Una parrocchia in mezzo al mare

La testimonianza di don Luca Centurioni cappellano di bordo su un transatlantico da crociera «La mia attività principale è rivolta all'equipaggio, un popolo in cammino che ha bisogno di una guida e di un appoggio»



Da Milano Lucia Bellaspiga

«La mia parrocchia è tra le più grandi: ogni giorno vedo oltre quattromila facce. Quale prete con i piedi per terra può permettersi tanto? E in chiesa da me vengono nei giorni feriali almeno trenta o quaranta persone, alla Messa festiva almeno 400. Certo, non siamo né in cielo né in terra, siamo in alto mare, ma siamo in tanti e di tutte le razze...». Può permettersi scherzi e giochi di parole, don Luca Centurioni, 39 anni, cappellano di bordo sulle navi da crociera della «Costa», compagnia che da sempre riserva uno spazio alla cappella e dota le sue navi della presenza di un religioso.
Ma da scherzare c'è poco, se si va oltre la superficie e si scava nei ritmi di vita che scandiscono mesi e mesi di navigazione: lo stesso don Luca, coordinatore nazionale dei cappellani di bordo, in questi giorni è sbarcato per riposare qualche giorno in terraferma dopo nove mesi ininterrotti passati in mare. Riposare dopo mesi di crociera, don Luca? Non le sembra una contraddizione? «Ho scelto questa attività da due anni, invogliato da don Giacomo Martino, direttore nazionale dell'Apostolato del mare ufficio della Fondazione Migrantes, che a sua volta era stato imbarcato per anni. Ed è una scelta legata allo spirito di missionarietà: in genere la situazione che si incontra a bordo è molto difficile. Io ho a che fare con 1.050 uomini e donne dell'equipaggio, molti dei quali stranieri, di varie lingue e religioni, e con 3.400 passeggeri in media, anche loro spesso stranieri. Ma l'attività del cappellano di bordo è principalmente rivolta proprio all'equipaggio, un popolo in cammino che ha tanto bisogno di una guida, una spalla su cui appoggiarsi, un orecchio sempre in ascolto».
Già, perché la vita sul mare, per chi non è in vacanza ma al lavoro, è molto diversa da quella tutta lusso e riposo che noi immaginiamo: 11 ore di lavoro al giorno, per contratto, poi il riposo in cuccette che ospitano più persone, su letti a castello. E soprattutto la lontananza dalla famiglia, dagli affett i, dalla propria casa. «Chi naviga da molto rischia di essersi del tutto allontanato dalla fede, qualunque fosse la sua religione, e io mi trovo a dover lavorare su un "materiale umano" povero, oltre che su tempi molto ristretti. Sa, chi ha lavorato 11 ore non ha tanta voglia di meditare o discutere, vuole solo chiudere gli occhi e riposare».
Ma la sfida è il pane quotidiano di don Luca, che come «responsabile del welfare dell'equipaggio» si sente un po' il padre di tutti loro: «A bordo nulla può avvenire senza autorizzazione dei superiori, nemmeno una festa di compleanno. Così per l'animazione, la palestra, la qualità dei cibi, la manutenzione delle cuccette, ma anche la distribuzione dei pacchi che di tanto in tanto arrivano da casa, ci sono io. E ci sono anche tutte le volte che qualcuno ha un problema, che scoppia una lite, che la crisi esistenziale o claustrofobica è in agguato, cosa non difficile quando per mesi si convive in spazi ristretti, a contatto tra genti diverse». Sulla sua nave, la «Costa Magica», l'80% del personale è composto da cattolici, in buona parte però dell'India (nella zona del Goa vivono i cristiani), del Sudamerica e delle Filippine. «Per il resto si tratta di islamici e induisti - racconta don Centurioni -. Ma il problema non sono le confessioni diverse, il vero guaio semmai può celarsi dietro l'agnosticismo, l'indifferenza religiosa. Troppo spesso i ritmi serrati e un lavoro ripetitivo, privo di stimoli, spengono la voglia di pregare, di credere in qualcosa. Ma sono tante le occasioni in cui però basta una parola, una mano nel bisogno, un consiglio, e la scintilla si riaccende».
È successo anche nel dramma, quando un membro dell'equipaggio è morto d'infarto a soli 27 anni. «Tutti si sono raccolti attorno a me, attoniti, aspettavano da me una parola, una spiegazione, un perché della vita e della morte». Ma è successo anche nella gioia, quando grazie a don Luca un cameriere indiano induista e una cabinista russa ortodossa si sono inc ontrati e poi innamorati: «Per mesi ho raccolto le loro confidenze, ora mi hanno chiesto di sposarli. Ho detto loro che la soluzione giuridica non è certo facile, sa cosa mi hanno risposto? Che a loro basta avere la benedizione di Dio sulla loro unione».

Avvenire - 30 Marzo 2005