E' notizia di ieri che il presidente Putin si avvia a proporre e con ogni probabilità a veder approvata una riforma dell'ordinamento statale russo volta ad accentrare nelle sue mani maggiori poteri.
La riforma, brevemente, si ripropone, da una parte, di conferire al presidente della repubblica il potere di nomina dei vertici delle principali autonomie della federazione (presidenti delle repubbliche, presidenti delle regioni, sindaco di Mosca), dall'altra, di rivedere la legge elettorale della Duma in modo da togliere la quota maggioritaria, eliminando quindi la possibilità di una qualsiasi rappresentanza autonoma dai partiti presenti sul piano nazionale.
E' una svolta giustificata sull'onda emotiva del massacro di Beslan, per favorire qualche forma di unità nazionale e rendere più efficace l'apparato statale.
E', però, una riforma fortemente autoritaria. La revisione della legge elettorale, di fatto, riduce ulteriormente le possibilità di una opposizione parlamentare efficace, favorisce smaccatamente il partito del presidente e risulta ancora più incomprensibile considerato che in russia un vero sistema di partiti non esiste.
La riforma delle autonomie territoriali conferisce al presidente un potere inaudito, permettendogli di ottenere un controllo diretto su ogni singola frazione dello stato federale.
Ritorna la storia della russia: il pugno di ferro sembra essere l'unica alternativa contemplata dai governanti per tenere assieme questo gigante. Era così con gli zar, era così con l'URSS, la cui costituzione federale era solo una facciata dietro la quale si celava uno dei più ciechi centralismi della storia. Lo stesso si può dire con le assemblee rappresentative, mai accettate nella loro forma democratica, ma intese solo come organi esistenti al fine di garantire al potere un simulacro di legittimazione popolare.
Bisogna che tutto cambi perchè nulla cambi




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