Fuoco alle polveri . Guerra e guerriglia sociale in Iraq

Iraq, 1991. Dopo i bombardamenti della Coalizione occidentale, una gigantesca insurrezione sconosciuta esplode contro la guerra e contro il regime di Saddam Hussein. Il dittatore e i suoi boia, armati e sostenuti dai capitalisti del mondo intero, soffocano nel sangue la sommossa.

Iraq, 2003... Dopo dodici anni di embargo e nuovi bombardamenti, la classe pericolosa riprende il suo cammino di rivolta, lanciandosi in una guerriglia sociale che sta facendo saltare tutti i conti alle truppe del capitale. Stretta fra la peste dei massacri democratici e il colera del racket islamista, la rivolta irachena attende di incendiare gli animi intorpiditi dei suoi fratelli d’Occidente.

Tra patriottismo ributtante e pacifismo avvilente, questo libretto è un piccolo contributo per dar fuoco alle polveri.

“I proletari iracheni ci stanno dando un esempio di indomita combattività, così come negli ultimi tempi lo stanno dando gli sfruttati argentini, boliviani, algerini, palestinesi, coreani, eccetera. L’orizzonte di tutte queste generose battaglie è inevitabilmente legato a quello delle lotte che sapranno costruire gli sfruttati dell’Europa e soprattutto degli Stati Uniti. Finché, infatti, esse resteranno isolate non potranno che rifluire in vicoli ciechi nazionalisti, religiosi o democratici, oppure essere stroncati da una repressione di cui al più l’opinione pubblica occidentale leggerà un trafiletto sui quotidiani. Qui risiede il cuore pulsante dell’Economia e del suo apparato bellico che consente lo sfruttamento delle risorse e la repressione delle regioni non disposte alla “pacificazione”. Oggi più che mai, la rivoluzione sociale sarà mondiale o non sarà, non per astratto umanitarismo, ma per la dimensione planetaria raggiunta dall’accumulazione capitalista e dunque dalla guerra sociale foriera della sua distruzione. La logica della guerra, con la sua violenza indiscriminata e dunque terrorista, espone le popolazioni dei governi guerrafondai a terribili rappresaglie (come le bombe di Madrid insegnano). Non si tratta più di uno spettacolo televisivo. C’è un solo modo per uscire da questa spirale di morte: dimostrare nella pratica che gli sfruttati occidentali non sono alleati dei propri padroni, bensì complici dei propri fratelli iracheni che i bombardamenti e la repressione non sono riusciti a domare. La situazione irachena dimostra che il capitalismo gronda sangue, ma che non è invincibile. Ecco una lezione da cogliere nella lotta contro i nemici di casa nostra. Lasciamo ai nazionalisti le lacrime di circostanza per la vita dei mercenari italiani al soldo dei capitalisti, lacrime mai versate per tutti i morti iracheni. Lasciamo agli ipocriti il pacifismo di facciata che invoca l’Onu, cioè uno dei principali responsabili del massacro iracheno. Lasciamo ai tardostalinisti il richiamo alle lotte di liberazione nazionale, da sempre menzogna dei padroni in ascesa e strumento di una nuova oppressione. Quella in corso a Baghdad, a Bassora o a Nassiriyya ha forme e linguaggi diversi nonché grandi ostacoli, ma un vecchio nome: lotta di classe.”