(Nota: se non fosse quello che è, un grande scrittore ebreo, Gilad Atzmon sarebbe perseguibile per antisemitismo per quel che scrive. Ragione di più di essergli grati del saggio qui sotto riportato)
“Penso che conosciate la vecchia barzelletta ebraica: come fa una mamma ebrea a cambiare una lampadina? A questo punto bisogna fare la voce stridula, con l’accento tedesco di una vecchia madre ebrea e dire: ‘non preoccupatevi per me, io me ne starò qui al buio’.
Come vedete, la mamma ebrea incarna l’essenza dell’esistenza ebraica oggi. Essere ebreo significa ‘starsene al buio’, fare la vittima e compiacersi dei propri sintomi. Se analizziamo questa strana tendenza alla luce del principio del piacere di Freud, potremmo dedurne – sbagliando – che la mamma ebrea trova piacere nell’infliggersi dolore. C’è anche chi diagnostica alla mamma ebrea un masochismo mitico. In realtà, è il contrario. La madre ebrea non gode di soffrire; la barzelletta rivela un messaggio molto diverso. La mamma ebrea, invece di migliorare la sua condizione, invece di leggere piacevolmente The Jewish Chronicle alla luce, ‘se ne sta al buio’ per indurre rimorsi e sensi di colpa nell’Altro, chiunque l’Altro sia. Di solito è il suo amato kind (figlio), ma può essere il suo compagno, il vicino, il banchiere svizzero o anche le Nazioni Unite. La mamma ebrea ‘se ne starà al buio’ fino a quando qualcuno sarà disposto a sentirsi colpevole perché lei è al buio.”
di Maurizio Blondet




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