prossimo Ramadan, ma noi non ce ne andremo dall'Iraq. Potrete morire ma noi rimarremo in Iraq. C'è qualche cosa che non avete capito?". Il pensiero di Friedman è chiaro. Il linguaggio anche. Friedman ha già usato il termine fascisti per definire la Resistenza irachena.
Puntuale, Pierluigi Battista, coglie la palla al balzo e si insinua in una diatriba che scuoteva l'Italia. Ovvero se è improprio o meno definire con il termine "Resistenza" l'opposizione Ba'athista, religiosa, comunista e quant'altro, che si oppone all'occupazione americana.
Per il centrodestra già questo problema non si poneva. Per loro erano terroristi. Ma il centrosinistra aveva dei seri problemi sulla questione. Resistenti? Partigiani come li ha definiti il filosofo Gianni Vattimo, riallacciandosi così al mito resistenziale italiano, o criminali?
Battista spazza il campo da ogni dubbio e dice la sua:... "fascisti, semplicemente e brutalmente fascisti. Si annuncia, con l'irrompere di questa definizione, non solo la crisi di una similitudine storica entrata di prepotenza nella consuetudine linguistica, ma il tracollo di un quadro concettuale che ha sinora fornito la più frequentata chiave interpretativa della vicenda irachena, dall'inizio della guerra in poi. Se poi si aggiunge il giudizio formulato da Piero Fassino, secondo il quale 'resistenti' sono piuttosto gli iracheni che si sono recati alle urne e non quelli che ne hanno promesso la morte nel caso si fossero avvalsi del loro nuovo diritto democratico, si può capire che lo straordinario esito della mobilitazione elettorale in Iraq ha traumaticamente sconvolto l'attitudine politico-culturale sin qui dominante, costringendo a ribaltare persino il senso delle vecchie analogie storiche". L'accezione negativa data così alla resistenza irachena la sminuisce, la delegittima. Ma Battista non si ferma a questo; il giornalista arriva così a fare uno strano ma quanto mai veritiero paragone: "queste elezioni...fanno somigliare l'Iraq del 2005 sì all'Italia, ma all'Italia del dopo 25 aprile 1945, se si preferisce, a quella parte d'Italia progressivamente liberata ('occupata', ma 'liberata') dagli Alleati ancor prima del 1945. Con la conseguenza che i 'resistenti' appaiono più simili ai combattenti di Salò che ai 'partigiani', testimoni armati di un passato che oppongono certo 'resistenza', ma resistenza alla democrazia e alla nuova libertà". Così Battista, uomo di establishment, spazza via il campo da ogni dubbio: se sono fascisti stanno dalla parte del male, sono il male. Di conseguenza i bravi, il bene, è rappresentato dagli americani, che si trasformano da occupanti (ma per necessità) a "liberatori".
Come nel sistema politico americano, anche in Italia oramai non esistono più differenze tra destra e sinistra, motivo valido per smetterla di fare distinzioni tra i due schieramenti. Anche in Italia, riprendendo Chomsky, i due schieramenti, sono due fazioni dello stesso partito degli affari. Non a caso Battista ha fatto spesso "coppia" con Fiamma Nirenstein su "La Stampa" nel condannare i mali dei totalitarismi. Non a caso Battista ha fatto una bella recensione alla porcheria in cofanetto della Fallaci. Non a caso Battisti viene da Unità operaia, dal Manifesto. Poi la rottura con la sinistra, la scoperta di Pannella e dei radicali. Ora piace tanto a Berlusconi. Non a caso.
Cristiano Tinazzi




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