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Discussione: pratica di latino

  1. #51
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    Predefinito

    hoc consilio probato Essendo stato approvato tale piano
    ab ducibus dai capi,
    (productis) Romanorum copiis [pur] (essendo state tratte fuori) le truppe dei Romani,
    sese (castris) tenebant. restavano (nell’accampamento).
    Hac re perspecta Avendo visto tale cosa,
    Crassus, Crasso,
    cum (1) dato che
    (2) i nemici,
    sua cunctatione con la loro esitazione
    atque (opinione) timoris e (con l’impressione che davano) di aver paura,
    (3) rendevano
    hostes (2)
    nostros milites (4)
    alacriores ad pugnandum più decisi a combattere
    (4) i nostri soldati
    effecissent (3)
    atque omnium voces (audirentur) e (si sentivano) le voci di tutti
    expectari (5)
    diutius (6)
    non oportere [che] non bisognava
    (5) aspettare
    (6) oltre
    quin per
    ad castra iretur, andare all’accampamento [dei nemici],
    cohortatus suos avendo arringato i suoi
    omnibus cupientibus che erano già tutti entusiasti
    ad hostium castra (contendit). (si dirige) verso l’accampamento dei nemici.
    Crasso coglie così il momento buono per trasformare le premesse di una sconfitta (le effettive condizioni di disagio e difficoltà, e le migliori prospettive del nemico) nelle premesse di una vittoria.

  2. #52
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    Predefinito

    Cap. 25
    I Romani sono andati all’attacco di Galli, eccoli sotto l’accampamento nemico, organizzato (quasi) alla Romana da uomini che avevano combattuto sotto Sertorio, con tecniche Romane
    Ibi Qui
    cum alii fossa complerent, mentre alcuni riempivano il fossato
    alii [ed] altri
    multis telis coniectis tirando molti dardi
    defensores vallo munitionibusque (depellerent), (respingevano) i difensori dal vallo e dalle fortificazioni,
    auxiliaresque e gli ausiliari,
    quibus ad pugnam non multum Crassus confidebat nei quali Crasso non faceva molto affidamento per la battaglia,
    lapidibus telisque subministrandis somministrando pietre e dardi,
    et ad aggerem caespitibus comportandis e trasportando zolle al terrapieno,
    speciem atque opinionem pugnantium praeberent, davano l’idea e l’impressione di combattere,
    cum item ad hostibus constanter ac non timide pugnaretur e mentre anche i nemici combattevano con tenacia e coraggio
    telaque ex loco superiore missa e i [loro] dardi lanciati dall’alto
    non frustra acciderent, non cadevano invano,
    equites i cavalieri,
    circumitis hostium castris avendo fatto il giro dell’accampamento dei nemici,
    Crasso renuntiaverunt avvertirono Crasso
    non (1)
    eadem (2)
    esse (3)
    diligentia (4)
    ab decumana porta che dalla porta decumana
    castra l’accampamento
    (1) non
    (3) era
    munita fortificato
    (2) (4) con la stessa cura
    facilemque aditum habere ed era possibile entrare facilmente.

  3. #53
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    Predefinito Cap. 26

    Come l’adulèscens Publio Crasso circuisce gli Aquitani, della serie “fatti a fidare de ‘sti romanacci!”
    Crassus Crasso
    equitum praefectos cohortatus avendo esortato i comandanti della cavalleria I Romani erano tendenzialmente concreti e preferivano dire “equitum” (dei cavalieri) piuttosto che “equitatus” (della cavalleria), e parlare di Galli, piuttosto che della Gallia
    ut (1) affinché incitassero
    (2) i loro
    magnis praemiis pollicitationibusque con [la promessa di] grandi premi e ricompense
    suos (2)
    excitarent, (1),
    (3) mostrò
    quid fieri vellet ciò che voleva che si facesse
    ostendit. (3).
    illi Quelli [cioè i comandanti della cavalleria]
    ut erat imperatum (4)
    eductis iis cohortibus avendo fatto uscire quelle coorti
    quae che,
    (4) come era stato comandato,
    praesidio castris (5)
    (6) erano state
    relictae lasciate
    integrae ab labore esenti da fatica
    erant (6)
    (5), a presidiare l’accampamento,
    et longiore itinere circumductis, e avendoli condotti per una via più lunga,
    ne ex hostium castris conspici possent, affinche non potessero essere visti dall’accampamento dei nemici,
    (omnium) oculis mentibusque ad pugnam intentis essendo gli occhi e le menti (di tutti) intenti alla battaglia
    (7) giunsero
    celeriter velocemente
    ad eas a quelle
    quas diximus (8)
    munitiones fortificazioni
    (8) che dicemmo
    pervenerunt (7)
    atque e
    his prorutis avendole abbattute
    prius (9)
    in hostium castris constiterunt consolidarono [le lo posizioni] nell’accampamento nemico
    (9) prima
    quam plane ab his videri che non fossero neanche visti
    aut o
    (10) potessero prendere conoscenza
    quid rei generetur di cosa stava succedendo
    cognosci possent. (10).

  4. #54
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    Predefinito

    tum vero Allora
    clamore ad ea parte audito avendo udito il clamore da quella parte
    nostri i nostri
    (1) presero ad attaccare con più vigore
    redintegratis viribus, con forze rinnovate,
    quod plerumque in spe victoriae accidere consuevit cosa che suole di solito accadere nella speranza della vittoria,
    acrius impugnare coeperunt. (1).
    hostes I nemici
    undique circumventi circondati da tutte le parti
    desperatis omnibus rebus disperando del tutto
    (2) cercarono
    se per munitiones deicere di gettarsi dalle fortificazioni
    et e
    (3) di salvarsi
    fuga con la fuga
    salutem petere (3)
    intenderunt. (2).
    quos (4) Avendoli inseguiti
    equitatus la [nostra] cavalleria
    apertissimis campis in campi apertissimi [e quindi senza ripari]
    consectatus (4)
    (5) rientrando nell’accampamento
    (6) a notte inoltrata
    (7) ne lasciarono [vivi]
    (8) appena una quarta parte
    ex numero dal totale
    milium L di cinquantamila
    quae (9) che si sapeva
    (10) che erano convenuti
    ex Aquitania Cantabrisque dall’Aquitania e dai Cantabri
    convenisse (10)
    constabat, (9),
    vix quarta parte (8)
    relicta (7)
    multa nocte (6)
    se in castra recepit. (5).

  5. #55
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    Predefinito Cap. 27

    Conseguenze della battaglia
    Hac audita pugna Avendo saputo di questa battaglia,
    maxima pars Aquitaniae la maggior parte dell’Aquitania
    sese Crasso dedidit si arresero a Crasso
    obsidesque (ultro) misit. e mandò ostaggi (spontaneamente).
    Quo in numero Tra cui
    fuerunt ci furono
    Tarbelli Bigerriones Ptianii Vocates Tarusates Elusates Gates Ausci Garunni Sibulates Cocosates; i Tarbelli, i Bigerrioni, gli Ptiani, i Vocati, i Tarusati, gli Elusati, i Gati, gli Ausci, i Garunni, i Sibulati e i Cocosati;
    paucae ultimae nationes poche lontane tribù
    anni tempore (confisae), (confidando) nella stagione,
    quod hiemps suberat, perché stava arrivando l’inverno,
    id facere neglexerunt. si rifiutarono di farlo.
    Finiscono qui le notizie che Cesare ci dà su questo valente adulèscens. Sappiamo che lo manderà, con mille cavalieri Galli in aiuto del padre in procinto per partire per la spedizione contro i Parti.

  6. #56
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    post di shelburn del 03-06-2001, 21:05

    Lasciamo per il momento Cesare e seguiamo brevemente la fine di Crasso.
    Non starò qui a parlare della spedizione di Crasso padre contro i Parti che per quanto riguarda la sorte di Crasso figlio.
    Seguirò la traduzione dal greco di Daniela Manetti (i classici della BUR).
    Dice dunque, Plutarco, ad un certo punto:
    (…) si ritirò a svernare in Siria, ad attendervi il figlio che era in arrivo dalla Gallia da parte di Cesare, decorato per atti di valore e alla testa di mille cavalieri scelti.(…) impiegò parecchi giorni a misurare meticolosamente con pesi e bilance i tesori della dea di Ierapoli (…) il primo segno di sventura gli venne da questa dea, che taluni identificano con Afrodite, altri con Era (…) difatti, mentre uscivano dal tempio, sulla soglia scivolò per primo il giovane Crasso e il padre cadde su di lui. (…) alcuni (…) riferivano notizie preoccupanti (…) dicendo che a quegli uomini non c’era modo di sfuggire quando inseguivano e d’altra parte quando fuggivano erano irraggiungibili; il loro apparire era preceduto da frecce alate che perforavano tutto prima che si scorgesse chi le aveva lanciate, le armi poi dei cavalieri corazzati penetravano dappertutto ma erano impenetrabili ai colpi altrui. A queste notizie il coraggio dei soldati era scosso (…)
    Si tratta della famosa cavalleria dei Parti, armata di archi rafforzati, dotati di una maggiore gittata rispetto agli archi soliti. Questo, unito all’uso dei cavalli, gli permetteva di lanciare frecce da lontano, fuori dalla portata degli avversari, e di allontanarsi, se questi li avessero attaccati.
    Artavasde, re degli Armeni (…) promise altri diecimila cavalieri corazzati e trentamila fanti, mantenuti a sue spese. Cercò inoltre di persuadere Crasso ad attaccare la Parzia passando per l’Armenia: così infatti avrebbe condotto il suo esercito non solo in mezzo all’abbondanza, che avrebbe messo a sua disposizione, ma avrebbe proceduto con sicurezza, protetto da molte montagne e da catene ininterrotte di colline e da regioni inadatte alla cavalleria, la sola forza dei Parti. Crasso apprezzò come si conveniva le premure del re e il suo splendido aiuto, ma rispose che sarebbe passato per la Mesopotamia, dove aveva lasciato molti e valorosi cittadini romani. E con ciò il re di Armenia ripartì. (…) Cassio, nel corso di una discussione con Crasso, lo consigliò insistentemente di ritirare le truppe dentro una delle città presidiate, finché non avesse avuto notizie sicure sul nemico, o altrimenti di muovere verso Seleucia seguendo il fiume (…) Mentre Crasso stava ancora esaminando i problemi e formulando una decisione, sopraggiunse un capotribù arabo, uomo falso e infido (…) aveva fama di filoromano. In quell’occasione invece subornò Crasso – d’accordo con i generali del re – per poterlo allontanare il più possibile dal fiume e dalle pendici montane e gettarlo nella pianura immensa dove poteva essere circondato.
    il re cui si accenna è, naturalmente, Orode, re dei Parti, che stava attaccando l’Armenia, e aveva mandato Surena contro i Romani.
    Allora dunque, convinto Crasso a staccarsi dal fiume, Abgaro guidò i Romani nel mezzo della pianura per una via dapprima comoda e agevole, ma in seguito faticosa, poiché il fondo era costituito di alte sabbie e la piana era senza alberi e senz’acqua e non offriva confini visibili da nessuna parte (…) Abgaro, che era un uomo scaltro, con lui faceva di tutto per rassicurarlo servilmente, esortandolo a sopportare ancora per un poco, per poi beffarsi dei soldati, mentre correva lungo la colonna di marcia in loro appoggio, deridendoli:
    “Credete forse di marciare attraverso la Campania, per desiderare le fontane, i ruscelli e i luoghi ombrosi e i bagni – magari ogni giorno – e le locande? Non vi ricordate che state attraversando i confini dell’Arabia e dell’Assiria?”

    La Campania allora era considerata uno dei posti più belli e desiderabili al mondo.

  7. #57
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    post di shelburn del 04-06-2001, 17:45
    Così Abgaro faceva la parte del maestro con i Romani e, prima che il suo inganno fosse scoperto, se ne partì a cavallo, non all’insaputa di Crasso, ma avendolo convinto anche stavolta che avrebbe lavorato segretamente a scompigliare i piani del nemico. (…) alcuni di quelli mandati in avanti tornarono a riferire che gli altri erano stati massacrati dai nemici (…) formò un quadrato profondo a due fronti, ciascuno dei quali si estendeva per dodici coorti. Presso ogni coorte piazzò uno squadrone di cavalleria, perché nessun punto fosse privo dell’appoggio dei cavalieri, ma procedesse ugualmente protetto da ogni lato. Affidò un’ala a Cassio e l’altra al giovane Crasso, mentre egli si pose al centro (…) finché non furono in vista i nemici: i quali, sorprendentemente, non apparvero né numerosi né impressionanti per i Romani. In effetti Surena aveva disposto il grosso delle truppe dietro l’avanguardia e nascosto il bagliore delle armi dando l’ordine di coprirle con mantelli e pellame. Quando furono vicini e il generale ebbe dato il segnale di combattimento, immediatamente la pianura si riempì di un suono cupo e di un rimbombo terrificante. I Parti infatti non si incitano al combattimento con corni e trombe, ma battono con martelli di bronzo, tutti insieme e da ogni punto, su dei tamburi di pelle tesa e vuoti, che producono un suono profondo e terribile, un misto di ruggito selvaggio e di un brontolio di tuono. Avevano probabilmente constatato che di tutti i sensi l’udito è quello che più facilmente sconvolge l’anima e rapidamente ne eccita le emozioni e, più di tutto, turba l’intelletto.
    Di fronte ai Romani paralizzati da quello strepito, d’improvviso, gettando le loro coperture, i Parti apparvero alla vista splendenti come fiamme nei loro elmi e corazze di ferro della Margiana, dalla lucentezza viva e brillante, con i loro cavalli bardati da finimenti di ferro e di bronzo: più alto e più bello di tutti Surena, non corrispondente, nella bellezza di tipo femminile, alla sua fama di valoroso, ma piuttosto vestito alla foggia dei Medi, con il volto imbellettato e i capelli divisi da una scriminatura, mentre gli altri Parti portavano ancora le chiome lunghe alla maniera scita, con un ciuffo alto sulla fronte per incutere timore. (…) si vedeva la velocità e la forza di quelle frecce, che trapassavano le armature e penetravano attraverso qualsiasi riparo, duro o molle che fosse. I Parti, tenendosi a distanza, cominciarono a scagliare da ogni parte contemporaneamente i loro dardi, senza neanche prendere la mira, poiché la formazione romana era così densa e compatta che non si poteva fallire il bersaglio neanche a volerlo, e dando dei colpi vigorosi e violenti con quegli archi grandi e forti che per la loro larga curvatura scagliavano la freccia con impeto irresistibile. A quel punto la situazione dei Romani era già critica: infatti resistendo al loro posto nello schieramento erano feriti in massa, se cercavano di avanzare contro il nemico (…) i Parti fuggivano continuando a scagliare dardi e, dopo gli Sciti, praticano meglio di chiunque altro questa manovra (…)

  8. #58
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    post di shelburn del 09-06-2001, 13:10
    Fintanto che ebbero la speranza che i Parti, dopo aver finito le frecce, desistessero dalla battaglia o venissero al corpo a corpo, i Romani tennero duro, ma quando videro che essi avevano a disposizione molti cammelli carichi di frecce, a cui l’avanguardia della cavalleria andava ad attingere, allora Crasso non vedendo una fine si perse d’animo e mandò delle staffette al figlio con l’ordine di costringere il nemico allo scontro prima di venire accerchiato, giacché i Parti premevano soprattutto su di lui e galoppavano intorno alla sua ala con l’intenzione di prenderlo alle spalle. Allora il giovane, presi mille e trecento cavalieri, di cui mille erano quelli di Cesare, cinquecento arcieri e otto coorti dei fanti pesanti più vicini, li condusse all’attacco. I Parti che lo stavano aggirando, o perché si imbatterono in paludi, come alcuni dicono, o perché manovrarono per cogliere Publio il più lontano possibile dal padre, invertirono la direzione e si diedero alla fuga. Questi, gridando che i nemici non lo attendevano, si slanciò all’attacco e con lui Censorino e Megabacco, quest’ultimo uomo di coraggio e forza eccezionali. Censorino investito anche della dignità senatoriale e grande oratore, ambedue amici di Crasso e pressappoco suoi coetanei. Dopo i cavalieri all’inseguimento, nell’entusiasmo e nella gioia della speranza, neppure la fanteria rimase indietro: erano convinti infatti di avere ormai vinto e di cominciare l’inseguimento, fino al momento in cui, spintisi molto avanti, si accorsero dell’inganno perché contemporaneamente coloro che sembravano fuggire fecero dietro-front e altri li assalirono in numero ancora maggiore. (…) ..se cercavano di estrarne a viva forza le punte ripiegate e affondate nelle vene e nei nervi, si straziavano ancora di più rovinandosi con le loro stesse mani. Mentre molti morivano così, quelli ancora vivi erano incapaci di difendersi: quando Publio li incitò a slanciarsi contro i cavalieri corazzati, gli mostrarono le mani inchiodate sugli scudi e i piedi trapassati e conficcati al suolo da un dardo, così da essere impotenti a fuggire e a difendersi. Allora egli stesso mosse i suoi cavalieri vigorosamente all’attacco e caricò i Parti, ma era in svantaggio nell’offesa e nella difesa, poiché colpiva, con le sue lance piccole e deboli, corazze di pelle non conciata o di ferro, e riceveva i colpi di picche sui corpi coperti di un’armatura leggera o seminudi dei Galli: su di loro Publio contava di più e in effetti con loro fece prodigi di valore. Afferravano le aste dei Parti, si avvinghiavano ai loro nemici e li tiravano giù da cavallo, sebbene fossero difficili da muovere a causa della pesante armatura; molti, abbandonati i loro cavalli e strisciando sotto quelli dei Parti, li colpivano al ventre: le bestie si impennavano allora per il dolore e morivano calpestando insieme padroni e nemici. Ma soprattutto il caldo e la sete – ad entrambi non erano abituati – torturavano i Galli, che inoltre nella maggior parte avevano perduto i cavalli slanciandosi contro le aste partiche. Furono dunque costretti a ritirarsi presso la fanteria, portando con sé Publio ormai gravemente ferito.

  9. #59
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    post di shelburn del 09-06-2001, 21:23
    Avendo visto una duna di sabbia nelle vicinanze, vi ripararono e legarono i cavalli al centro, mentre si proteggevano verso l’esterno con gli scudi accostati: speravano così di difendersi più facilmente dai barbari, ma accadde proprio il contrario. (…) Con Publio erano due Greci che abitavano nella regione, a Carre, Ieronimo e Nicomaco. Costoro tentarono di convincerlo a fuggire con loro e a rifugiarsi ad Icne, una città non lontana che si era schierata dalla parte dei Romani. Publio, affermando che nessuna morte avrebbe potuto essere tanto atroce da indurlo per paura ad abbandonare chi si faceva uccidere per lui, ordinò loro di mettersi in salvo e li congedò con una stretta di mano. Quanto a lui, poiché non era più in grado di usare la mano, trapassata da un dardo, ordinò al suo scudiero di ucciderlo con la spada, offrendogli il fianco. Dicono che allo stesso modo morì Censorino, invece Megabacco si uccise da sé come gli altri ufficiali importanti. Quanto ai superstiti, i Parti saliti all’attacco li trapassarono con le lance mentre ancora combattevano. Dicono che ne furono presi vivi non più di cinquecento. Tagliata la testa a Publio, si affrettarono subito contro Crasso.
    La situazione di Crasso intanto era questa: dopo aver ordinato al figlio di attaccare i Parti e aver ricevuto la notizia che il nemico era messo in rotta e inseguito a tutta forza, osservò che i suoi immediati avversari non lo incalzavano più come prima (infatti per lo più si erano precipitati dove era Publio), riprese un po’ di coraggio e, raccolte le truppe, le ritirò in una posizione elevata, aspettandosi che il figlio tornasse subito dall’inseguimento. Le staffette inviategli da Publio, non appena si era trovato in pericolo, una prima volta si imbatterono nei barbari e furono uccise, ma le ultime sfuggirono a stento e annunciarono che Publio era perduto se non riceveva da lui aiuti immediati e sostanziosi. Allora Crasso (…) incominciò a far avanzare le sue forze. In quel momento i nemici attaccarono più terribili di prima con grida e canti di vittoria. Di nuovo i tamburi muggivano in massa tutto intorno ai Romani, i quali si attendevano l’inizio di un’altra battaglia. Invece quelli, portando la testa di Publio infissa su una picca, si spinsero avanti e la ostentarono chiedendo per scherno chi fossero i genitori, “giacché non era possibile che un figlio così generoso e splendidamente valoroso fosse nato da un padre tanto vile ed inetto come Crasso”.

  10. #60
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    post di shelburn del 09-06-2001, 22 : 55
    Quella vista – più di tutti i pericoli – fiaccò e prostrò gli animi, poiché tutti furono presi non dall’ardore necessario a difendersi, come sarebbe stato naturale, ma da brividi di terrore. Eppure si dice che Crasso, almeno, si mostrò in quel frangente terribile superiore a se stesso: infatti passando in rassegna le file gridava: “ Questo lutto, Romani, è solo mio, ma la grande fortuna e la gloria di Roma vivono intatte e invitte in voi, che siete vivi. Se sentite un po’ di compassione per me, privato del migliore di tutti i figli, dimostratelo con il vostro furore contro i nemici. Privateli della loro esultanza, puniteli della loro crudeltà, non lasciatevi sgomentare da ciò che è accaduto, poiché si deve pur soffrire qualcosa se si aspira a grandi mete (…)”
    Crasso riuscì a salvarsi, al momento, ma, mentre Cassio si mise in salvo con cinquecento uomini, lui, mentre nei giorni seguenti cercava di raggiungere le zone montuose, fu attirato in un tranello, ancora una volta, da Surena, colla scusa di un colloquio, e ucciso. Surena inviò la testa e la mano di Crasso a Orode, re dei Parti, che si trovava in Armenia e si era già riconciliato con Artavasde, re degli Armeni, e aveva acconsentito alle nozze della sorella di lui con il proprio figlio Pacoro. L’orribile trofeo fu accolto con grida di gioia dai Parti che erano al banchetto (le tavole erano state sparecchiate), e furono persino recitati dei versi, mimando il delirio dionisiaco.
    Non molto tempo dopo Orode, invidioso del prestigio di Surena, lo fece uccidere. Lui, dopo aver perduto il figlio Pacoro, sconfitto in battaglia dai Romani, fu strangolato dal figlio Fraate.
    Per chi voglia approfondire questo tema, consiglio di leggere la vita di Crasso di Plutarco per intero, di cui io ho estratto pochi passi, in onore di quello sfortunato adulèscens che, seppur trattato orrendamente dai suoi nemici, ebbe però la loro stima ed ammirazione.

 

 
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