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    Predefinito L’AUTUNNO ERA CALDO: LE RAGIONI DEI LAVORATORI

    L’AUTUNNO ERA CALDO: LE RAGIONI DEI LAVORATORI

    di Cesare Allara


    Quest’anno ricorre il 40° anniversario di quell’eccezionale ciclo di lotte che vide protagonisti i lavoratori italiani, lotte che ebbero il loro apice nell’autunno del 1969, ma che iniziarono già verso la fine del 1967 e proseguirono con crescente intensità l’anno successivo in concomitanza con le rivolte studentesche in Italia e nel mondo. In Italia, quel ciclo di lotte durò ancora per buona parte degli anni Settanta e la sua fine fu segnata dalla famosa “marcia dei 40.000” capi e dirigenti organizzata dalla FIAT a Torino nell’autunno 1980 per sconfiggere la resistenza operaia ai licenziamenti annunciati dall’azienda.

    Quegli eventi dell’autunno del 1969 che furono battezzati dai giornali della borghesia come “autunno caldo” si chiusero con le bombe neo-fasciste del 12 dicembre alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano che provocarono 17 morti in quella che, per l’implicazione di apparati dello Stato e dei servizi segreti, venne definita una “strage di Stato”.

    Quelle lotte si svilupparono principalmente nelle grandi fabbriche del nord, ma toccarono tutte le località industriali del paese ovunque esistesse una media o grande concentrazione di lavoratori. La FIAT Mirafiori a Torino dove esisteva il più grande concentramento di manodopera fu l’epicentro di quelle lotte. Lotte operaie improvvise, spontanee che ruppero il tran tran di un sindacato torinese ancora annichilito dalla sconfitta del 1955 e dalla repressione in FIAT ad opera di Vittorio Valletta. Un sindacato incapace di percepire le profonde modificazioni in corso nella composizione sociale della classe operaia, e che guardava con distacco a tutti quei “terroni” dequalificati che invadevano le fabbriche del nord richiamati dal miraggio del benessere. Saranno proprio costoro che con la loro rabbia per le precarie condizioni di vita nella fabbrica e fuori da essa a guidare una ribellione sociale di un’ampiezza mai vista sino ad allora in Italia.

    Le forme di lotta e le rivendicazioni degli scioperanti sconvolsero sia i padroni che i sindacati. Scioperi improvvisi, a scacchiera, con cortei interni che “spazzolavano” e bloccavano tutta la fabbrica, e che per queste inedite caratteristiche furono soprannominati dai giornali padronali “a gatto selvaggio”. Tutti i principali mass-media parlarono di violenze operaie, ma quelle forme di lotta saranno poi adottate anche dal sindacato per tutti gli anni 70. Le rivendicazioni erano anch’esse nuove e “incompatibili”: aumenti uguali per tutti, passaggi di categoria per tutti, riduzione consistente dell’orario di lavoro, parità normativa operai-impiegati. Le richieste toccavano anche aspetti esterni alla fabbrica: affitti meno esosi, a equo canone, case popolari, bollette meno care, libri scolastici e trasporti pubblici gratuiti ecc. Il tappo padronale e sindacale era saltato, e uno slogan dell’epoca recitava: “Che cosa vogliamo? Vogliamo tutto!”, e qualche estremista aggiungeva “e subito!”.

    Per tutti gli anni 70 le lotte furono ininterrotte. C’erano gli scioperi generali effettuati da tutte le categorie del lavoro subordinato su argomenti di interesse comune, quelli per il contratto nazionale dei metalmeccanici, poi subito appresso quelli per il contratto integrativo FIAT. In mezzo a questi, c’erano poi gli scioperi specifici per problemi di reparto, senza contare quelli per far rispettare le conquiste contrattuali appena ottenute sulla carta e che il padrone cercava di rimangiarsi subito dopo la firma con vari stratagemmi.

    E’ impossibile elencare tutte le lotte e le conseguenti conquiste che i lavoratori realizzarono durante quel decennio di lotte; quando ci si prova a farlo è molto facile dimenticarne qualcuna anche importante. Conquiste interne alla fabbrica, direttamente connesse all’organizzazione del lavoro, al salario, all’inquadramento professionale. Fra le tante, vale la pena di ricordare le 150 ore retribuite a disposizione di ciascun lavoratore per il suo aggiornamento culturale. Molti lavoratori riuscirono ad ottenere la licenzia media e/o a fare un salto culturale, perché come si diceva allora “per non farsi fregare dal padrone occorre conoscere molte cose più di lui”. Ma le lotte operaie e studentesche del 1968-69 favorirono una grande “rivoluzione culturale” che travalicò i confini dell’università e della fabbrica. Anche in questo caso è difficile ricordare tutte le conquiste civili a cui quelle lotte tirarono la volata: il divorzio, l’aborto, lo statuto dei lavoratori, l’università accessibile a tutti, il sindacato di polizia ecc.

    Questo ciclo di lotte avvenne verso il termine di quella che Eric Hobsbawm ne “Il secolo breve” ha definito “l’età dell’oro” cioè quel periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale a circa la metà degli anni 70 così soprannominato perché un’ondata di relativo benessere investì in varia misura tutte le classi sociali dell’Europa occidentale e dell’America settentrionale. Paradossalmente proprio le lotte del 1968-69, assieme alla saturazione dei mercati occidentali e alla crisi petrolifera conseguente alla guerra del Kippur dell’ottobre 1973 (unica volta in cui i paesi arabi usarono l’arma del petrolio per “ricattare” l’Occidente), contribuirono ad accelerare le fine del ciclo economico che caratterizzò “l’età dell’oro”, obbligando i padroni a modificare radicalmente un’organizzazione produttiva che si era dimostrata estremamente vulnerabile. Si andava preparando una nuova fase economica e politica, quella che si caratterizzerà da una parte con la cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia” cioè il guadagnare danaro senza produrre alcunché, e dall’altra con la riscossa padronale che, grazie alla complicità della “sinistra” e dei sindacati concertativi azzererà tutte le conquiste dei lavoratori, e non solo quelle acquisite nel decennio di lotte degli anni 70.

    Di quel decennio di lotte molto sommariamente tratteggiato sino a qui non rimane praticamente traccia, se non nella memoria di alcuni dei protagonisti, in qualche volonteroso documentario per circuiti rigorosamente specializzati, o in alcune rare pubblicazioni a cui non viene certo dato lo spazio e l’onore di recensioni illustri. Come scriveva George Orwell, “Chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato” e per il potere, quello di destra come quello di “sinistra”, conviene oscurare una fase in cui i lavoratori volevano avere ed ebbero un effettivo potere decisionale; meglio ricomprendere tutto quel periodo nella convenzionale e lugubre espressione “anni di piombo”.

    Si preferisce perciò sponsorizzare libri come quello di Giovanni De Luna intitolato “Le ragioni di un decennio” uscito in questi giorni . Per quanti non sapessero chi è l’autore, ricordo che De Luna è un ex lottacontinuista. Sugli ex rivoluzionari più o meno pentiti, qualche anno fa il giornalista Massimo Fini dichiarò che “nel 1968 i leader del movimento non volevano la rivoluzione, ma soltanto entrare in pompa magna nel sistema che criticavano. A parte l’eccezione positiva di Mario Capanna, tutti gli altri erano in malafede fin dall’inizio”. De Luna fa appunto parte di quella “sinistra” che piace tanto ai padroni e per questo motivo è ammessa volentieri nei salotti del politicamente corretto e può usufruire di tanta visibilità sui media. A differenza di altri ex lottatori continui come Liguori o Mughini decisamente posizionati con la destra, De Luna, Lerner, Manconi, Mieli, Sofri svolgono oggi lo stesso compito che il governo dell’entità sionista presente in Medio Oriente affida al trio di scrittori pacifinti Grossman-Oz-Yehoshua: quello di rappresentare una finta opposizione, una finta democrazia, un finto anticonformismo, un finto pacifismo, una finta sinistra.

    In una recensione intitolata “Anni 70, eravamo illegali oggi vogliamo regole” che occupa un’intera pagina di Liberazione del 31 ottobre scorso a firma Vittorio Bonanni sono riportati alcuni titoli dei capitoli del libro di De Luna: se ne deduce che le lotte operaie più sopra descritte, che portarono a fondamentali conquiste per tutti i lavoratori che la “sinistra” a partire dagli anni 80 ha restituito ai padroni, non compaiono o sono sullo sfondo, e si confondono o sono parte di quella violenza terrorista con cui gli storici di regime sogliono etichettare il periodo che va dal 1968 al 1980. Gli interessi dei lavoratori sono nel migliore dei casi secondari, allora come oggi puro espediente per fare una rivoluzione che doveva servire ai suoi leader ad “entrare in pompa magna nel sistema che criticavano”, e che deve supportare oggi la campagna per riportare la “sinistra” al governo.

    Il Corriere della Sera celebra il 1969 ricordando la nascita proprio in quell’anno del gruppo di Lotta Continua. Con un articolo pubblicato il 3 novembre scorso che occupa tutta la pagine 23, Aldo Cazzullo intervista Andrea Casalegno, già militante di Lotta Continua e figlio di Carlo, giornalista e vicedirettore de La Stampa ucciso dalle Brigate Rosse a Torino il 29 novembre 1977. Tutto l’articolo è incentrato sul dilemma se il “movimento” contenesse in sé fin dalla nascita il germe della violenza o se invece questo sia stato introiettato in seguito “alla perdita dell’innocenza per una generazione di militanti di sinistra” come risposta alle bombe di piazza Fontana. Ovviamente Casalegno è assolutamente sicuro della prima ipotesi e sull’omicidio del commissario Calabresi e sulle responsabilità di Adriano Sofri e del gruppo dirigente di Lotta Continua afferma: “E’ falso che Marino possa essersi inventato di aver condotto l’auto dell’assassino di Luigi Calabresi. Ma questo gli ex di Lotta Continua lo sanno tutti”.

    Alle lotte dei lavoratori, Casalegno, bontà sua, dedica giusto questo brevissimo capoverso, fra un morto e l’altro: “Gli operai si ribellavano dopo quindici anni di un controllo oppressivo e oscurantista, e lo facevano nonostante il PCI e i sindacati ‘pompieri’, come allora li definivamo, avvicinandoci molto alla realtà. Certo, so bene che quando il padrone perde il controllo della fabbrica sono guai, non biasimo la marcia dei 40mila e l’operazione coraggiosa con cui la FIAT riprese le redini. Ma ho un ricordo e un giudizio positivo di quelle lotte. Presto però nascono i partitini. Comincia l’irrigidimento ideologico. E comincia la violenza”. Tirato in causa, Sofri risponde il giorno successivo sempre sul Corriere della Sera con una lettera che occupa mezza pagina del quotidiano, ma anche in questo caso si parla solo di violenza e di morti ammazzati, degli operai e delle loro lotte proprio non c’è traccia.

    Come negli anni 70 questi “sinistri” personaggi contribuirono ad alimentare quel terrorismo che concorse in modo determinante alla restaurazione del controllo padronale nella fabbrica e nella società, così oggi queste stesse persone si prestano volentieri al gioco dei padroni, della “sinistra” e dei sindacati collaborazionisti per oscurare quelle che sono state le più grandi lotte dei lavoratori italiani e le conquiste che ne conseguirono.

    Il libro “1969-1977 Lotte operaie a Torino – L’esperienza dei Comitati Unitari di Base” fa esattamente l’operazione opposta. Mette in primo piano un fenomeno di massa come furono le lotte e le conquiste dei lavoratori negli anni 70 e relega sullo sfondo un fenomeno élitario come il terrorismo. Perché le rivoluzioni sono tali quando le fa il popolo; se le fanno pochi eletti in nome del popolo si definiscono con altri nomi.

    Torino, 12 novembre 2009 Cesare Allara

    1969-1977 LOTTE OPERAIE A TORINO L’esperienza dei CUB, Comitati Unitari di Base - Ed. Punto Rosso euro 13

    Scritto da Diego Giachetti con la partecipazione di Cesare Allara, Dino Antonioni, Riccardo Barbero, Silvio Biosa, Beppe Bivanti, Franco Calamida, Bruno Canu, Mattia Colavita, Angelo Conte, Nino De Amicis, Vincenzo Elafro, Tina Fronte, Piero Gilardi, Beppe Guiglia, Carmelo Inì, Gianni Naggi, Gino Nicosia, Liberato Norcia, Luciano Pregnolato, Giovanni Ravazzi, Vittorio Rieser, Domenico Staglianò, Gianfranco Zabaldano


    Viva la Comune

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    Predefinito Rif: L’AUTUNNO ERA CALDO: LE RAGIONI DEI LAVORATORI

    Quello che viene comunemente ricordato come l’Autunno caldo italiano è un insieme di lotte che scuotono l’Italia dal Piemonte alla Sicilia e che cambieranno permanentemente il quadro sociale e politico del paese. Ma queste lotte non sono una peculiarità italiana. Infatti alla fine degli anni ’60 si può assistere, particolarmente in Europa ma non solo, allo sviluppo di una serie di lotte e di momenti di presa di coscienza da parte del proletariato che mostrano, nel loro insieme, che qualcosa è cambiato: la classe operaia, risvegliatasi dal lungo torpore degli anni della controrivoluzione in cui l’avevano cacciata la sconfitta degli anni ’20, la guerra e l’azione nefasta dello stalinismo, torna finalmente sulla scena sociale per riprendere la sua lotta storica contro la borghesia. Il maggio francese del 1968, gli scioperi in Polonia del 1970 e le lotte in Argentina del 69-73, assieme all’Autunno caldo in Italia sono soltanto gli eventi maggiori di questa dinamica nuova che investe tutti i paesi del mondo e che aprirà la nuova epoca di scontri sociali che, tra alti e bassi, è arrivata fino a noi oggi.
    Benché il 69 sia stata una vera esplosione di lotte tanto da sorprendere completamente la borghesia italiana, non bisogna credere che il tutto si sia prodotto dalla sera alla mattina. In realtà ci sono molteplici elementi, sia a livello nazionale che a livello internazionale, che concorrono a creare un’atmosfera nuova nella classe operaia italiana, e particolarmente nella sua componente giovane.
    Anzitutto c’è, a livello internazionale, una serie di scenari politici che cominciano a colpire la sensibilità di una serie di elementi, tra cui principalmente:
    - la Guerra del Vietnam
    - l’epopea del Che Guevara
    - le imprese dei guerriglieri palestinesi
    - il riflesso internazionale dello sviluppo del cosiddetto comunismo cinese che pretendeva, all’epoca, di presentarsi come la vera espressione del comunismo realizzato rispetto al burocratizzato “comunismo sovietico”, e soprattutto la rivoluzione culturale , portata avanti da Mao Tse-tung nel periodo 1966-69 che, presentata ufficialmente come una lotta per ripristinare l’applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista, era di fatto una lotta di potere tra la fazione di Mao e quella di Deng Xiaoping e di Liu Shao-chi.
    All’interno di questo scenario, l’esplosione delle lotte studentesche ed operaie del Maggio francese ha una risonanza internazionale tale da costituire un elemento di riferimento e di incoraggiamento per i giovani e i proletari in tutto il mondo. Il Maggio era stato infatti la dimostrazione non solo che lottare si può, ma che si può anche vincere. Ma lo stesso Maggio, almeno nella sua componente di lotte studentesche, era stato preparato da altre lotte, da altri movimenti, come quelle che si erano prodotte in Germania con l’esperienza della Kritische Universität e la formazione degli SDS (Sozialistischer Deutscher Studentenbund), o in Olanda con quella dei Provos o ancora negli USA con il Black Panther Party.
    Sul piano nazionale invece ci sono molteplici componenti che concorrono a preparare il terreno: l’attività di una serie di minoranze politiche che riprendono un lavoro di ricerca e di chiarificazione politica; l’arrivo di una nuova generazione di classe operaia con delle caratteristiche nuove e – non per ultimo – alcune esperienze di scontri di piazza che avevano lasciato il segno nella classe operaia.
    Anzitutto, bisogna ricordare l’esperienza dei Quaderni Rossi (QR), gruppo interno al PCI nato intorno alla figura di Raniero Panzieri e che, nell’arco della sua vita (1961-1966), pubblicò solo sei numeri di una rivista che però avrà un peso enorme nella storia della riflessione teorica della sinistra italiana. Dalla matrice dei Quaderni Rossi verranno fuori i due principali gruppi dell’operaismo italiano: Potere Operaio e Lotta Continua. Il lavoro del gruppo si divide tra la rilettura del Capitale e la “scoperta” dei Grundisse di Marx e le ricerche sulla nuova composizione della classe operaia.
    Oltre ai Quaderni Rossi e ai suoi vari epigoni, è presente in Italia una fitta rete di altre iniziative editoriali, alcune volte nate in campi culturali specifici come il cinema o la letteratura, e che acquistano progressivamente sempre più spessore politico e un certo carattere militante. Pubblicazioni come Giovane Critica, Quaderni Piacentini, Nuovo Impegno, Quindici, Lavoro Politico, parteciperanno a pieno titolo a preparare il terreno del biennio 68-69.
    A livello nazionale un ruolo probabilmente determinante nel decidere le sorti di quello che stava per accadere fu la forte crescita della classe operaia negli anni del miracolo economico a spese soprattutto delle popolazioni delle campagne e delle periferie del sud.
    Questa nuova generazione di proletari che arrivava dal sud non conosceva ancora il regime di fabbrica e non vi si era stata ancora sottomessa; d’altra parte, essendo giovani e spesso al primo lavoro, non conoscevano il sindacato e soprattutto non si portavano sulle spalle le sconfitte degli anni addietro, della guerra, del fascismo, della repressione, ma solo l’esuberanza di chi scopre un mondo nuovo e vuole modellarlo a suo piacimento. Questa “nuova” classe operaia, giovane, non politicizzata né sindacalizzata, senza storia alle spalle, farà, in larga misura, la storia dell’autunno caldo.
    Le lotte operaie dell’autunno caldo hanno un significativo preludio all’inizio degli anni ’60 in due importanti episodi di lotta: i moti di piazza del luglio ’60 e gli scontri di piazza Statuto del luglio ’62 a Torino.
    Questi due episodi, per quanto distanti dal biennio '68-69, ne costituiscono in qualche modo una premessa importante. Infatti la classe operaia ha la possibilità di “saggiare” fino in fondo le attenzioni dello Stato nei suoi confronti.
    I moti del luglio ’60 presero l’avvio dalla contestazione del congresso del partito neofascista a Genova, e questa fu l’occasione per fare uscire allo scoperto una serie di manifestazioni in tutta Italia che furono ferocemente represse.
    E lo stesso succede due anni dopo, con gli scontri di piazza Statuto a Torino che presero spunto invece da una questione squisitamente operaia, un contratto di lavoro del tutto sfavorevole ai lavoratori che però la UIL e la SIDA, due sindacati che avevano già all’epoca manifestato da che parte stavano, si erano affrettati a siglare separatamente con la direzione FIAT.
    In tale contesto si inserisce l'esperienza straordinaria del movimento studentesco nel 1968.
    Le scuole e soprattutto le università avvertono fortemente i segni di cambiamento della fase storica. Il boom economico che si era prodotto, in Italia come nel resto del mondo, dopo la fine della guerra, aveva permesso alle famiglie proletarie di raggiungere un tenore di vita meno miserabile e alle aziende di puntare su un incremento massiccio della propria mano d’opera. Ciò permette alle giovani generazioni delle classi sociali più deboli di accedere agli studi universitari dove acquisire una professione e una cultura più ampia attraverso le quali raggiungere una posizione sociale più soddisfacente rispetto a quella dei propri genitori. Ma l’ingresso di questi folti strati sociali nell’università porta non solo ad un significativo cambiamento della composizione sociale della popolazione studentesca, ma anche a una diversa destinazione della figura di laureato che non viene più preparato per assumere un ruolo dirigente ma per essere inserito in una rete di produzione – industriale o commerciale che sia – dove l’iniziativa dell’individuo è sempre più ridotta.
    Le proteste cominciano già dal febbraio ’67 con l’occupazione di palazzo Campana a Torino e, via via, in tutti gli altri atenei, alla Normale di Pisa, alla facoltà di Sociologia di Trento, alla Cattolica di Milano, e così via verso il sud e per mesi e mesi fino all’esplosione totale del ’68. In questa fase non esistono ancora i gruppi politici con il loro largo seguito che conosceremo negli anni ’70, ma è questa la fase in cui si produrranno quelle diverse culture politiche che saranno alla base di tali gruppi. Tra le esperienze che segneranno più profondamente la storia successiva c’è sicuramente quella di Pisa, dove era presente un nutrito gruppo di elementi che avevano già un giornale, il Potere Operaio (detto “pisano” per non confonderlo con l’altro derivato da Classe Operaia). Il Potere Operaio in realtà è già un giornale operaio nel senso che viene pubblicato come giornale di fabbrica della Olivetti di Ivrea.
    Ma in Italia il ‘68 segna anche l’inizio di importanti lotte operaie. Nella primavera del 1968 si accendono in tutta Italia una serie di lotte aziendali che hanno come obiettivo un aumento salariale uguale per tutti in grado di recuperare il “magro” contratto del 1966. Tra le prime aziende a mobilitarsi c’è la Fiat, i cui operai effettuano la prima massiccia vertenza aziendale dopo oltre 14 anni e a Milano partono la Borletti, la Ercole Marelli, la Magneti Marelli, la Philips, la Sit Siemens, l’Innocenti, l’Autelco, la Triplex, la Brollo, la Raimondi, la Mezzera, la Rhodex, la Siae Microelettronica, la Seci, la Ferrotubi, l’Elettrocondutture, l’Autobianchi, l’Amf, la Fachini, la Tagliaferri, la Termokimik, la Minerva, l’Amsco e un’altra ventina di piccole aziende.
    Quello che cambia profondamente con le lotte dell’autunno caldo sono proprio i rapporti di forza in fabbrica. L’operaio sfruttato e umiliato dai ritmi, dai controlli, dalle punizioni continue, sviluppa una conflittualità quotidiana contro il padrone. L’iniziativa operaia non si muove più soltanto su quante ore di sciopero fare, ma anche su come scioperare. Si sviluppa presto una logica del rifiuto del lavoro che corrisponde ad assumere un atteggiamento di rifiuto di collaborare con le sorti dell’azienda rimanendo fermamente attestati sulla difesa delle condizioni operaie. Questo produce una nuova logica di come condurre uno sciopero che punta al minimo sforzo da parte operaia con il massimo di danni prodotti contro il padrone.
    E’ lo sciopero a gatto selvaggio secondo il quale sciopera solo un ristretto gruppo di operai dalla cui attività dipende però l’intero ciclo di produzione. Cambiando di volta in volta il gruppo che entra in sciopero, si riesce a bloccare più e più volte tutta la fabbrica con il minimo di “spesa”.
    Dal punto di vista della rappresentatività operaia é caratteristico di questa fase lo slogan “siamo tutti delegati”, che significa rifiuto di qualunque mediazione sindacale e imposizione al padronato di un rapporto diretto con le lotte degli operai. E’ importante tornare su questa parola d’ordine, che permeerà a lungo le lotte della classe in quegli anni, soprattutto di fronte ai dubbi che si pongono a volte oggi le minoranze proletarie che vorrebbero ingaggiare una lotta al di fuori dei sindacati ma che non vedono come poterlo fare non avendo loro un riconoscimento da parte dello Stato. Gli operai dell’Autunno caldo non se ne fanno un gran problema: quando occorre lottano, scioperano, al di fuori e nonostante i divieti sindacali; ma non seguono sempre uno scopo immediato da realizzare: in questa fase la lotta degli operai esprime una grandissima combattività, una voglia a lungo repressa di rispondere alle angherie del padronato che non ha bisogno necessariamente di motivazioni e di obiettivi immediati per esprimersi e che fa da deterrente, crea un rapporto di forza, cambia poco per volta le condizioni di vita della classe operaia. In tutto questo il sindacato ha una presenza effimera. In realtà il sindacato, come la borghesia, rimane completamente smarcato dalla capacità e dalla forza della lotta della classe operaia di questi anni, e fa l’unica cosa che gli riesce di fare, cerca di stare a galla e di seguire il movimento, di non farsi scavalcare troppo. D’altra parte una reazione così forte manifestatasi all’interno della classe era anche l’espressione della mancanza di un significativo radicamento dei sindacati nel proletariato e dunque di una loro capacità di bloccare in anticipo o di deviare la combattività, come invece succede oggi. Ma questo non significa che ci fosse una profonda coscienza antisindacale nella classe operaia. Più che altro gli operai si muovono nonostante i sindacati, non contro i sindacati, anche se non mancano significative punte di coscienza, come nel caso dei Comitati Unitari di Base (CUB) nel milanese.
    In questa occasione il movimento di classe in Italia matura una tappa importante: il congiungimento tra il movimento operaio e quello delle avanguardie studentesche. Gli studenti, con la loro maggiore disponibilità di tempo e la loro mobilità riescono a dare un significativo contributo alla classe operaia in lotta, che a sua volta riscopre attraverso la gioventù che le si era avvicinata tutta la propria alienazione e tutta la voglia di farla finita con la schiavitù della fabbrica. La saldatura tra questi due mondi darà una forte enfasi alle lotte che si produrranno nel 69, e particolarmente a quella di corso Traiano. Riportiamo qui di seguito lunghe citazioni da un volantino della Assemblea operaia di Torino redatto il 5 luglio, dopo i fatti di corso Traiano, perché costituisce non solo un ottimo resoconto dei fatti ma anche un documento di grandissimo valore politico.
    Nel luglio del 1969 venne indetto a Torino un convegno nazionale dei comitati e delle avanguardie operaie:
    1. per confrontare e unificare le diverse esperienze di lotta sulla base del significato della lotta Fiat
    2. per mettere a punto gli obiettivi della nuova fase dello scontro di classe che partendo dalla condizione materiale degli operai dovrà investire tutta l'organizzazione sociale capitalista.
    Quello che si terrà il 26/27 luglio al Palasport di Torino sarà un “convegno nazionale delle avanguardie operaie”. Parlano operai di tutta Italia che raccontano di scioperi e cortei e ed avanzano come rivendicazioni l’abolizione delle categorie, la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore, aumenti salariali uguali per tutti in assoluto e non in percentuale e la parità normativa con gli impiegati. “E’ rappresentata tutta l’industria italiana: in ordine di intervento, dopo Mirafiori, il Petrolchimico di Marghera, la Dalmine e il Nuovo Pignone di Massa, la Solvay di Rosignano, la Muggiano di La Spezia, la Piaggio di Pontedera, l’Italsider di Piombino, la Saint-Gobain di Pisa, la Fatme, l’Autovox, la Sacet e la Voxon di Roma, la Snam, la Farmitalia, la Sit Siemens, l’Alfa Romeo e l’Ercole Marelli di Milano, la Ducati e la Weber di Bologna, la Fiat di Marina di Pisa, la Montedison di Ferrara, l’Ignis di Varese, la Necchi di Pavia, la Sir di Porto Torres, i tecnici della Rai di Milano, la Galileo Oti di Firenze, i Comitati unitari di base della Pirelli, l’Arsenale di La Spezia” . Una cosa così non si era mai vista, un’assemblea nazionale delle avanguardie operaie di tutta Italia, un momento di protagonismo della classe operaia a cui è possibile assistere solo in un momento di forte ascesa della combattività operaia, come fu appunto l’Autunno caldo.
    I mesi successivi, quelli che sono rimasti nella memoria storica come l’Autunno Caldo, continuarono sulla stessa falsariga.
    Questo enorme sviluppo di combattività proletaria accompagnato da momenti di chiarificazione importanti nella classe operaia incontrerà però, nel periodo successivo, degli ostacoli importanti. La borghesia italiana, come quella degli altri paesi che avevano dovuto far fronte al risveglio della classe operaia, non rimane a lungo con le mani in mano e, a parte gli interventi frontali messi in atto dai corpi di polizia, cerca gradualmente di aggirare l’ostacolo con strumenti diversi, tra cui anche la cosiddetta "strategia della tensione".
    La capacità di recupero della borghesia si basa molto sulle debolezze di un movimento proletario che, nonostante un’enorme combattività, era ancora privo di una chiara coscienza di classe e le cui stesse avanguardie non avevano la maturità e la chiarezza necessarie a svolgere il loro ruolo.

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    Predefinito Rif: L’AUTUNNO ERA CALDO: LE RAGIONI DEI LAVORATORI

    Articolo pessimo che cerca di farCi addolcire la pillola per una sconfitta su tutti i fronti tramite un lessico ed una visione da amarcord. Alcune frasi la dicono lunga sul grado di s/conoscenza della materia.
    Le rivendicazioni erano anch’esse nuove e “incompatibili”: aumenti uguali per tutti, passaggi di categoria per tutti, riduzione consistente dell’orario di lavoro, parità normativa operai-impiegati. Le richieste toccavano anche aspetti esterni alla fabbrica: affitti meno esosi, a equo canone, case popolari, bollette meno care, libri scolastici e trasporti pubblici gratuiti ecc.
    Conquiste interne alla fabbrica, direttamente connesse all’organizzazione del lavoro, al salario, all’inquadramento professionale. Fra le tante, vale la pena di ricordare le 150 ore retribuite a disposizione di ciascun lavoratore per il suo aggiornamento culturale. Molti lavoratori riuscirono ad ottenere la licenzia media e/o a fare un salto culturale, perché come si diceva allora “per non farsi fregare dal padrone occorre conoscere molte cose più di lui”.
    Per tutti gli anni 70 le lotte furono ininterrotte
    1) L'autore non conosce minimamente evidentemente la storia del movimento operaio (nella fattispecie gli anni dal 61 al 75) perchè altrimenti dovrebbe sottolineare con vigore la differenza che ha caratterizzato il 68-71 come isola felice all'interno di un mare in tempesta. Non conosce come venivano presentate le richieste, ovvero l'elaborazione delle piattaforme rivendicative, chi erano gli agenti incaricati di formulare le richieste e quale il metodo di consultazione; tutto questo sembra essere rimasto intatto dal 61 al 75, mentre non è per niente (Chiunque può verificare quanto dico non consultando pericolosi quanto rari bolscevichi, ma i volumi distribuiti dai sindacati - quindi anche CISL e UIL! - contenenti sia la piattaforma rivendicativa che il successivo contratto; basta recarsi nella camera del lavoro di un capoluogo di provincia; per quanto riguarda invece l'analisi del procedimento di stesura dei punti rivendicativi, della consultazione, del procedimento di ratifica ... beh la faccenda è complicata perchè era interesse del sindacato - quindi anche CGIL! - nascondere il repentino cambio di rotta (c'era un bel lavoro della Pipan - il sindacato come soggetto d'equilibrio che trattava di questo spinoso tema)).
    2) In tema di rivendicazioni: mettere nello stesso calderone richieste come: riduzione dell'orario di lavoro, aumenti uguali per tutti, abolizione del cottimo, tutela ambientale del luogo di lavoro, abolizione dello straordinario, abolizione degli appalti, passaggi automatici di categoria, abolizione delle categorie inferiori (almeno la 6° e la 5°) ... con richieste come parità normativa tra operai e impiegati, inquadramento unico, le 150 ore ... significa essere malissimo informati sulla genesi delle richieste; le richieste della prima parte (dalla riduzione dell'orario all'abolizione delle categorie inferiori) sono state rivendicazioni spontanee nate dalla dura realtà quotidiana dei lavoratori; le richieste della seconda parte invece sono state imposte dall'alto ai lavoratori come soluzioni di ripiego perchè le prime erano inaccettabili per i padroni - sindacali anche! - imposte spesso senza consultazione e senza confronto tra base e vertice, anzi le forme di dissenso venivano bollate come "salarialiste" e messe a tacere con la politica delle riforme, il nuovo modello di sviluppo, l'austerità, il controllo democratico ... forme ideologiche per dire: non rompete troppo i coglioni altrimenti si rischia lo scontro frontale e noi sindacalisti non siamo abituati a prendere le difese dei lavoratori. Pompieri. Le rivendicazioni della prima parte erano semplici, chiare, efficaci, quanto serve per unire la classe in un momento di duro scontro; le rivendicazioni della seconda parte complicate, contraddittorie, frutto di estenuanti trattative con la parte padronale (ho fatto la tesi sull'inquadramento unico come tentativo di calmierare la conflittualità operaia, so bene quanto stupida fosse quella pagliacciata, alla faccia dei Lama i lavoratori di alcune grandi industrie trovarono subito il modo d'aggirare i meccanismi dell'inquadramento unico per chiedere passaggi di categoria automatici e in massa!).
    3) L'inquadramento unico è stata la rivendicazione cardine della tornata di rinnovo contrattuale 71-72; perciò siamo i mesi immediatamente seguenti l'esplosione spontanea (rapido sguardo storico: nel 68 cominciano gli scioperi di reparto in alcune grosse industrie, la mobilitazione si mantiene alta per tutto il 68 e non molla in vista della tornata contrattuale del 69; a questa segue nuovamente una mobilitazione di reparto per far rispettare il contratto; a questo punto - siamo nel 1970 - il sindacato riprende in mano le redini e controlla da pompiere le mobilitazioni invertendo la rotta: da rivendicazioni "salariali" si passa all'inquadramento unico - sfido chiunque a capirlo nei particolari, se non fossi marxista mi verrebbe da dire che l'ha fatto un pirla per prenderci per il culo); le rivendicazioni si spostano su queste anodine conquiste normative (non è precisato il criterio con cui inquadrare operai e impiegati; le 150 ore sono una buffonata senza fine perchè ogni serio corso di qualificazione professionale eccedeva le 150 ore e le rimanenti ore dovevano essere pagate di tasca propria; quali 150 ore poi? Capisco che è un bello e inutile slogan, ma questo articolista si è letto i contratti??? Ora non ho voglia di andarmi a prendere il contratto del 72 per l'industria metalmeccanica privata ma circa l'articolo recitava così: "150 ore sì, ma a tot condizioni quali: rispettare la continuità della produzione perciò non più di 1/5 del reparto poteva assentarsi; 150 ore a testa se non più di 1/5 del reparto ne avesse fatta richiesta, qualora lo avesse fatto si sarebbe dovuto dividere le 150 ore per 5, così da avere 30 ore a testa ..." e altri complicati meccanismi per stabilire chi ne avesse diritto (alimentando una guerra tra operai perchè qualora tutti nel reparto avessero richiesto le 150 ore, sarebbe stato a discrezione della direzione concedere le 150 anche solo ad alcuni lavoratori escludendo altri); non prendermi per il culo (mi rivolgo all'articolista) con la cazzata del diritto allo studio per favore, era meglio tutelato nei contratti del 66 e del 69 grazie al meccanismo di tutela delle assenze per esami o studio; 150 ore basteranno per scrivere queste cazzate contenute nell'articolo ma non bastano nemmeno per la licenza media (senza considerare che solo nelle grandi aziende alcuni ne hanno usufruito e che molti compagni tra i professori hanno dovuto chiudere un occhio e promuovere quei poveretti che dopo 10 ore in accaieria non avevano molto studiato e in 150 ore non si potevano pretendere miracoli!).
    4) Non c'è nessun riferimento ai Consigli di fabbrica (brucia forse? A me sì brucia che miei compagni sul luogo di lavoro non possano prendermi a pedate nel culo quando nel mio lavoro di sindacalista non li difendo, ma io venga nominato dalla dirigenza sindacale tramite liste bloccate e uniche!), grandiosa esperienza di democrazia operaia; decollati in fretta, ancora più speditamente accantonati ed esautorati (il consiglio di fabbrica doveva essere l'organo UNICO del sindacato in fabbrica, senza distinzioni tra iscritti e non, come un comunista come me che ammette non comunisti a dirigere le lotte? Intanto il sindacato non è dei comunisti ma è dei lavoratori, per il comunismo c'è il partito e poi il comunista sa bene che nel sindacato - alla lunga, quando è ben diretto - conta solo chi partecipa ed i lavoratori scacciano come la peste i fannulloni che ostacolano i compagni che si fanno il culo dopo il lavoro; perciò non c'era bisogno di dividere il fronte operaio - come non lo fosse già di suo - tra iscritti e non come nelle RSA, bastava il discrimine: il sindacato è di chi partecipa!); alcuni compagni dei CdF hanno tentato difficoltosi collegamenti per creare una rete in modo da socializzare le diverse esperienze di lotta, ma i tempi erano stretti, infatti la mano padronale ha disintegrato i CdF anche con boicottaggi al limite del terrorismo (licenziamenti forzosi, licenziamenti motivati da terrorismo, non concessione di luogi per le riunioni ...) per poi affossare anche l'esperienza dei Consigli di zona (Cdz) come collegamenti tra piccole fabbriche nello stesso territorio. Come è stato discusso il contratto del 72? Andate a vederlo, le richieste operaie venivano pre-impostate con un complicato meccanismo per poi essere comunque ignorate (coglioni sì, ma sui nostri interessi certe cose non ci sfuggivano comunque).
    Potrei continuare ma preferisco fermarmi.
    Conclusione: Alla porcata infame degli "anni 60 e 70" come momento unitario di lotta non ci sto, non ci sto perchè hanno affossato il rinascente movimento operaio già nel 71, e ora ci vogliono propinare l'ideologia del "non è successo niente di nuovo nel 67-71, è stato tutto un continuo di lotte per gli anni 70": COL CAZZO.

    Saluti leninisti

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    Predefinito Rif: L’AUTUNNO ERA CALDO: LE RAGIONI DEI LAVORATORI

    Metto un interessante articolo tratto da Robertobartali.it - L'autunno caldo, la strage di Piazza Fontana, la Loggia P2

    ***

    L'Autunno caldo, la strage di Piazza Fontana - La loggia P2

    Se il 1968 fu l'anno degli studenti, il 1969 fu quello delle cosiddette "tute blu". A Milano, Torino, Genova, il baricentro delle lotte si spostò dalle aule universitarie ai cancelli della Fiat, dell'Alfa Romeo, della Magneti Marelli, della Sit-Siemens, come se quella brezza rivoluzionaria che per un anno aveva incendiato gli animi degli studenti fosse d'un tratto giunta nelle maggiori fabbriche del Nord. Fu tra il Settembre ed il Dicembre del '69 che la questione operaia esplose con una forza che né i sindacalisti né gli imprenditori avevano previsto; cominciò il cosiddetto autunno caldo. Sullo sfondo del rinnovo contemporaneo di 32 contratti collettivi di lavoro, cinque milioni di lavoratori dell'industria, dell'agricoltura e di altri settori erano fortemente decisi a far sentire tutto il peso delle proprie rivendicazioni. Tensioni e disagi covati da tempo nelle piaghe di uno sviluppo convulso vennero allo scoperto, e sì che la base di partenza era piuttosto vasta, se è vero com'è vero che i salari erano tra i più bassi d'Europa, che le condizioni di lavoro di molti operai - anche alla luce delle attuali norme sanitarie - erano quantomeno discutibili, che «...in Italia c'è un morto ogni ora, un invalido ogni venti minuti, un infortunio ogni 4 secondi», come ebbe a dire l'allora segretario della CISL, Pierre Carniti. Ma l'autunno caldo fu molto più della rituale intensificazione del conflitto industriale che si accompagna ad un'importante scadenza contrattuale, fu un grande movimento collettivo che sorpassò i confini dei gruppi di lavoratori interessati al rinnovo dei contratti, e le cui domande furono ben più vaste ed indefinite di quelle normalmente espresse dal sindacato. Fu un movimento inizialmente sostenuto soprattutto dai cosiddetti "operai massa", cioè dagli operai non qualificati o poco qualificati delle catene di montaggio, immigrati dal Sud sottosviluppato. Praticamente privi di tradizioni sindacali, spesso disprezzati nel loro stesso paese, tendevano a protestare contro le loro misere condizioni di vita e di lavoro in forme spesso anche violente. Ed infatti avvenne qualcosa di nuovo: in fabbrica si produssero avvenimenti inediti e clamorosi ove la dialettica ed i metodi di lotta sindacale emersero, per la prima volta dopo molto tempo, veramente dal basso e con una forza inaspettata: Nacquero i C.U.B. Comitati Unitari di Base, i Gruppi di studio, che spesso affiancavano gli operai agli studenti, ed i lavoratori così organizzati finirono non di rado per scavalcare e contestare da sinistra le linee sindacali. Ad un potere fortemente verticalizzato come quello della fabbrica si contrappose un altro potere più allargato e duro, capace di suscitare tensioni, generare conflitti in forme e misure del tutto inedite. In questo quadro i gruppi di estrema sinistra, i cosiddetti gruppi extraparlamentari, finirono col porsi in una posizione frontalmente avversa a quella di CGIL, CISL e UIL, e spesso le incomprensioni causate da quella enorme passione politica sfociarono in veri e propri disordini. In quei mesi ci fu un vero passaggio di cultura che sconvolse i comportamenti di tutti, operai prima e tecnici poi. Le rappresentanze sindacali a molti sembrarono obsolete, le Commissioni Interne che bene avevano svolto il loro compito negli anni '50 finirono con l'essere sostituite dalle riunioni di reparto, dalle assemblee, spesso improvvisate, che infiammavano quasi tutti nelle fabbriche, ed in questo elemento è facile riconoscere la diretta influenza del movimento studentesco. Così Mario Moretti, uno dei capi storici delle BR ricorda quel periodo: «...la partecipazione era massiccia, i modi totalmente nuovi: non esiste un relatore unico, il microfono lo prendevano in tanti [...] le riunioni si trasformavano in un potente strumento di autodeterminazione [...] ricordo che noi della Sit-Siemens e i compagni dell'Alfa indicemmo un'assemblea così grossa che per farci entrare tutti occupammo il palazzetto dello sport che c'è tra le due fabbriche [...] venne fuori un'assemblea fantastica, discutemmo su tutto: normative egualitarie, riduzione degli orari, mobilità interna, salari svincolati dalla produttività, e poi le forme di lotta...». Comunque l'assenza di una crisi istituzionale acuta permise alle dirigenze sindacali di porre l'accento più sugli elementi di unità e lotta che sulle divisioni; le scadenze elettorali lontane portavano a considerare con più attenzione i problemi posti giorno per giorno dallo sviluppo del movimento operaio, e poi «...per quanto i C.U.B. potessero urlare, a Roma a trattare ci andavano i sindacati ufficiali ». In questo modo i vertici sindacali poterono contare su di una presenza politica molto forte, talmente forte che alcuni osservatori finirono col parlare perfino di "supplenza sindacale" al sistema dei partiti. Il 9 Dicembre '69 firmarono l'accordo Sindacati e INTERSIND, che raggruppava le imprese a partecipazione statale, il 21 dello stesso mese, dopo 4 mesi di lotta, fu la volta della CONFINDUSTRIA. Fu una vittoria delle richieste operaie: aumenti di paga uguali per tutti e riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali. I metalmeccanici acquisirono inoltre il diritto a tenere assemblee in fabbrica. Francesco Carpani Glisendi, capo della delegazione degli industriali al tavolo delle trattative, così commentò la firma dell'accordo: «...abbiamo accettato il contratto subendo un'imposizione del Governo [...] siamo stati assolutamente responsabili in una situazione difficile come quella attuale italiana [...] l'autunno sarebbe potuto diventare da caldo che era caldissimo ». Per contrasto riporto anche l'opinione di Moretti: «...nelle fabbriche dove la lotta ha avuto maggiore intensità, la discussione è ben oltre quello che hanno stipulato i sindacati nei loro accordi [...] si pensa già a come organizzare strutture che permettano di andare oltre il sindacato ». Il frutto legislativo dell'autunno caldo fu lo "Statuto dei lavoratori" portato a termine cinque mesi più tardi. Esso comprendeva, e comprende tuttora, una serie di articoli sulla dignità e sui diritti dei lavoratori che sono il riflesso legislativo di un mutamento dell'opinione pubblica, oltre che dei rapporti di forza. Fra questi il divieto delle indagini di opinione, la limitazione dei trasferimenti ai casi di necessità comprovata, la regolamentazione degli accertamenti sanitari e delle sanzioni disciplinari. Sono norme che non riguardano specificatamente l'attività sindacale ma l'assieme del rapporto di lavoro. Il successo senza precedenti delle battaglie sindacali dell'autunno caldo, in termini di aumenti salariali e miglioramenti normativi, il mutamento dei rapporti di forza a favore della classe operaia che si traduceva nell'affermazione di un potere sindacale che non aveva confronto in nessun altro paese industriale, furono dunque registrati dai gruppi più estremisti come una cocente sconfitta; la presunta autonomia della classe operaia sembrava eclissarsi sotto il controllo degli odiati sindacati visti come il braccio secolare del Capitale dentro la classe, per cui la soluzione veniva trovata - soprattutto nei movimenti più operaisti come Potere Operaio e il Collettivo Politico Metropolitano - nell'organizzazione del proletariato e, soprattutto, dall'autonomia operaia. A parte i risultati oggettivi, peraltro importanti, l'autunno caldo si chiuse con un avvenimento della massima gravità, sia per le conseguenze dirette sia per quelle - chiamiamole così - indotte: Milano e l'Italia intera furono sconvolti dalla Strage di Piazza Fontana.

    La strage e le sue conseguenze

    Per ciò che riguarda le conseguenze dirette, pare quasi superfluo ricordare l'agghiacciante cronaca: Venerdì 12 Dicembre 1969 alle 16.37 nel salone centrale della Banca Nazionale dell'agricoltura in Piazza Fontana a Milano esplode una bomba che causa 16 morti e 87 feriti. I morti sono tutti clienti della banca: coltivatori diretti, imprenditori agricoli della provincia, nessuno è un artefice della "contestazione" o un rappresentante del sistema, sono tutti semplici cittadini. Oggi, dopo quasi 30 anni e 9 processi, non sappiamo ancora bene chi mise e chi fece mettere la bomba. Gli inquirenti seguirono dapprima la pista anarchica, poi quella fascista, poi ad essere visti con sospetto furono i servizi segreti, poi ancora una joint venture tra tutti e tre, infine la colpa è stata addossata alla CIA ed agli americani che avrebbero fatto da burattinai. In molti asseriscono che la verità non sia stata raggiunta perché non si è voluto raggiungerla. Piazza Fontana è considerato l'inizio del terrore, per la prima volta infatti si contarono i morti, già da tempo però c'era in Italia chi andava mettendo bombe, l'unica differenza sta nel fatto che fino a quel tragico 12 Dicembre '69 nessuno aveva perso la vita. Il riferimento in particolare è da farsi con gli attentati dell'Aprile ma soprattutto dell'Agosto '69, quando furono una dozzina le bombe piazzate sui vagoni di 1ª classe in linee ferroviarie di mezza Italia, e la cosa non può certamente essere considerata casuale, l'azione era ben orchestrata. Anche il giorno della strage di Milano le bombe piazzate erano 5, e tutte sarebbero dovute scoppiare nel giro di un'ora. A far ingarbugliare ancor di più la matassa ci fu un altro avvenimento: alla mezzanotte del 15 Dicembre dello stesso anno Giuseppe Pinelli, anarchico, morì precipitando dalla finestra della questura di Milano dov'era in corso il suo interrogatorio. Il questore Marcello Guida a poche ore dal fatto disse che Pinelli si era suicidato e che il suo gesto era equivalente ad una confessione. La storia però non reggeva, e ad affermarlo fu poco dopo lo stesso Giuseppe Calabresi, il commissario di Polizia che stava interrogando Pinelli. La sinistra, ed in particolare il giornale "Lotta Continua", iniziò una violenta campagna di stampa contro il commissario. Certa sinistra ricavò da Piazza Fontana materiale più che sufficiente per alimentare il sospetto e la paura di un rischio di "golpe fascista", la strage e i torbidi intrallazzi che ne seguirono sono ancora oggi l'alibi che in molti usano per giustificare la degenerazione del Movimento. La tesi è quella per la quale l'estrema sinistra diventò violenta come reazione al complotto di stato ordito per fermare l'onda progressista che stava scuotendo il paese. A tale proposito Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco milanese afferma: «Ridemmo fino a quando fummo posti di fronte allo strazio di Piazza Fontana [...] la risposta alla contestazione furono le bombe e le stragi ». Sulla stessa linea si trovano sia Renato Curcio, quando afferma: «...con Piazza Fontana il clima improvvisamente cambiò [...] a quel punto scattò un salto di qualità nel nostro pensiero e poi nel nostro agire [...] le bombe sono un atto di guerra contro le lotte e il movimento, dimostrano che siamo arrivati ad un livello di scontro molto aspro», sia Mario Moretti: «...da quel momento sappiamo che ogni cambiamento dovrà fare i conti con qualcosa di oscuro di cui percepiamo soltanto la potenza [...] ci sentiremo sempre, e non a torto, sovrastati da forze capaci di determinare ciò che veramente conta. Ogni volta che si arriva ad un certo punto, succede qualcosa che ridetermina gli spazi dall'esterno, da fuori, e non vedi da dove [...] lo senti che sei a un punto oltre il quale o riesci a pesare sugli equilibri generali del potere o la lotta in fabbrica muore [...] capiamo che bisogna allargare la strategia». La situazione che in generale si venne a creare nei gruppi (o nelle "avanguardie", come loro stessi amavano chiamarsi) massimalisti presenti sia nelle fabbriche che nei circoli o nelle università, è riassunta in modo chiaro qualche anno dopo con le stesse parole del brigatisti: «Il terrorismo nel nostro paese è una componente della politica condotta dal fronte padronale a partire dalla strage di Piazza Fontana per determinare un arretramento generale del movimento operaio e una restaurazione integrale degli antichi livelli di sfruttamento. In particolare con questa politica il padronato ha puntato a realizzare alcuni obiettivi fondamentali, quali: favorire la crescita del blocco reazionario oggi al potere e delle sue componenti interne o parallele più fasciste nella prospettiva di ristabilire il controllo nelle fabbriche e nel paese, e scardinare le organizzazioni rivoluzionarie e addebitando alla sinistra provocazioni antioperaie e fasciste secondo gli schemi degli opposti estremismi e dell'equivalenza di ogni manifestazione violenta [...] Organizzare la resistenza e costruire il potere operaio armato sono le parole d'ordine che guidano il nostro lavoro rivoluzionario. Cosa ha a che fare col terrorismo tutto questo?».
    È da sottolineare che il terrorismo di sinistra ebbe un precursore in Giangiacomo Felrtinelli, editore miliardario ossessionato dall'idea che un colpo di stato fascista sul modello dei Colonnelli greci sarebbe stato imminente, e che già nel '68 scrisse un saggio dal titolo Persiste la minaccia di un colpo di stato in Italia; ma non solo, nel Marzo '69 la sua casa editrice pubblica un libretto intitolato La guerriglia in Italia, contenente dettagliate istruzioni sul come sostenere la guerriglia stessa. Lo stesso CPM, Collettivo Politico Metropolitano, - di cui avremo occasione di parlare in seguito - già nel Novembre del '69 formula l'ipotesi della lotta armata. Così Luigi Manconi, oggi portavoce dei Verdi ma a quel tempo membro di Lotta Continua, spiega il salto di qualità che fu indotto dalla strage: «Le bombe alla Banca dall'agricoltura e la morte di Pinelli vennero viste dal movimento come la fine dell'innocenza, cioè non avevamo previsto che il nostro nemico potesse ricorrere a tale forma di violenza [...] veniva alzato all'improvviso il livello dello scontro, la qualità della violenza, non più solo di piazza [...] un momento che indusse una quota, pur minima, di tutte le organizzazioni extraparlamentari a passare alla clandestinità, dunque alla lotta armata ». Lo stesso afferma il giornalista della RAI G. Santalmassi: «...anche al momento in cui si spinsero le indagini su Piazza Fontana verso sinistra, si spinsero indirettamente i partigiani e molti fra i compagni più radicali a pensare di essere effettivamente sotto la minaccia di un golpe, di essere in pericolo, quindi ad armarsi». Ultima testimonianza che riporto è quella del prof. Tony Negri: «...ogni possibilità di alternativa politica reale ci fu tolta [...] di fronte alla possibilità di reinserire questi movimenti sociali si rispose con la repressione [...] i "cattivi maestri" vanno ricercati a monte...». La bomba di Piazza Fontana servì dunque a spingere, ad esasperare, a far maturare importanti quanto radicali decisioni, decisioni che per certi versi erano quasi state prese. Il tempismo degli attentatori, ma soprattutto degli occulti mandanti, fu quindi notevole, tanto notevole da apparire quasi studiato a tavolino. Non mi pare giusto ne possibile non menzionare, almeno brevemente, le altre gravi stragi che seguirono Piazza Fontana. In ordine quella di Peteano, in provincia di Gorizia, nel 1972 quando un'auto imbottita di tritolo uccise tre Carabinieri. Quella di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974, ove nel corso di una manifestazione antifascista esplose una bomba che provocò 8 morti e 94 feriti. Ancora sul treno Italicus, quando all'interno di una galleria tra Bologna e Firenze, correva sempre l'anno 1974, una bomba ad alto potenziale esplose provocando 12 morti e 105 feriti. Alla stazione ferroviaria di Bologna, nell'Agosto del 1980, l'esplosione di un ordigno potentissimo collocato nella sala di attesa di seconda classe provocò la morte di 85 persone e il ferimento di altre 200. Sul rapido 904, nella galleria di San Benedetto Val di Sambro, alla vigilia del Natale del 1984, esplose una bomba provocando 15 morti e 139 feriti. Una lunga scia di sangue che, in molti casi, non ha visto punire i colpevoli. Insomma, come fu autorevolmente affermato anche nell'inchiesta parlamentare sulle stragi, destabilizzare per stabilizzare; la tensione sociale doveva essere lo strumento per un rafforzamento autoritario del governo del Paese. A questo punto, per chiudere il quadro, è opportuno accennare ad altri due fatti che fanno comprendere quale fosse il clima che si respirava in Italia in quegli anni. Il primo è il "Piano Tora Tora", un altro tentativo (dopo il "Golpe de Lorenzo" ) di colpo di Stato ad opera di battaglioni militari guidati dal fascista Junio Valerio Borghese che, nel dicembre del 1970, occuparono per diverse ore il Ministero degli interni fino a un misterioso contrordine che fece rientrare tutti nelle caserme. Il tutto, secondo alcuni giudici, sotto gli occhi del SID e dell'Ambasciata americana. Un episodio incredibile. Uno dei golpisti interrogati, un certo Gaetano Lunetta, dichiarò: «Il golpe Borghese c'è stato davvero: con i camerati di La Spezia e della Liguria siamo stati padroni assoluti del Viminale [...] ed è anche sbagliato definirlo golpe 'tentato' e poi rientrato. Il risultato politico che voleva ottenere chi aveva organizzato l'assalto è stato raggiunto: congelamento della politica di Aldo Moro, allontanamento del PCI dall'area di governo, garanzie di una totale fedeltà filoatlantica e filoamericana: la verità è che il golpe c'è stato ed è riuscito». Si trattava di una strategia del tutto analoga a quella utilizzata con il "Piano Solo". Il secondo evento è rappresentato dall'ascesa di Licio Gelli. Con un passato di fascista e repubblichino, già a partire dagli anni sessanta fondò una loggia massonica segreta finanziata - come si è saputo solo dopo l'inchiesta parlamentare - dalla CIA, denominata "Propaganda 2", ma più nota come "P2", che ben presto divenne un centro di potere occulto che si è intrecciato con la storia politico-istituzionale dell'Italia e dei suoi servizi segreti, da cui Gelli stesso, fin dall'inizio, reclutò centinaia di adepti.

    La P2

    La loggia massonica Propaganda 2... Anche parlare della P2 risulta essere quanto mai difficile; nell'affrontare, nell'analizzare la sua storia ci si sente come su di un terreno minato, nel migliore dei casi come in un vecchio maniero medioevale, ricco di trabocchetti preparati con diabolica intelligenza. La loggia massonica di cui Licio Gelli fu il Gran Maestro, è infatti a pieno titolo inseribile tra i c.d. "Misteri d'Italia"; vari processi e perfino una commissione d'inchiesta parlamentare (che prendeva il nome dal suo relatore, l'On. Tina Anselmi), non sono stati infatti sufficienti a dipanare la matassa di intrighi, trame "nere", cospirazioni ad alto livello, attentati, aiuti internazionali, infiltrazioni di servizi segreti e...chi più ne ha più ne metta, che ruotano attorno alla figura dell'ex repubblichino (cui però nel '44 verrà concesso un attestato di benemerenza partigiana) Licio Gelli, tant'è che siamo ancora oggi in presenza di sentenze della magistratura spesso in contraddizione tra di loro, l'ultima della quale (emessa nel 1997) pare porre tutta la questione nella più classica delle bolle di sapone. Trattasi, insomma, di un'altra di quelle tipiche "faccende italiane", un labirinto tortuoso caratterizzato da molti indizi, da tante implicazioni logiche, ma con pochissime prove certe. Alcuni studiosi l'hanno definita come il braccio sotterraneo (o meglio segreto) della NATO, altri ancora come una struttura diretta espressione dei circoli più estremisti ed anticomunisti presenti all'interno della CIA e negli ambienti militari statunitensi. L'unica definizione della P2 che invece mi sento di poter dare con sicurezza, nel momento in cui scrivo ed allo stato attuale delle cose (salvo poi essere clamorosamente smentito da futuri ma non impossibili sviluppi opposti), è quella di un gruppo di "oltranzisti atlantici", cioè di una sorta di lobby formata da potenti ed altolocati legati tra loro da un comune sentire per la fedeltà, per il legame con l'alleato americano ed il blocco ideologico da esso creato dopo il trattato di Yalta; in questo quadro la lotta contro il comunismo era l'obbiettivo primario cui tutto (e sottolineo tutto) poteva essere sacrificato ed era sacrificabile. Quello che comunque a noi interessa porre in evidenza, e che al contempo serve a farsi un'idea degli ambienti e dei personaggi interessati alla vicenda, è per esempio che all'inizio degli anni '70 Gelli scrisse a tutti gli ufficiali di grado elevato affiliati alla P2 invitandoli a prendere in considerazione la possibilità di costituire un governo di militari. Nel '72, in almeno due circolari della P2, si parlò della necessità che la massoneria intervenisse per allontanare i pericoli che incombevano sulle istituzioni democratiche; la struttura organizzativa stessa della loggia sembrava predisposta a tale fine: dei 17 gruppi nei quali erano suddivisi gli affiliati, 7 erano affidati ad ufficiali e 2 ad ex ufficiali. Quando poi si consideri che Gelli nel tempo aveva attivato la sua rete di amicizie per favorire la nomina di alcuni ufficiali (tra i quali Miceli, di cui sentiremo parlare) ai loro alti incarichi e che comunque un numero cospicuo di vertici militari erano iscritti alla sua loggia, è evidente l'influenza, se non addirittura il controllo, che lo stesso Gran Maestro poteva esercitare sulle forze armate. Studiando la Propaganda 2, appare evidente anche come la sua strategia non possa essere interpretata riduttivamente come un piano che, facendo perno su una forte adesione da parte dei militari, mirasse solamente a soluzioni golpiste sul modello greco; la strategia del gruppo si è infatti plasmata alla realtà italiana, adattata agli avvenimenti ed al mutare delle situazioni, sia nazionali che internazionali, tanto da prevedere scenari alternativi a quello di segno militare. Superata la metà degli anni '70, ad esempio, la situazione del nostro paese non era più quella del periodo che aveva visto gli esordi della P2, la strategia della tensione non aveva creato quell'aggregazione di forze conservatrici che avrebbe potuto fornire a eventuali tentativi golpisti almeno una parvenza di legittimazione, e i gruppi di estrema destra si erano rivelati poco affidabili. Si rese necessario dunque un cambiamento di strategia, consistente nella rinuncia a coltivare dei tentativi, per altro dimostratisi velleitari, di giocare la carta della minaccia esterna (attentati o colpi di stato più o meno reali) per imporre revisioni istituzionali di stampo autoritario. La nuova strategia prese la forma di un documento, intitolato "Piano di rinascita democratica", la cui redazione risale probabilmente al 1975, che era «un vero e proprio piano d'azione che, oltre a fissare degli obiettivi, predisponeva in dettaglio le conseguenti linee d'intervento», come osserva la relazione Anselmi. Gelli premetteva: «Si ravvisa l'immediata necessità di un'azione decisa e tempestiva del Presidente della repubblica con l'emanazione di apposite misure, intese ad evitare un più pesante aggravamento della gravissima situazione», e minacciosamente aggiungeva: «Il presente schema non prelude ad un colpo di Stato ma ha un valore indicativo in merito all'adozione di alcuni provvedimenti che si ritengono essere l'unica soluzione. Si ha certezza che gli usa, con questo piano, interverrebbero in nostro favore anche presso altri Stati, affinché ci siano concessi finanziamenti». Il piano Gelli si articolava nei seguenti punti:

    Revisione della Costituzione del 1948 per trasformare l'Italia da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale.
    Proclemazione dello stato di armistizio sociale per un periodo non inferiore ai due anni.
    Nomina ed insediamento di un Comitato di coordinamento composto da undici membri, scelti tra tecnici di provata esperienza, per proporre modifiche all'attuale Costituzione.
    Restrizione dei poteri della Corte costituzionale.
    Ripristino in pieno assetto ed efficienza della XI° Brigata motorizzata dei carabinieri.
    Predisposizione di un piano per il richiamo in servizio dei carabinieri ausiliari.
    Predisposizione di un piano di raggruppamento per l'Arma dei carabinieri, con raggruppamento in centri di raccolta scelti in base a criteri operativi per fronteggiare esigenze di ordine pubblico. Analogo provvedimento deve essere emanato per polizia e Guardia di finanza.
    Ripristinare il fermo di polizia.
    Istituzione del servizio militare di professione volontario.
    Impiego delle FF.AA. in ordine pubblico.
    Ripristino della pena di morte.
    Abolizione del diritto di sciopero per gli studenti.
    Divieto assoluto di indire, tenere manifestazioni e congressi di carattere politico.
    Abolizione dello sciopero politico.
    Regolamentazione dello sciopero economico.
    Attribuzione agli Ispettorati del lavoro, in collaborazione con i sindacati, delle disamine di ogni vertenza di carattere sindacale.
    Divieto ai sindacati di prendere iniziative unilaterali alla soluzione di vertenze o alla proclamazione di scioperi, senza avere ottenuto la preventiva autorizzazione da parte degli Ispettorati del lavoro i quali, comunque, saranno dotati del diritto di veto.
    Divieto per i Consigli di fabbrica di tenere sui luoghi di lavoro assemblee e riunioni.
    Divieto assoluto di sciopero per tutto il personale sanitario.
    Dunque tutto ciò andava realizzato mediante la corruzione e l'infiltrazione di partiti, stampa, banche, governo, sindacati, Forze armate, magistratura e Parlamento: il tutto finalizzato ad impedire l'accesso del PCI al governo. Il questore Arrigo Molinari (affiliato alla P2) testimonierà che nel '75 «vi fu un incontro presso l'ambasciata USA a Roma tra rappresentanti dei servizi segreti americani, delle multinazionali e Licio Gelli allo scopo di tamponare l'accrescimento dei comunisti. La soluzione che si prospettò più fattibile fu quella di impadronirsi della stampa ». [ infatti, come avvenne solo qualche anno più tardi, il "Corsera" fini proprio col gravitare nell'orbita della P2 grazie all'affiliazione del suo direttore di allora, Franco Di Bella e di alcuni tra i giornalisti più importanti]. Di cose da dire in merito alla P2 ce ne sarebbero tante altre, ma a noi adesso basta porre l'accento su di una in particolare: l'elenco dei piduisti impiegati dal ministro dell'Interno Cossiga, in qualità di consiglieri o di collaboratori nei comitati costituiti al Viminale per dirigere le operazioni seguite alla strage di via Fani. Questo perché è una lista - per qualità e quantità - a dir poco impressionante: Umberto D'Amato, già capo del disciolto Ufficio Affari riservati, direttore delle polizie speciali (stradale, di frontiera, ferroviaria e postale); generale Giuseppe Santovito, direttore del servizio segreto militare (Sismi); generale e prefetto Giulio Grassini, direttore del servizio segreto civile (Sisde); Walter Pelosi, direttore del coordinamento dei servizi di sicurezza (Cesis) nell'ultima fase del sequestro; generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di finanza; ammiraglio Giovanni Torrisi, capo di stato maggiore della Marina; colonnello dei carabinieri Giuseppe Siracusano, responsabile dell'organizzazione dei posti di blocco a Roma; tenente colonnello Antonio Cornacchia, comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma, responsabile delle indagini di polizia giudiziaria sul conto dei brigatisti. Alla luce di questi dati, non credo di esagerare affermando che se a Roma, durante i 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, fosse volata una foglia, il primo a saperlo sarebbe stato sicuramente Licio Gelli, e soprattutto che di fatto le persone che comandavano le ricerche avevano interessi politici completamente opposti a quelli del vecchio statista DC; in altre parole, chi lo doveva trovare non aveva interesse a farlo, anzi...

 

 

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