Venerdi 20 Novembre 2009 – 8:01 – Ugo Gaudenzi
Aveva trentun anni, Giulio Caradonna, quando nel 1958 fu eletto per la prima delle sue otto legislature deputato dell’ormai più che estinto Movimento Sociale Italiano. Figlio di Giuseppe, responsabile nel primo dopoguerra delle squadre fasciste della Capitanata e diventato durante il regime vicepresidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Giulio Caradonna aveva aderito, ad appena 16 anni,alle forze armate della Rsi e poi, nei primi anni del secondo dopoguerra, aveva diretto le federazioni giovanili del Movimento fondato da Almirante, Michelini, De Marsanich e Romualdi.
Uomo conservatore, uomo di “loggia”, uomo organizzatore di quelle “forze sane” (sic) che animavano nelle piazze d’Italia di presidii anticomunisti ed antisindacalisti, saldamente piazzato al “centro” del movimento missino, su posizioni reazionarie, pro-capitaliste, filo-israeliane (partecipava all’Associazione Italia-Israele) e filo-americane, era al tempo stesso distante anni luce sia dalle posizioni della cosiddetta sinistra fascista (variegata nel tempo dai Giorgio Pini fino ai Beppe Niccolai, tutti volontari esuli da un Msi che tradiva le radici sociali della sua storia) e sia da quelle di “destra d’ordine” interpretate dal carisma di Giorgio Almirante. Una caratteristica “centrista” – in parte coniugata anche dai Franz e Luigi Turchi - che lo portava, nella sua militanza politica a interpretare il ruolo di “baluardo contro i rossi” a tutto tondo: a collaborare, per esempio, al tentato colpo di Stato di Segni-Pacciardi-De Lorenzo (1964) o ad aderire al “manifesto di rinascita nazionale” della P2 di Licio Gelli. E, nell’intermezzo, a sigillare quella che rimane, anche se a torto, la sua “operazione squadristica” emblematica: la mobilitazione, il 16 marzo del 1968, dei residui di “gioventù nazionale” inquadrati nel Msi, radunati in tutta Italia, per “sgomberare” le facoltà occupate dal Movimento studentesco, dagli studenti di ogni colore politico che in quegli anni avevano rivendicato la propria volontà di cambiare la piatta, grigia e reazionaria società italiana.
In realtà quella operazione si rivelò il boomerang della sua vita. Interprete stolido dell’immagine del “Neofascista” dipinta dalla propaganda avversaria, in particolare cattocomunista, (neofascista eguale servo degli americani, delle logge, della reazione capitalista, americana e agli ordini di ogni trombettiere (democristiano) e cioè di un “ordine costituito” in realtà “democratico e antifascista”), Caradonna non si accorse, neanche quel 16 marzo, di essere usato come una marionetta dal sistema partitocratico per portare acqua al mulino dell’antifascismo... da lui odiato!
Ma così fu. Una probabile disfunzione daltonica non gli aveva fatto nemmeno percepire di mandare allo sbaraglio dei giovani contro un movimento di protesta e di contestazione studentesca che fino a quel giorno era riuscito – come recitava il manifesto della Sorbona – a far “morire la bandiera rossa e la bandiera nera, pure”. Un movimento che, alla Sapienza di Roma, era anche diretto da giovani che marxisti o, peggio, cattocomunismi, non erano affatto. E che lui stesso conosceva molto bene.
Il risultato di quella sua “magnifica” mobilitazione fu la sconfitta all’Università e la conseguente rotta di quel che restava dei giovani del Msi, a stragrande maggioranza confluiti nelle settimane successive in gruppi extraparlamentari anti-missini. Nonché, e non fu poco, l’aver consegnato la gioventù italiana, per venti anni, nelle mani di un rinnovato antifascismo.
Mercoledì, nella sua abitazione a Roma, isolato dai mutanti di Gianfranco Fini e dimenticato dai suoi stessi camerati di un tempo, Giulio Caradonna ha terminato la sua vita.
Lo avevano usato. Dal 1993 in poi non serviva più.




iaociao: dal volto umano coperto da un cappuccio.
