ANTICIPAZIONE
Il mistero dell’esistenza umana non potrà mai essere del tutto svelato dalle scoperte e dai progressi della tecnica. E nemmeno le consolazioni dell’arte o della letteratura possono bastare. Esce un volume del cardinale Biffi

La scienza e l'enigma del Risorto

«Il Creatore mette fuori gioco i sapienti e gli intelligenti, privilegiando i piccoli, che davanti ai sistemi si trovano a mal partito»


Di Giacomo Biffi

Il nostro esistere è un enigma; ed è un enigma inquietante non tanto perché (nonostante il progresso della scienza e della tecnica) innumerevoli sono in esso i dati che restano inconoscibili e problematici, ma proprio perché esso ci tiene nascosto quale sia il suo significato e il suo destino. È un enigma che non si lascia spiegare da nessuno: i filosofi, i cultori di discipline religiose e, in genere, i pensatori professionisti tentano da sempre di penetrarlo e di scioglierlo, ma non ci riescono mai. Le loro più acute elaborazioni, i loro asserti più perentori in questo campo e persino le loro ipotesi più caute non arrivano mai a persuaderci.
Ed è un enigma insopportabile perché possiamo vivere anche senza i progressi della scienza e della tecnica, ma non possiamo vivere senza senso.
I «ministri» e «mediatori» della bellezza - i poeti, i musicisti, i cultori delle diverse arti - riescono sì ad alleviare l'angoscia di questo dramma con le loro genialità e le loro ispirazioni, consolandoci in qualche modo della contraddizione che ci punge e ci sgomenta. Ma le consolazioni non ci bastano; a inverare efficacemente la nostra natura di creature ragionevoli e a rendere plausibile questo nostro non plausibile stato di creature smarrite, è necessario che l'enigma sia oltrepassato e vinto.
E siccome ciò che in assoluto non ha senso non può esistere, come non può esistere ciò che è assurdo, dobbiamo supporre che da qualche parte ci sia qualcuno in grado di dare senso e finalità a noi e alle cose. Solo da lui, perciò - da qualcuno che ci trascenda - possiamo aspettarci una risposta pacificante.
Dio - perché solo di lui può trattarsi - con la sua risposta non si mette in gara con i filosofi, con i cultori di discipline religiose e, in genere, con i pensatori professionisti. Non propone una dottrina, realizza un fatto: un fatto - l'avvenimento pasquale - che immette senso, destino, finalità nella vicenda dell'uomo e così estingue l'enigma; un fatto che s'identifica con una persona (la persona di Gesù di Nazaret immolato e glorificato), e dunque è un fatto che può e deve farsi destinatario della nostra conoscenza d'amore e del nostro slancio di comunione vitale; un fatto e una persona che è anche un progetto onnicomprensivo - è l'eterno «disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10) - sicché nel Crocifisso Risorto ogni realtà è idealmente raccolta e compendiata.
Con questa scelta provvidenziale il Creatore mette fuori gioco una volta per tutte i «sapienti» e gli «intelligenti» di questo mondo, privilegiando invece i «piccoli». I «piccoli» infatti - che di fronte alle analisi, alle teorie, ai sistemi si trovano a mal partito - capiscono ciò che avviene o non avviene e messi di fronte a un avvenimento sono in grado di reagire, cioè di accoglierlo o di non accoglierlo.
Non è che per i «sapienti» e gli intelligenti» non ci sia speranza: la salvezza dal nonsenso e dall'assurdità è offerta a tutti, perché tutti sono in grado di tornare a essere «piccoli». Un «loghion» evangelico ci dice che intransigenza e misericordia coesistono nell'agire divino: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli» (Mt 18,3): i «grandi» non possono entrare nell'iniziativa salvifica (questa è la «intransigenza»), ma anch'essi possono sempre diventare «come bambini» (questa è la «misericordia»).
Proponendo la persona di Gesù crocifisso e risorto, compendio ideale di ogni realtà e di ogni valore, il Padre non si dimentica che ogni uomo è un essere intrinsecamente libero, razionale, signore dei suoi atti; e appunto secondo questa inalienabile prerogativa di libertà, di razionalità, di autodominio noi entriamo nella strada della salvezza.
L'accoglimento della risposta divina all'anèlito della nostra umanità (che non può vivere senza un senso e un destino) è l'atto di fede: un atto misterioso e illuminante, l'atto più ricco e tipico del nostro spirito e al tempo stesso un dono esso stesso del Dio che ci vuol salvare, l' atto nel quale tutto l'uomo si pone in comunione d'intelligenza e di amore con la pienezza di colui che è fa via, la verità e la vita, l'atto che è l'inizio in noi del nostro riscatto e della nostra rinascita.
È allora evidente che la vita di fede, nella quale ogni giusta aspirazione della nostra mente e del nostro cuore trova esaudimento gratificante, dovrà consistere in un'affettuosa ammirazione del Signore Gesù - un'ammirazione assoluta, sempre più intensa, sempre più coinvolgente - nel quale noi ritroviamo ogni bellezza, ogni verità, ogni valore.


Avvenire - 22 Marzo 2005