DENTRO LA GLOBALIZZAZIONE
La massa è stata tenuta fuori dall’evento ed essa stessa si è estraniata dallo spettacolo. La massa se ne frega dei rivoltosi da stadio. Un tempo c’erano le sezioni dei partiti, dal vecchio Pci al vecchio Msi, che coinvolgevano la massa con i dibattiti in sezione cui seguivano manifestazioni veramente politiche; ma oggi le sezioni non ci sono più, c’è la propaganda, c’è lo spettacolo, la farsa, la tragedia, non la storia. La massa, dunque, non è potuta entrare nel merito della situazione perché nessuno ha voluto che così fosse. Perfino Rifondazione, nei giorni di vigilia, ha voluto fare "la festa" al G8 con ……..i concerti all’aperto di rock bands, tra fiumi di birra e fumi di spinello di cui la massa — quella che non a caso non vota più querce ed ulivi — non sa che farsene; a Marx non sarebbero piaciuti questi rivoluzionari musicanti ed "oppiati".
Tutto questo conduce ad un’altra riflessione: al tempo della Rivoluzione Industriale ci furono Proudhon, Saint Simon, Fourier, Blanc, Marx ed il suo Manifesto; oggi dovremmo contentarci del "No Logo" della Klein e del subcomandante Marcos? No, tutto quello che è avvenuto non è per niente serio. Il rischio è che l’uomo non si faccia carico in modo responsabile di questo fenomeno complesso che è la globalizzazione per dominarlo. C’è il pericolo che si decreti la morte della critica al capitalismo e che si consideri come qualcosa di fatale la globalizzazione. La quale non è certamente un mostro venuto chissà da dove, ma è un fatto umano, è un segno dei tempi, ed in quanto tale essa può essere criticata e governata, può essere dominata e diretta verso effetti benefici.
Si tratta allora di ritrovare le coordinate politiche e culturali esatte, di uscire dallo spettacolo, di penetrare nella globalizzazione per vederla dal di dentro. Il neoliberismo, il mercantilismo, la globalizzazione come spettacolo delle multinazionali e di immensi cartelli o monopoli, la deregolamentazione assoluta, il consumismo di massa, l’utilitarismo, tutto questo ci dice che la maschera della globalizzazione nasconde il volto sfregiato del capitalismo finanziario. L’economia reale delle nazioni è ormai da lungo tempo assediata dalla barbarie dell’economia puramente finanziaria.
E’ il capitalismo finanziario, attraverso la globalizzazione dei mercati finanziari, a generare le nuove povertà e ad approfondire il divario tra paesi ricchi e paesi poveri che si sconfigge solo con una politica di collaborazione e di cooperazione basata sulle forze reali dell’economia produttiva. Il problema della vertiginosa e distruttiva crescita dell’economia finanziaria a danno dell’economia reale è un problema sottovalutato quando non volutamente ignorato.
Ormai si è passati dal commercio delle materie prime e dei prodotti industriali a quello dei prodotti finanziari. Ed il capitalismo finanziario, che naviga in internet, non conosce frontiere, nazioni, civiltà, usi e costumi, tradizioni popolari, diversità, differenze; non conosce risparmio, carità, solidarietà, famiglia, patrimonio, valori; il capitalismo finanziario è nomade e selvaggio, ha mercantilizzato ogni aspetto della vita sociale: l’arte, la cultura, la cura degli uomini, il sesso, l’informazione, i rapporti umani, le relazioni fra Stati.
A questo punto il dilemma è: economia sociale o economia finanziaria? Mercato come luogo d’incontro tra tutte le categorie sociali e produttive o come preda delle multinazionali finanziarie? Globalizzazione sociale o globalizzazione finanziaria? E’ la mancata o confusa risposta a queste domande che rende farsa, falsa e incomprensibile la protesta antiglobalizzazione del festaiolo popolo di Seattle, il quale non a caso non sa individuare un nemico certo e definitivo né riesce a dare un contenuto culturale e progettuale comprensibile per le masse alla protesta.
La verità è che l’allegro popolo di Seattle è figlio di una cultura e di una politica già sconfitte nella guerra al capitalismo del secolo scorso; i rivoluzionari festaioli e pro droga liberalizzata e globalizzata provengono dall’internazionalismo marxista; nella loro protesta prevalgono le vecchie categorie della sconfitta lotta di classe comunista.
Ma l’ascesa del capitalismo finanziario non è irresistibile, la globalizzazione può essere dominata dall’uomo, può avere effetti benefici; una vera e reale giustizia sociale è possibile. E’ necessario, però, avere il coraggio di mobilitare una diversa cultura politica, ed è qui che si può aprire una nuova storia per i socialisti.
Per contrastare e sconfiggere il capitalismo finanziario e per dominare la globalizzazione è necessario che una politica forte riacquisti il suo ruolo sulla base di un progetto culturale inedito. E’ necessario progettare e realizzare una alleanza tra mercato e nazione, è necessario fare in modo che gli interessi del mercato coincidano e concordino sempre con gli interessi generali della nazione. Solo quando gli interessi del mercato(luogo d’incontro di tutte le categorie sociali e produttive) corrisponderanno a quelli della nazione si realizzerà la giustizia sociale. Per progettare tutto questo occorre riscoprire quel socialismo nazionale che già nel XIX secolo contestava il marxismo e ne profetizzava la sconfitta.
Il socialismo nazionale di Drumont e di During, il socialismo comunitaristico di Proudhon, Fourier, Toussenel, contestava "la potenza dell’oro", avversava e combatteva il capitalismo finanziario: le banche, la borsa, i tassi d’interesse, l’azionista. Per il socialismo nazionale, il capitalismo finanziario si poteva distruggere solo con una grande alleanza tra tutte le categorie della produzione, tra tutti i soggetti del mondo del lavoro. Drumont già nel 1870 profetizzò che "L’espropriazione della società ad opera del capitale finanziario avviene con una regolarità paragonabile alle leggi di natura: Se entro i prossimi cinquanta-cento anni non si fa nulla per arrestare questo processo, tutta l’Europa cadrà, legata mani e piedi, nelle mani di poche centinaia di banchieri".
Ironia della storia, proprio nel 1971 iniziò, con le misure di deregolamentazione economica, monetaria e finanziaria culminate con la decisione di sganciare il dollaro dal valore delle riserve auree, l’ascesa del capitalismo finanziario.
E’ partendo dal socialismo nazionale che i socialisti in primis, ma più generalmente tutti coloro che nella sinistra puntano a costruire una nuova forza politica di stampo autenticamente socialdemocratica e genuinamente riformista, potranno tornare a dire qualcosa di nuovo dell’economia sociale di mercato e di controllo sociale e nazionale della globalizzazione.
E’ una sfida alta quella che attende una sinistra riformata e rinnovata; una sfida che non potrà essere affrontata da quegli ex comunisti - ricordiamolo — che quando si tratta di cavalcare gli umori della piazza sono sempre in prima fila. Proprio come è accaduto per il G8 di Genova dove prima hanno organizzato come uomini di governo, in doppio petto grigio, il vertice dei Grandi della Terra, poi smesso l’abito ministeriale e perso il potere hanno reindossato "l’eskimo sessantottino" rispolverando la tradizionale "doppiezza in perfetto stile togliattiano".
Del resto la globalizzazione impone di ripensare tutte le vecchie categorie politiche: questo è quello che non hanno capito le forze deboli, sconfitte, morte e reazionarie del "seattlismo"; questo è quello che dovranno fare le forze autenticamente e genuinamente rivoluzionarie, le forze vive e selvaggiamente vitali.
Pieraldo Ciucchi
Socialisti Democratici Italiani




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