L'intervista
Prima di tornare in Sicilia, Guido Palazzo Adriano racconta i suoi 51 mesi sul Lario e le sue gite senza autista
«Como, provincia che ha saputo crescere»
Lettera del prefetto prossimo alla pensione: «Un saluto ai comaschi per ringraziarli della collaborazione»
Sta scrivendo l'ultima lettera ufficiale prima della pensione, il prefetto Guido Palazzo Adriano, 67 anni. Ancora pochi giorni e lascerà Como, per tornare nella città natale, Palermo, dove aveva cominciato nel 1965 come consigliere di prefettura. Ha rappresentato il Governo in tante città, Caltanisetta, Belluno, Cremona e in Via Volta ha finito la carriera. «È il saluto ai comaschi, per ringraziarli della collaborazione e della disponibilità: porterò un caro ricordo di tutti», spiega. Ma è vero che in questi 51 mesi ha scritto tante lettere segrete? Non le definirei segrete. Contenevano indicazioni per le persone che operano e che hanno il potere per intervenire sui problemi. Mi piace stare dietro le quinte. Non amo espormi. Quand'è arrivato a Como, il clima non era favorevole per i prefetti, considerati ormai privi di rappresentatività e di autorità. È un errore. È un'affermazione da propaganda elettorale. Sono ormai consapevoli tutti che il prefetto può avere una funzione, anche in uno Stato federale: rappresenta il collante tra le varie parti del sistema. Più un sistema è articolato, più occorre raccordo tra i vari segmenti. L'importante è che il prefetto non si metta a fare il sindaco o il presidente della provincia. Ha sentito malanimo nei suoi confronti? Nessun malanimo. Ho sentito soprattutto la benevolenza della gente e dei politici locali. Dicono che più volte il prefetto Guido Palazzo Adriano s'è messo alla guida della propria automobile e come un gitante qualunque ha visitato paesi della nostra provincia. È vero. Sono andato in diversi Comuni, soprattutto in Val d'Intelvi e in Valassina, nei piccoli Comuni del lago. In questi anni, sono cresciuti più i paesi che la città. Gli studiosi dicono che Cantù è più brillante di Como. In effetti, crescono i centri minori sul piano demografico, economico e sociale. Ho trovato realtà dinamiche, interessanti, in tanti paesi brianzoli, aziende e sale da ballo, centri sportivi e culturali. Ma il senso d'insicurezza accomuna tutti. Lo stato psicologico della gente è legato al cambiamento della situazione economica. Il cosiddetto lavoro flessibile significa precariato. Le persone hanno perso la speranza del posto fisso, inteso come base per costruire il proprio futuro e la propria vita. Se almeno le istituzioni fossero un punto di riferimento saldo... Le istituzioni funzionano. Abbastanza bene. La pubblica amministrazione tiene. È il cittadino ad essere sempre più esigente nei confronti della pubblica amministrazione, inflessibile nella critica per eventuali mancanze che si possono verificare ed osservare. Al cittadino basterebbe notare la fine dei dibattiti inconcludenti. Il dibattito infinito nasce dal fatto che ognuno ha un proprio punto di vista ed insiste per farlo valere. I centri di potere si sono moltiplicati e anche il più piccolo Comune esprime il proprio punto di vista su questioni di carattere generale. Per questo, occorre un ente più autorevole degli altri che sappia imporre una soluzione. Occorre qualcuno che decida per tutti, assumendosi le responsabilità delle scelte. Che cosa valgono i grandi piani, come quello di protezione civile coordinato dalla prefettura, se quando piove le strade si allagano perché i tombini rigurgitano? Non valgono niente, infatti, senza attenzione e senza cura per la propria città o il proprio paese. Solo l'impegno personale sta alla base del progresso. Non solo da parte dei politici: ce la prendiamo con loro, ma i politici passano la mano ai burocrati. È l'intelligenza amministrativa che deve operare ed intervenire. Grandi piani anticrimine, anche. Ma la gente si sente indifesa da scippi e furti. Nel 2001, erano elevate le punte delle rapine in abitazione, crimine preoccupante. Il piano messo a punto dalle forze di polizia ha stroncato il grave fenomeno. Il dispositivo per la prevenzione ha tuttora valore. Oggi, in tribunale, dieci processi. Sei ad extracomunitari. Un'aliquota di extracomunitari commette reati. Un'aliquota non li commette. E chi farebbe certi mestieri, badanti, colf, lavori pesanti, tra noi italiani? Gli extracomunitari sono una risorsa. Sono anche un problema, dicono. Per la religione, per esempio. La moschea non si può chiudere. Non si può negare a nessuno il diritto di professare la propria religione. Bisogna distinguere fra il terrorista e chi è persona normale e tranquilla. Dobbiamo dare possibilità di vita sociale agli islamici e chiedere loro di rispettare le regole di convivenza civile. L'integrazione dev'essere bilaterale, ma non è negando i locali della Circoscrizione per conferenze culturali degli islamici che si favorisce il dialogo. È una chiusura che si poteva evitare: l'iniziativa non era propaganda a favore dell'Islam. Il dialogo interreligioso è il metodo di governo di un territorio, di un Paese. Entrambe le parti devono cercare di aprirsi. Il messaggio di saluto dice che Como è migliore rispetto al 2001. Lo riconfermo. I comaschi hanno un difetto: parlano male di se stessi. Ma è un vizio comune. Problemi arretrati? Tra le questioni più difficili, quella legata al traffico pesante che fa tappa a Como e passa dalla Svizzera. La frontiera è una barriera, con ricadute sul territorio comasco. A che cosa dovrà stare più attento il prefetto che verrà, forse tra un paio di mesi? A tutto. Se gli dovessi parlare, gli direi di stare attento a tutto.
Maria Castelli
(da "la Provincia di Como" del 31.03.05)
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