A PASQUA
FAI LA COSA GIUSTA
di Gianluca Felicetti
18 marzo 2005 - L’allevamento a fini principalmente alimentari è il settore che consuma il maggior numero di animali. È il settore dove la meccanizzazione della vita e le modificazioni genetiche hanno trovato una delle loro prime “palestre d’allenamento”, riducendo degli esseri viventi a mere macchine da produzione. È però il settore dove è in vigore la maggior quantità di legislazione, formalmente a protezione degli animali, e dove il termine “benessere animale” è sempre più diffuso: tanto più dopo che la piccola riforma della Politica Agraria Comune ha inserito questo parametro fra quelli sui quali stabilire parte degli aiuti economici.
L’allevamento di animali per la produzione alimentare, con i collegati settori del trasporto e della macellazione, le due fasi seguenti, è quindi un ambito importante anche perché vi sono grandi numeri, quasi “disarmanti”, solo rimanendo in Italia, ben concentrati nella regione-record della pianura padana (fatta eccezione per pecore e capre).
E proprio questa eccezione – assieme alle grandi importazioni dall’estero, in particolare dall’Est europeo - entra nel mirino di consumatori e macellatori in particolare oltre che a Natale proprio a Pasqua.
Già i numeri dell’allevamento in Italia sono grandi: 13.617.800 ovini ed 1.846.804 secondo il 5° Censimento generale dell’Agricoltura curato dall’Istat, per una macellazione annua di 7.107.159 animali di cui 5.044.026 agnelli e 395.440 capretti e caprettoni secondo i dati Ismea.
Il consumo pro capite annuo di carne è di 83,1 chilogrammi di carne (di cui 6,7 ovi-caprina), ai quali vanno sommati pesci e crostacei oltre agli altri prodotti di origine animale: 140 uova pro capite anno in maniera diretta e 78 in via indiretta (dolci, biscotti, pasta), latte con 15 litri pro capite, yogurt e formaggi, miele, in totale una quantità smisurata secondo qualsiasi nutrizionista indipendente. I prodotti di origine animale rappresentano ancora la maggioranza della spesa alimentare degli italiani, attualmente il 51,2% (fonte: Panel famiglie Ismea-ACNielsen) così suddivisa: carni, salumi e uova 23,8% (–1,6%, dovuto negli ultimi tempi in particolare a volatili e uova per la crisi di influenza aviare), latte e derivati 18,5% (–1,1), prodotti ittici 7,9% (+2,2%).
A differenza di altri settori di sfruttamento degli animali, qui c’è però la possibilità di influire direttamente da casa sulla realtà, ripensando ai propri consumi e mettendo così alla prova i cambiamenti strutturali di un settore che non solo non fa bene agli animali ma ha anche nelle sue forme intensive un grande impatto ambientale per i reflui e le emissioni in atmosfera, e inoltre crea disuguaglianze enormi alimentari fra Nord e Sud del mondo.
Dell’esistenza degli allevamenti ci accorgiamo però solo quando scoppia una delle ormai cicliche emergenze sanitarie e i telegiornali propongono crude immagini. Quasi una conferma dell’“occhio non vede, cuore non duole” (e poi anche quando “vede”, come nel caso “mucca pazza”, dopo qualche mese i consumi tornano praticamente quelli di prima). Oppure quando qualche spot pubblicitario in tv ci mostra campi verdi ed assolati, bambini sorridenti e balle di fieno, balle.
Proprio nei momenti clou di consumo, come quello della Pasqua, può scoccare la scintilla di ripensare alle nostre scelte. E salvare la vita ad un neonato, un agnello. La Pasqua sarà così, davvero, una festa di resurrezione (e le alternative sulla tavola certo non mancano…).
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