La Procura generale di Milano impugna la sentenza del gup di Lecco



LÈK - Ricordate le due nomadi accusate di voler rapire un bambino e frettolosamente rimesse in libertà da un giudice a Lecco? Per protestare contro la sentenza, la Lega tre settimane fa organizzò anche una manifestazione nella città manzoniana. Ora quelle zingare potrebbero tornare alla sbarra perché il processo corre il rischio di essere rifatto da capo: il giudice che ha aperto le porte del carcere alle due giovani si è dimenticato di motivare la derubricazione del reato da tentato sequestro di persona a tentata sottrazione di minore. Peccato solo che delle due ragazze nessuno sa dove siano, nemmeno il loro avvocato.
Copalea Sopirla e Sineta Caldaranu furono denunciate il 4 febbraio da una donna che, mentre camminava a Lecco con la figlioletta di sei mesi nel passeggino, le vide avvicinarsi e gridare “prendi bimba, prendi bimba”. Solo la pronta reazione della donna impedì alle due nomadi di concretizzare le loro intenzioni. Partita la denuncia, le due zingare furono subito rintracciate e arrestate. L’indomani finirono a giudizio per tentato sequestro, ma il gup Maria Cristina Sarli accettò di derubricare il reato, ridimensionando così l’accusa e aprendo la strada al patteggiamento. Anche il pm era d’accordo con il difensore delle imputate, perché erano ambedue incensurate. Solo che il giudice Sarli, a detta della Procura generale di Milano che ha impugnato la sentenza e presentato ricorso in Cassazione, non avrebbe motivato la propria decisione nelle carte del processo. Un “difetto nell’esattezza della contestazione” - riferisce il Corriere della Sera - sulla base del quale il sostituto procuratore generale di Milano Giovanni Pescarzoli ha chiesto l’annullamento del processo di primo grado e quindi un nuovo dibattimento.
Secondo Pescarzoli, il gup Sarli aveva tutto il diritto di concedere il rito alternativo a quello ordinario, come pure di correggere l’imputazione dal tentativo di sequestro a quella meno grave di tentata sottrazione: ma avrebbe dovuto comunque motivare la decisione, riportando nella sentenza le prove oggettive o testimoniali che l’avevano spinta a prendere tale decisione. Una leggerezza riscontrata dalla Procura generale milanese e che, se accolta dalla Suprema Corte, porterà inevitabilmente a un nuovo processo. Solo così, e seguendo stavolta il rito ordinario, la Procura di Milano ritiene che si potrà fare chiarezza una volta per tutte sulle reali intenzioni delle due zingare.
La Sopirla e la Caldaranu furono condannate ad appena otto mesi e dieci giorni di reclusione, con la sospensione della pena. Poterono così riguadagnare la libertà subito dopo la conclusione del dibattimento. Da allora, hanno pensato bene di rendersi uccel di bosco. «Non so assolutamente dove siano ora le due giovani - ammette il loro legale, Flavio Natali - da quel giorno non le ho più sentite». Il nuovo processo a loro carico potrebbe pertanto svolgersi in contumacia.
A. A.
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[Data pubblicazione: 04/03/2005]