Aspettando il lìder Massimo

Nelle ultime settimane un grido di dolore saliva dalle pagine del
Riformista: Massimo D’Alema ci ha abbandonati, si lamentavano in
sequenza i suoi grandi sostenitori, aizzati dal nostro grande amico
Peppino Caldarola, che aveva decretato la “fine del dalemismo”. Non
tutti i successivi intervenuti erano d’accordo con Caldarola su questo
punto, ma all’unisono lanciavano un disperato appello al loro lìder:
“Torna, ‘sta casa aspiett’a tte!”. Possiamo capirli: come Santoro,
sedotto e poi abbandonato da Romano Prodi, così anche i dalemiani (da
Cuperlo a Claudia Mancina, passando per Velardi) si sono sentiti soli.
Massimo è in Europa, non ci telefona più, non si fa sentire. Non lo
hanno detto, però lo si leggeva tra le righe il rimprovero: mentre tu te
ne stai a Bruxelles, noi ogni giorno ce la dobbiamo vedere con Fassino
che ci esclude dai posti migliori. Il coraggio di dirlo – pur senza
attribuire nulla a D’Alema – lo ha avuto solo la “Velina rossa”. Ma gli
altri lo hanno fatto capire benissimo.
Noi, che siamo un po’ diffidenti e maligni (perché a pensar male si fa
peccato ma ci si azzecca quasi sempre), non abbiamo creduto un solo
attimo a questa pantomima degli orfani. Massimo D’Alema non è il tipo da
abbandonare chicchessia, né un leader della sua caratura può lasciare
che a scalzarlo sia uno come Piero Fassino (o Romano Prodi). Per cui
delle due l’una: o s’è trattato di un abbaglio collettivo dei suoi fans
(a volte capita, per troppo amore), oppure tutto era già scritto. E sì,
perché il compagno Massimo ha annunciato il suo ritorno. Ma prima se l’è
presa con quelli che l’hanno invocato sul foglio arancione, definendo il
loro dibattito “surreale”. Ora, surreale sta per “sopra il reale”, al di
là della realtà sensibile. Qualcosa che appartiene quindi alla psiche,
alla dimensione del sogno, alla vita interiore, ai sentimenti. E in
effetti di questo s’è trattato, anche se un vero riformista non può
scoppiare in lacrime, per cui Nicola Rossi – il duro della situazione –
ha mascherato il suo pianto con espressioni del tipo “c’è un deficit di
riformismo liberale anche nella Fed”. Come dire che Prodi è troppo di
sinistra e Massimo dovrebbe fermarlo. E mentre lo scriveva, ce ne siamo
accorti, una stilla ha macchiato il foglio. Ah, i bei tempi di Palazzo
Chigi.
Poi, dopo il rimbrotto, l’annuncio: “Il ritorno al governo del paese –
ha detto D’Alema a Repubblica - impone un profilo coraggiosamente
innovativo alla nostra politica”. E chi può darlo, questo profilo, se
non D’Alema stesso? “Il giorno dopo le regionali dovremo individuare i
punti di attacco per cambiare il paese. E stavolta darò il mio
contributo”.
Ne siamo contenti. D’Alema è mancato tanto anche a noi. Graffiarlo dà
gusto, impone studio e applicazione, suscita grandi sentimenti. In
questi mesi ci siamo sentiti orfani, abbandonati anche noi in un
giaciglio di mediocrità. Bentornato compagno D’Alema.