GIANLUIGI PARAGONE
--------------------------------------------------------------------------------
Il copione non cambierà mai dunque facciamocene una ragione. Ovviamente a rompere il minuetto del politically correct tocca sempre alla Lega, che poi si becca della rozza, barbara, incivile e via di questo passo. Giusto per rafforzare quella ghettizzazione culturale che va avanti da decenni.
In giro per la provincia di Treviso, un bombarolo anonimo, figlio di buona donna, si diverte a seminare il panico tra i cittadini provocando menomazioni fisiche, fino a quando poi non ci scappa il morto. Domenica sera, Unabomber ha messo a segno un altro colpo dei suoi.
Ci è andata di mezzo una povera bambina, perché si sa i primi bersagli dei vili sono sempre i deboli. Tra le reazioni più forti, c’è stata quella del ministro Roberto Calderoli che è tornato a parlare di taglia e finanche di pena di morte.
Che Calderoli ci sia andato giù piatto, non c'è dubbio. Va bene così. In politica serve anche questo se si vuole arrivare al cuore della questione.
Qual è allora la questione? Quale dibattito può scaturire dietro la proposta di una taglia o di una "morte sociale" così come ha dichiarato alla Padania il ministro stesso?
Ce n'è uno solo su cui si sta girando attorno da tempo: la funzione della pena. Che la pena debba servire come spinta rieducativa, di meditazione sull'azione criminosa commessa affinché non si ricommetta più in futuro, non c'è dubbio. Ne peccetur: lo diceva anche Seneca. Ma lo stesso Seneca diceva anche che la pena ha un valore espiativo e basta. Quia peccatum est, scriveva. Su questa doppia funzione si sono snodati i due principali filoni penalistici, criminologici e sociologici. Della pena come funzione riabilitativa è inutile parlarne anche perché mi sembra che ormai si percorre solo questa strada. Della pena come funzione retributiva invece occorre dare una rispolveratina ai manuali di diritto.
Rinfrescare la memoria serve: negli ultimi due mesi, la Giustizia ha emesso sentenze che hanno provocato una reazione emotiva sorprendente. Sentenze buoniste, le aveva definite qualcuno. Fuorviante: si tratta di sentenze rieducative. Pena dimezzata per quel Jucker che in preda a chissà quali delirii ha conficcato coltellate sul corpo della giovane Alenia; permessi premio a Omar complice di Erica nell'uccisione della di lei madre e fratellino; sconti di pena per Andrea Volpe, capo bestia tra le Bestie di Satana. Altri sconti per gli autori degli omicidi di Desirée Piovanelli, della suora della Val Chiavenna. E poi ce ne sarebbero altre di decisioni simili, non ultima quella di lasciare andare così… le zingare che stavano sottraendo la bambina alla mamma.
Una carrellata di decisioni che, come dicevo, hanno provocato una reazione sociale forte. Quella stessa reazione sociale che di per sé è la ragione fondante della funzione retributiva della pena (punire perché è giusto punire).
Punire il colpevole risponde ad un imperativo categorico, lo diceva anche Kant. Se nell'agire umano c'è il bene e c'è il male e deliberatamente si sceglie il male, non si può negare alla società di punire e di isolare il colpevole. Se dunque Calderoli parla di "morte sociale", non parla da barbaro del diritto. Si può non condividere però basta con l'ipocrisia.
Anche perché se si smonta la pena di questa sua funzione principale (principale perché in ogni comunità è prima venuta l'esigenza di punire e poi quella di rieducare) si indebolisce il concetto stesso di norma. La quale, tra i suoi elementi caratteristici, ha anche la coattività. Ti piaccia o no: questa è la disposizione comunemente accettata; se la trasgredisci, sappi che c'è una pena correlata.
Gli inquirenti dicono che forse è bastato uno sceneggiato tv per stuzzicare Unabomber. Siamo a posto: questo gioca alla sfida e lo Stato ha paura ad affermare la legge? Su Unabomber e su casi simili, vale la pena di citare Nietzsche che, nel suo Discorso della rieducazione, sosteneva: “Ciò che si vede nelle carceri non è il rimorso per ciò che si è fatto ma il rammarico per essersi lasciati prendere”.
Chiamateci pure barbari ma in questi casi: in galera e via la chiave.
[Data pubblicazione: 15/03/2005]




Rispondi Citando