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Discussione: Carmen Arvale

  1. #1
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    Predefinito Carmen Arvale

    carmen fratrum Arvalium

    « Enos Lases iuvate
    enos Lases iuvate
    enos Lases iuvate
    neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
    neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
    neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
    satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
    satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
    satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
    semunis alterni advocapit conctos
    semunis alterni advocapit conctos
    semunis alterni advocapit conctos
    enos Marmor iuvato
    enos Marmor iuvato
    enos Marmor iuvato
    triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe. »
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

  2. #2
    Caucus of Mind
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    Predefinito Rif: Carmen Arvale

    « Lari aiutateci,
    Lari aiutateci,
    Lari aiutateci,
    non permettere, Marte ,che rovina cada su molti.
    non permettere, Marte ,che rovina cada su molti.
    non permettere, Marte, che rovina cada su molti.
    Sii sazio, crudele Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì.
    Sii sazio, crudele Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì.
    Sii sazio, crudele Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì.
    Invocate a turno tutti gli dei delle sementi.
    Invocate a turno tutti gli dei delle sementi.
    Invocate a turno tutti gli dei delle sementi.
    Aiutaci Marte.
    Aiutaci Marte.
    Aiutaci Marte.
    Trionfo, trionfo, trionfo, trionfo, trionfo. »


    Con il nome di Carmen Arvale ci si riferisce a quanto è giunto fino a noi del canto liturgico tradizionale degli Arvali (Fratres Arvales), un antico collegio sacerdotale romano. Per questo motivo ci si riferisce ad esso anche con il nome di carmen fratrum Arvalium (letteralmente: carme dei fratelli Arvali). I sacerdoti Arvali si dedicavano al culto della dea Dea Dia (in tempi più recenti identificata con Cerere) e officiavano sacrifici in suo onore perché continuasse ad assicurare la fertilità dei campi coltivati (in latino arva).

    Composto in versi di diversa lunghezza, il Carmen Arvale è stato ritrovato su in iscrizione rinvenuta in territorio vaticano durante alcuni scavi nel 1778; l'iscrizione è datata 29 maggio 218, a testimonianza del fatto che, dopo la politica di restaurazione del mos maiorum voluta da Augusto, le originarie tradizioni romane furono a lungo mantenute in vita seppure il loro senso reale risultasse ormai incomprensibile. Il Carmen veniva intonato dai sacerdoti durante le processioni denominate Ambarvalia, con cui si propiziava la fertilità della terra. Il testo dell'iscrizione di cui disponiamo è quello della redazione voluta di Augusto tra la fine del I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C., ma il Carmen fu probabilmente composto tra il V e il IV secolo a.C. I primi cinque versi venivano ripetuti a ritmo particolarmente lento per tre volte; il triumphe finale, che dava inizio alla danza denominata tripudium, veniva ripetuto cinque volte. Lo stile del testo è particolarmente solenne, ripetute sono le invocazioni alla divinità; il carattere sacro e orale del componimento è testimoniato dalla presenza di alcune figure retoriche, tra cui l'iterazione, l'anafora, l'allitterazione e l'omoteleuto. Nel canto si invoca l'aiuto di Marte e dei Lari, affinché non consentano che i campi inaridiscano, ma si adoperino perché rimangano fertili:
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

  3. #3
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    Predefinito Rif: Carmen Arvale

    Gli Arvali (in latino (Fratres) Arvales, o "(Fratelli) Arvàli") erano un collegio sacerdotale arcaico romano formato di dodici membri scelti a vita tra gli esponenti delle famiglie patrizie.

    L'etimologia
    del termine deriva da arvum o aruum, "terra lavorata" (la radice ar è la medesima dei termini "arare" ed "aratro") .

    I
    sacerdoti si dedicavano al culto della Dea Dia, una divinità arcaica romana, più tardi identificata con Cerere, che proteggeva la terra e le messi.

    Secondo
    la leggenda, il collegio degli Arvali era stato istituito dallo stesso Romolo, fondatore di Roma, e ne facevano parte i dodici figli del pastore Faustolo, colui che aveva raccolto e allevato i due gemelli nel mito di fondazione della città. Per questo motivo i sacerdoti avevano l'epiteto di fratres, o "fratelli".

    Questa leggenda è citata anche da Plinio il vecchio nella sua "Historia naturalis":


    « Aruorum sacerdotes Romulus in primis instituit seque duodecimum fratrem appellavit inter illos ab Acca Larentia nutrice sua genitos... »



    I
    membri del collegio sacerdotale rimanevano in carica a vita ed erano in numero fisso di dodici. Alla morte di uno di essi gli altri sacerdoti nominavano chi lo avrebbe sostituito.

    Nella seconda metà del mese di maggio, poco prima dello spuntare delle messi, compivano un'antichissima cerimonia di purificazione dei campi che durava tre giorni. Questa cerimonia pubblica, detta Ambarvalia, consisteva nel percorrere a passo di danza il perimetro degli arva, le terre coltivate della città, al fine di renderli immuni sia da nemici esterni sia da potenze malevole che provocano malattie.

    Si
    autodefinivano “figli della madre terra “, e nel loro ufficio, oltre che alla dea Cerere, essi compivano sacrifici anche per il dio Bacco, per ingraziarselo nella speranza di una buona produzioni delle viti. I sacrifici si compivano principalmente con l'offerta dei prodotti della terra che venivano o bruciati o sparsi al vento nei campi o imbevendo la terra dei loro succhi.

    Nel 493 a.C., i Romani costruirono un grande tempio dedicato alla dea Cerere, all'interno del quale, i sacerdoti Arvali celebravano i loro riti e le loro funzioni, coltivando il culto della dea.

    Alla fine della Repubblica il collegio fu riorganizzato da Augusto e da allora l'imperatore ne fece parte di diritto, tanto che talora il numero dei fratres superò i 12.

    Il collegio rimase in vita fino all'avvento definitivo del cristianesimo (IV secolo d.C.).
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

 

 

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