In Origine Postato da Fuori_schema
Totila si ha qualche notizia sulla ripartizione, o meglio di "come è strutturato" questo deficit e della tipologia di spese che lo hanno generato e lo generano?
Sarebbe molto interessante.
I deficit Usa faranno deragliare l’economia mondiale?
2 febbraio 2005
di Rocki Gialanella - rockgia@yahoo.it
Tony Dolphins, directors of economics and strategy di Henderson Global Investment, sostiene che l’esecutivo Usa e I mercati finanziari non stanno sviluppando le condizioni per poter evitare I pericoli derivanti da un ulteriore crescita dei deficit Usa. E per il futuro…..
Partendo dalla descrizione di uno scenario di crescita e inflazione benigno per il futuro sia dei titoli di debito che di quelli di rischio, Tony Dolphins- directors of economics and strategy di Henderson Global Investment- cerca di individuare quali sono i rischi che potrebbero alterare il consensus forecast per il biennio 2005- 2006. Le previsioni formulate dalla maggior parte degli esperti fotografano la crescita del Pil Usa al 3,5%, quella europea al 2% e vedono il Pil nipponico al rialzo dell’1,5%. Allo stesso tempo, le autorità cinesi hanno dichiarato di volersi impegnare a stabilizzare il tasso di crescita domestico in un range compreso tra l’8% e il 9%. Sul fronte dei tassi di interesse, gli esperti si aspettano una stabilizzazione del costo del denaro tra il 3% e il 4% in ragione della necessità di riportare i rendimenti reali in territorio positivo. I rendimenti medi del comparto obbligazionario dovrebbero così attestarsi intorno al 4%, e quelli dei listini azionari dei paesi industrializzati posizionarsi su livelli vicini al 7%. Si tratterebbe di ritorni di tutto rispetto nel caso in cui fossero confermate le previsioni relative ad un inflazione limitata al 2%- 2,5%.
Ma quali sono i rischi derivanti dal verificarsi di uno scenario diverso da quello descritto? Secondo Dolphin i maggiori rischi di destabilizzazione sono legati sia alla probabilità che si verifichi un nuovo attacco terroristico in uno dei paesi industrializzati, sia al peggioramento dei deficit gemelli negli Stati Uniti. Il comportamento delle istituzioni e dei privati nordamericani alimenta continuamente lo squilibrio tra la parte di reddito destinata alle spese e quella risparmiata. Il governo in carica sta spendendo più di quanto si possa permettere. I cittadini statunitensi stanno spendendo più di quanto guadagnano. I deficit si riflettono sia nella vendita di titoli di Stato ai paesi asiatici, sia nell’eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni. Le spese militari e i massicci tagli fiscali decisi dal governo Bush a partire dal 2000, hanno trasformato un surplus di 236 miliardi in un deficit di 521 mld nell’arco di soli quattro anni. La crescita della spesa pubblica ha aiutato l’economia Usa in un momento di estrema difficoltà vissuto agli inizi del nuovo millennio. L’eccessiva accelerazione sul fronte del deficit ha però creato un problema sul fronte della sua sostenibilità nel medio periodo.
Gli squilibri del settore privato trovano conferma nella fiacchezza dei nuovi investimenti realizzati dalle corporate statunitensi. Dopo lo scoppio della bolla speculativa sui titoli tecnologici, le corporate Usa hanno deciso di tagliare le risorse destinate ai nuovi investimenti e di concentrarsi sulla riduzione dei debiti contratti in un fase storica caratterizzata da un ottimismo fuori dalle righe. Il nuovo approccio ha portato una considerevole riduzione del deficit delle imprese. A tal proposito, il money manager sottolinea che i continui tagli operati dai vertici aziendali non sono stati sufficienti ad annulare l’enorme deficit accumulato durante l’euforia irrazionale degli anni Novanta. La politica monetaria espansiva decisa dalla Fed per incentivare i consumi sembra aver trasferito l’euforia irrazionale ai singoli cittadini statunitensi. Il personal saving rate degli statunitensi naviga su posizioni molto vicine allo zero. E le previsioni per i prossimi anni dicono che questa percentuale potrebbe addirittura posizionarsi su livelli negativi.
Dolphins evidenzia che non ci sono variabili in grado di sostenere un’inversione del trend in atto. Il governo in carica non sembra intenzionato a ridurre il deficit. I mercati finanziari continuano a mantenere bassi i rendimenti dei Treasury Bond decennali, rendendoli poco appetibili agli stessi investitori Usa. Dolphin ricorda che la presenza di tassi di interesse bassi ha sempre spinto i governi a peggiorare i conti pubblici. Il manager sostiene che la forza del mercato immobiliare rappresenti una delle variabili chiave per capire le ragioni che stanno alla base del calo della propensione al risparmio. L’incremento del valore degli immobili posseduti ha spinto molte famiglie Usa ad indebitarsi con maggiore facilità. Anche se questo non può durare in eterno, il money manager sostiene che non ci sono gli elementi per assistere ad un radicale cambiamento nel breve periodo.
Dolphins sostiene che gli Usa potranno beneficiare del finanziamento proveniente dagli stati asiatici fino a quando questi ultimi non risolveranno alcune importanti questioni interne. Attualmente il Giappone non è in grado di sostenere la crescita con la sola forza della domanda interna, la Cina non può rinunciare alla tenuta delle esportazioni dirette verso gli Usa per riuscire ad assorbire i numerosi lavoratori rurali che si spostano verso le città, e le altre economie asiatiche sono troppo deboli per poter affrontare una crisi simile a quella del 1997. Le variabili fin qui analizzate spingono lo strategist a consigliare a tutti gli investitori sprovvisti di un orizzonte temporale di lungo periodo di stare lontano dai listini azionari. I deficit Usa si stanno avviando verso livelli talmente insostenibili da poter scatenare una recessione globale dell’economia nei prossimi anni.


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