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''Un incidente? In questo caso, è ancora più grave''
Caso Calipari. Conversazione con Marco Calamai, ex consigliere speciale dell'Autorità Provvisoria a Nassiriya: ''Improbabile che gli Usa non fossero stati informati''
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"Se la Sgrena non fosse andata in una zona pericolosa e sconsigliata per mire giornalistiche, Calipari forse sarebbe ancora vivo". "Divieto assoluto alla presenza di civili in Iraq. Se qualcuno se la va a cercare, chi è causa del suo mal pianga se stesso": chi usa questo linguaggio umanamente e politicamente volgare, inquietante, non è uno che passa per caso in strada, ma il ministro per le riforme, il leghista Roberto Calderoli. Continua il linciaggio nei confronti di Giuliana, una campagna - come dice Pietro Folena - "ignobile e becera,contro chi è stata vittima di un sequestro terribile e reca i segni di quell'esperienza, una persona che per mestiere e vocazione cerca la verità". Si tratta di "depistaggi - prosegue Folena - che mirano a nascondere agli occhi dell'opinione pubblica ciò che è accaduto dopo il rilascio a partire dall'assurda morte di Nicola Calipari"
La ricerca della verità: questo è il problema,una "verità che forse non si conoscerà mai fino in fondo". Sono, queste, parole di Marco Calamai, giornalista, esperto di cooperazione internazionale, profondo conoscitore dell'Iraq avendo ricoperto il ruolo di Consigliere speciale dell'Autorità Provvisoria a Nassiriya, prima della tanto criticata gestione di Paola Contini. Calamai esprime subito, in questa nostra conversazione, una forte preoccupazione. Certo che si possono fare delle ipotesi: il giornalismo deve produrre conoscenza, indagare dentro gli avvenimenti, ma "se la tragedia che abbiamo vissuto si trasforma in un giallo si perde la sostanza politica di fatti gravissimi". "Su ipotesi che si chiamano complotto, agguato, non sono in grado di esprimermi - prosegue - non ho elementi. Nella storia tutto è possibile ma è bene lavorare su quello che abbiamo sotto mano. Allora parlare di un incidente di percorso non vuol dire - precisa - buttare acqua sul fuoco. Al contrario ci indica una situazione gravissima, ci dice che in quella zona nessuno ha più il controllo di niente. Quelli che si chiamano incidenti sono la normalità. Ogni giorno si muore. Ma non è una fatalità o mancanza di coordinamento. Può accadere che una pattuglia non bene informata abbia sparato. Così come dovrebbe essere noto che la maggioranza dei soldati americani non sono preparati. Vanno là giovani e giovanissimi per guadagnare qualche soldo, per conquistare la evergreen card che, quando tornano dà loro diritto ad un posto di lavoro. Sono impauriti, non sanno neppure dove si trovano, traumatizzati. Se vedono un topo che si muove, qualcosa che si muove, si sa cosa sparano. Non sono i marine che si vedono nei film. Questo è il risultato della guerra, non fatalità, un caso, un incidente che si verifica una volta e mai più".
Calamai si accalora, spiega, rivive la sua esperienza in Iraq, replica all'ottimismo che Bush e Berlusconi diffondono a piene mani sul progredire verso la democrazia in questo tormentato paese. "La sparatoria contro l'auto, l'uccisione di Calipari - ci dice -, sono una cartina tornasole, disegnano una situazione drammatica del paese. Dopo due anni di guerra c'è una parte dell'Iraq totalmente fuori controllo, c'è una resistenza armata da parte dei sunniti assai diffusa. La linea Bush è fallita dal punto di vista militare e della stessa logica americana". Introduciamo il problema del rapporto fra servizi italiani e americani. Calamai la pensa diversamente da quanto è stato scritto in questi giorni, del fatto che i nostri servizi potrebbero aver operato da soli, senza dialogo con i comandi militari statunitensi. "Intanto - dice - non è credibile che la pattuglia non fosse stata informata. Comunque domandiamoci, se ciò fosse vero, come è potuto accadere. All'aeroporto c'era un ufficiale Usa che attendeva l'arrivo dell'auto. Quindi si sapeva: tutto era stato messo in moto. Per mia esperienza, ti dirò che i nostri militari, i nostri servizi non fanno niente se non è concordato con gli americani, anche i pagamenti di eventuali riscatti. Siamo totalmente alle dipendenze Usa e non è pensabile che nell'arco di un mese non vi siano stati contatti con i comandi americani".
Il quadro che delinea Calamai è più che allarmante, va ben oltre il "giallo" di cui difficilmente si saprà chi è l'assassino. Introduce nella conversazione un altro elemento: le elezioni, la riunione del parlamento, il governo. "Le elezioni gli Usa non le volevano, avrebbero preferito formare un parlamento dall'esterno. Le hanno volute gli sciiti e i curdi. Le ha volute Al Sistani. Se non si fa un accordo con i sunniti la situazione del paese, se possibile - ritiene Calamai - precipiterà ancora più in basso. Il parlamento forse si riunirà verso la metà del mese. Come è noto a tutti, i sunniti vogliono il ritiro delle truppe d'occupazione. La resistenza armata continuerà, non verranno deposte le armi se i militari stranieri non tornano a casa. Lo stesso Al Sistani dovrà porre il problema del ritiro delle truppe d'occupazione. In questa ottica si devono definire le posizioni del governo italiano, la questione della fuoriuscita del nostro paese dalla guerra. A Nassirija c'è un Consiglio provinciale eletto. Ci sono contatti politici? Si conoscono i programmi, i progetti, i bisogni primari. Ci sono piani di ricostruzione? C'è un ruolo che si può giocare,un ruolo di pace?"
Finisce così la conversazione con Calamai,con gli interrogativi non di un "giallo" ma di un dramma del mondo moderno che coinvolge la vita di milioni di persone.
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