IL RETROSCENA
La grande paura della destra
"Se cade il Lazio tutti a casa"
MASSIMO GIANNINI
la Repubblica - 25 marzo 2005
FORSE esagera Rutelli, quando dice: «Berlusconi fa il comizio conclusivo con Storace? Allora Marrazzo ha già vinto». Ma è vero che la mossa del Cavaliere, a 10 giorni dalle regionali, tradisce una duplice debolezza. Quella di Berlusconi, che aveva annunciato l´intenzione di tenersi fuori dalla campagna elettorale. E quella di Storace, che macchiato dal fango di "Firmopoli" rischia seriamente di uscire sconfitto dal voto del 4 aprile. L´una e l´altra, sono le due facce di una stessa, consapevole paura: se perde il Lazio, il centrodestra perde le regionali. E se cade il Lazio, può cadere anche il governo. In queste ore, tra gli stati maggiori della Casa delle Libertà si respira un clima pesante.
SEGUE A PAGINA 7
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IL RETROSCENA
Il timore di perdere è forte, per questo Berlusconi e Fini hanno raccolto l´appello di Storace
E il Lazio diventa la Maginot
"Se si perde andiamo a casa"
L´effetto dello scandalo Mussolini si è rivelato più pericoloso del previsto, una sconfitta sarebbe disastrosa per An
Fini e Follini, difensori di identità e unità nazionale, devono affrontare un´opposizione che accusa la Cdl di spaccare il Paese
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
MASSIMO GIANNINI
La previsione ricorrente, sull´esito delle prossime elezioni, è preoccupante. «Potrebbe finire 11 a 3 per il centrosinistra», si sente ripetere. Il Polo, cioè, vincerebbe solo in Lombardia, in Veneto e in Puglia. Si infrangerebbe così quella «linea Maginot» sulla quale si erano attestati, fino a qualche giorno fa, il Cavaliere e i suoi alleati. Il ragionamento era il seguente: «Possiamo anche invertire gli attuali rapporti di forza nelle regioni italiane, che oggi ci vedono prevalere in 8 regioni contro le 6 guidate dall´opposizione. Ma se anche al prossimo voto perdiamo 9 a 5, noi conserviamo la guida delle "macro-regioni", più importanti sul piano geo-politico: Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio e Puglia». Era questo il senso della sortita di Berlusconi, quando un paio di settimane fa aveva detto: «Quello che conta, alla fine, è il numero complessivo di elettori che avranno votato per noi».
Oggi, sondaggi alla mano, il premier e gli altri leader della coalizione hanno perduto anche questa certezza. Dalle 5 «macro-regioni» che consideravano sicure, ormai, pare si sia sfilato sicuramente il Piemonte, dove Mercedes Bresso sembra stabilmente in vantaggio rispetto a Enzo Ghigo. E già questa sarebbe una batosta per il Polo. Perdendo il Piemonte, il centrodestra vedrebbe cedere quel «fronte del Nord» in cui, grazie anche alla Lega, dal 2001 ad oggi è stato più profondo il suo radicamento sociale. Il centrosinistra, conquistando la regione della Fiat e del San Paolo, avrebbe infilato un cuneo importante, in un´area comunque nevralgica del Paese.
Ma adesso a questo spauracchio se ne aggiunge un altro. Il Polo non è più così certo di vincere nel Lazio. L´effetto dello scandalo Mussolini si è rivelato più pericoloso del previsto. Gianfranco Fini e i suoi ostentano ottimismo: «Restiamo in testa, per molti nostri elettori, alla fine, questa vicenda avrà un effetto mobilitante». Ma più che una previsione, rischia di essere una superstizione. Il messaggio che Storace ha affidato l´altro ieri al Riformista parla da solo: «Il valore nazionale di queste elezioni dipende dal fatto che il Lazio è diventata la regione più importante del Paese... E se si perde il Lazio, il successore di Berlusconi non può che essere Prodi». L´avvertimento sembra proiettato sulle elezioni del 2006. Ma può valere anche per l´immediato: «Sostenetemi in questi ultimi giorni, perché se io perdo qui il giorno dopo voi ve ne andate da Palazzo Chigi». Questo sembra il senso vero, e neanche troppo nascosto, delle parole che il governatore uscente indirizza a Berlusconi e a Fini. Una sommessa richiesta d´aiuto, che politicamente deve essere costata molto a «Epurator», il duro e puro che ha scolpito il suo profilo politico, da destra sociale e popolare, su una forte autonomizzazione rispetto a Forza Italia e ad An.
Se l´ha fatto, è perché riconosce implicitamente la sua difficoltà. E questo spiega anche il perché premier e vicepremier, a stretto giro e contravvenendo a una promessa che avevano formulato nelle settimane scorse, hanno raccolto subito l´appello di Storace, assicurandogli il sostegno all´ultimo appuntamento di piazza della campagna elettorale. Nel Lazio si gioca ormai la posta più alta. Riguarda il governo della Regione, ma ancora di più il governo del Paese. Se Storace perde, An si sfascia, e Fini totalmente assorbito dalla Farnesina non può far nulla per impedirlo. Se An si sfascia, va in frantumi l´asse moderato che, insieme all´Udc, tenta timidamente di resistere alla ritrovata tenaglia Berlusconi-Bossi. Se cede questo già precario equilibrio, viene giù la Casa delle Libertà.
Per dissolvere questo spettro, il premier ha avuto anche la tentazione di far rinviare il voto laziale, usando l´argomento delle firme false. Il vertice di ieri pomeriggio con lo stesso Storace e con il ministro degli Interni Pisanu è servito anche per ragionare di questo. Alla fine l´ipotesi è stata accantonata, di fronte alla volontà del governatore di andare avanti fino in fondo e per evitare nuove tensioni con l´opposizione. Si è preferito far virare il vertice intorno a un improbabile e inverificabile «allarme ordine pubblico» sul voto laziale, basato su «intimidazioni e messaggi minacciosi» rinvenuti su un sito Internet. È giusto che il Viminale indaghi, e che vigili con la massima attenzione. Ma qualche dubbio che si tratti di un diversivo c´è. Anche questo può essere un modo per distogliere l´attenzione dell´opinione pubblica dalle difficoltà oggettive della centrodestra.
Ad acuirle, in queste ultime ore, contribusce il via libera del Senato alle riforme istituzionali, imposto alla maggioranza dal ricatto della Lega. An e Udc hanno subìto ancora una volta il saldo di questa cambiale, che Berlusconi ha onorato con Bossi sotto il peso delle dimissioni false e strumentali del ministro padano Calderoli. Hanno subìto ancora una volta un testo di legge, stavolta addirittura di revisione costituzionale, che non volevano e che considerano «un pasticcio», solo per consentire al Senatur di sventolare il vessillo della devolution prima del 4 aprile. Ora Fini e Follini, difensori dell´identità e dell´unità nazionale, si trovano a fare campagna elettorale, soprattutto nel Mezzogiorno, contro un´opposizione che ha buon gioco a gridare «questa riforma spacca il Paese», e mentre persino un commentatore moderato come Galli Della Loggia parla dalle colonne del Corriere della Sera di «Patria perduta».
Questo spiega l´irritazione dei vertici di An, che attraverso Alemanno si spingono a chiedere sulle riforme «un nuovo vertice nella maggioranza dopo le regionali». Questo spiega la rabbia dei vertici dell´Udc, che spinge Follini a meditare qualche nuovo «colpo di teatro», all´indomani del voto, per tentare di rispostare al centro il timone dell´alleanza, o comunque per marcare le distanze, in vista del referendum confermativo, da una finta riforma costituzionale pretesa dal Carroccio e concessa dal Cavaliere. Siamo, di nuovo, alle soglie di una «verifica permanente». Iniziata dopo un´altra tornata di elezioni amministrative perse dal centrodestra, quella del 2003, e solo formalmente conclusa con la «promozione» di Fini agli Esteri e di Follini al vicepremierato. Nella sostanza, quella verifica è rimasta aperta. E, salvo sorprese traumatiche dopo le regionali e dopo l´eventuale sconfitta nel Lazio, lo sarà fino al termine della legislatura, quando scadrà la prima fase del «Patto di ferro» del 2001 tra Berlusconi e Bossi. Siglato per tenere in ostaggio la maggioranza, ma non per governare il Paese.




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