Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
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    Predefinito MADE in qualche altra parte.

    Apriamo gli occhi, rendiamoci conto che siamo ad un passo dal baratro. Le ns. aziende chiudono ergo i lavoratori a casa.
    Tutto ciò che indossiamo è made in qualche altra parte, i giocattoli dei ns. figli; made da qualche altra parte, cina vietnam, indonesia, etc.
    Questi prodotti sono costruiti ed assemblati utilizzando manodopera minorile sottopagata e schiavizzata.
    E non è che poi i prodotti si pagano meno; no...... prendono uno spazio televisivo, radiofonico, sui giornali, e vi propinano 20 volte al giorno il loro marchio perchè fa trendy. Trendy è schivizzare i bambini, lo capite o no? Tendenza è permettere a qualche signore dal linguaggio forbito e dagli atteggiamenti caritatevoli di fare i miliardi sfruttando bambini di 5/6 anni.
    Bambini sacrificati nell'altare del logo.
    O DAZI o la FINE.

  2. #2
    Silvioleo
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    La speranza viene dalla Cina
    Perché i dazi non servono a nulla
    di Antonio Martino

    Un recente articolo di Jeremy J. Siegel, economista della Wharton School, apparso su The Wall Street Journal, da un lato e le molte assurdità che circolano sul “pericolo giallo”, sulla minaccia della Cina per la nostra economia, dall’altro suggeriscono l’opportunità di qualche riflessione. Il punto di partenza per molti osservatori è rappresentato dal disastro demografico che incombe sui Paesi avanzati: negli USA nel 1950 c’erano sette potenziali lavoratori per ogni pensionato, nel 2050 ce ne saranno soltanto 2,6. In Giappone ed in Europa, specie in Italia, le cose vanno anche peggio e non è da escludere che in alcuni Paesi il numero dei pensionati supererà quello dei lavoratori verso la metà di questo secolo. Le nostre popolazioni invecchiano rapidamente (l’Italia detiene al riguardo alcuni tristi primati) e sembrano destinate, quindi, a decadere.



    Un indicatore, poco considerato dai “non addetti ai lavori”, che conferma il pessimismo è il tasso d’interesse reale di lungo periodo. Quando un’economia cresce vigorosamente la domanda di risparmio per investimenti è alta ed alto tende ad esserne il prezzo: alti tassi d’interesse reali segnalano una forte crescita economica ed alti livelli di investimento. Quando, viceversa, un’economia ristagna e la domanda di risparmio per investimenti è bassa, anche i tassi reali d’interesse sono bassi. Questo è quanto sta accadendo adesso: nel 2000 il tasso reale (al netto dell’inflazione) sulle obbligazioni a 30 anni negli USA era prossimo al 4.5%, attualmente è sceso all’1,5%. Evidentemente, gli investitori sembrano convinti che le prospettive di sviluppo nel lungo periodo siano poco entusiasmanti.



    Siegel suggerisce che il pessimismo è infondato perché non tiene conto di quanto sta accadendo nei Paesi sottosviluppati. Questi ultimi oggi rappresentano l’87% della popolazione mondiale ma producono meno di un quarto del reddito del pianeta. Tuttavia, le cose stanno rapidamente cambiando: mentre lo sviluppo in Europa e Giappone diminuisce, nei Paesi in via di sviluppo accelera. La Cina nel 2050 avrà una popolazione di 1,5 miliardi contro 400 milioni degli USA; se per quella data riuscirà ad avere un reddito pro capite pari alla metà di quello americano, le dimensioni complessive della sua economia saranno quasi doppie rispetto a quella americana. Considerazioni analoghe valgono per l’India. Ma è possibile che questi due giganti demografici crescano tanto nel prossimo mezzo secolo? Certamente sì: negli ultimi 40 anni il reddito pro capite in Giappone è passato da circa il 20% al 96% di quello americano; ad Hong Kong è salito dal 16% al 70%; in Corea del sud dall’11% a quasi il 50%.



    Una crescita così sostenuta in Paesi con un grandissimo numero di abitanti avrà una serie di conseguenze straordinariamente benefiche per i nostri Paesi. Alla bassa crescita della domanda interna di risparmio per investimenti sopperirà, in un mercato finanziario che è globale, la domanda estera, spingendo al rialzo i tassi reali di interesse. La domanda di capitale dei Paesi in crescita sosterrà i mercati azionari dei nostri Paesi e terrà alto il valore delle azioni. Se è vero che la Cina, l’India e gli altri Paesi ci venderanno quantità maggiori dei loro prodotti, è altrettanto vero che compreranno quantità sempre maggiori dei nostri prodotti con beneficio per le nostre aziende.



    Sostenere, come fa taluno, che la concorrenza dei produttori di questi Paesi è sleale, per via dei più bassi costi del lavoro e del livello minore di protezioni sociali ed ambientali è, come ho argomentato in altra occasione, sciocco e crudele: salari, protezione sociale e tutela ambientale sono più bassi in quei Paesi che non da noi perché quei Paesi sono poveri. Erano minori anche da noi quando eravamo più poveri; poi grazie allo sviluppo sono cresciuti. Vogliamo punire i Paesi poveri perché poveri? In secondo luogo, se tutto ciò che conta negli scambi internazionali fosse il livello dei salari e delle protezioni, gli USA non dovrebbero esportare nessun prodotto ad alta intensità di lavoro. Come mai allora hanno altissimi attivi commerciali proprio nei settori a più alta intensità di lavoro? Tutto ciò che un elevato interscambio con questi Paesi produrrà è che i nostri produttori si specializzeranno nei segmenti a più alta qualità, lasciando le fasce basse di mercato ai produttori dei Paesi in via di sviluppo, come sta già accadendo per molti prodotti.



    Nihil sub sole novi: esattamente le stesse richieste di “protezione” nei confronti della concorrenza “sleale” della Cina venivano avanzate alla fine degli anni Settanta in Usa…nei confronti del Giappone. Si temeva che, in assenza di “protezioni”, le auto giapponesi avrebbero invaso l’America e spazzato via l’industria automobilistica americana. Le “protezioni” non sono state concesse, le “gialle” non hanno invaso l’America (anche se continuano a vendere bene), e l’industria automobilistica americana è stata costretta a diventare più competitiva. Il tutto con enormi vantaggi per gli acquirenti americani di auto e per l’economia degli USA.


    In conclusione, il rimedio alla decadenza cui sembrano condannarci le tendenze demografiche viene dall’intensificarsi dei nostri rapporti con i Paesi oggi sottosviluppati ma che crescono vigorosamente. Il tentativo di ridurre (o impedire) l’interscambio sarebbe autolesionistico. La Cina non è affatto un pericolo; è, anzi, la nostra grande speranza.
    Pubblicato il 10/04/2005

  3. #3
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    Predefinito

    In origine postato da Silvioleo
    La speranza viene dalla Cina
    Perché i dazi non servono a nulla
    di Antonio Martino

    Un recente articolo di Jeremy J. Siegel, economista della Wharton School, apparso su The Wall Street Journal, da un lato e le molte assurdità che circolano sul “pericolo giallo”, sulla minaccia della Cina per la nostra economia, dall’altro suggeriscono l’opportunità di qualche riflessione. Il punto di partenza per molti osservatori è rappresentato dal disastro demografico che incombe sui Paesi avanzati: negli USA nel 1950 c’erano sette potenziali lavoratori per ogni pensionato, nel 2050 ce ne saranno soltanto 2,6. In Giappone ed in Europa, specie in Italia, le cose vanno anche peggio e non è da escludere che in alcuni Paesi il numero dei pensionati supererà quello dei lavoratori verso la metà di questo secolo. Le nostre popolazioni invecchiano rapidamente (l’Italia detiene al riguardo alcuni tristi primati) e sembrano destinate, quindi, a decadere.



    Un indicatore, poco considerato dai “non addetti ai lavori”, che conferma il pessimismo è il tasso d’interesse reale di lungo periodo. Quando un’economia cresce vigorosamente la domanda di risparmio per investimenti è alta ed alto tende ad esserne il prezzo: alti tassi d’interesse reali segnalano una forte crescita economica ed alti livelli di investimento. Quando, viceversa, un’economia ristagna e la domanda di risparmio per investimenti è bassa, anche i tassi reali d’interesse sono bassi. Questo è quanto sta accadendo adesso: nel 2000 il tasso reale (al netto dell’inflazione) sulle obbligazioni a 30 anni negli USA era prossimo al 4.5%, attualmente è sceso all’1,5%. Evidentemente, gli investitori sembrano convinti che le prospettive di sviluppo nel lungo periodo siano poco entusiasmanti.



    Siegel suggerisce che il pessimismo è infondato perché non tiene conto di quanto sta accadendo nei Paesi sottosviluppati. Questi ultimi oggi rappresentano l’87% della popolazione mondiale ma producono meno di un quarto del reddito del pianeta. Tuttavia, le cose stanno rapidamente cambiando: mentre lo sviluppo in Europa e Giappone diminuisce, nei Paesi in via di sviluppo accelera. La Cina nel 2050 avrà una popolazione di 1,5 miliardi contro 400 milioni degli USA; se per quella data riuscirà ad avere un reddito pro capite pari alla metà di quello americano, le dimensioni complessive della sua economia saranno quasi doppie rispetto a quella americana. Considerazioni analoghe valgono per l’India. Ma è possibile che questi due giganti demografici crescano tanto nel prossimo mezzo secolo? Certamente sì: negli ultimi 40 anni il reddito pro capite in Giappone è passato da circa il 20% al 96% di quello americano; ad Hong Kong è salito dal 16% al 70%; in Corea del sud dall’11% a quasi il 50%.



    Una crescita così sostenuta in Paesi con un grandissimo numero di abitanti avrà una serie di conseguenze straordinariamente benefiche per i nostri Paesi. Alla bassa crescita della domanda interna di risparmio per investimenti sopperirà, in un mercato finanziario che è globale, la domanda estera, spingendo al rialzo i tassi reali di interesse. La domanda di capitale dei Paesi in crescita sosterrà i mercati azionari dei nostri Paesi e terrà alto il valore delle azioni. Se è vero che la Cina, l’India e gli altri Paesi ci venderanno quantità maggiori dei loro prodotti, è altrettanto vero che compreranno quantità sempre maggiori dei nostri prodotti con beneficio per le nostre aziende.



    Sostenere, come fa taluno, che la concorrenza dei produttori di questi Paesi è sleale, per via dei più bassi costi del lavoro e del livello minore di protezioni sociali ed ambientali è, come ho argomentato in altra occasione, sciocco e crudele: salari, protezione sociale e tutela ambientale sono più bassi in quei Paesi che non da noi perché quei Paesi sono poveri. Erano minori anche da noi quando eravamo più poveri; poi grazie allo sviluppo sono cresciuti. Vogliamo punire i Paesi poveri perché poveri? In secondo luogo, se tutto ciò che conta negli scambi internazionali fosse il livello dei salari e delle protezioni, gli USA non dovrebbero esportare nessun prodotto ad alta intensità di lavoro. Come mai allora hanno altissimi attivi commerciali proprio nei settori a più alta intensità di lavoro? Tutto ciò che un elevato interscambio con questi Paesi produrrà è che i nostri produttori si specializzeranno nei segmenti a più alta qualità, lasciando le fasce basse di mercato ai produttori dei Paesi in via di sviluppo, come sta già accadendo per molti prodotti.



    Nihil sub sole novi: esattamente le stesse richieste di “protezione” nei confronti della concorrenza “sleale” della Cina venivano avanzate alla fine degli anni Settanta in Usa…nei confronti del Giappone. Si temeva che, in assenza di “protezioni”, le auto giapponesi avrebbero invaso l’America e spazzato via l’industria automobilistica americana. Le “protezioni” non sono state concesse, le “gialle” non hanno invaso l’America (anche se continuano a vendere bene), e l’industria automobilistica americana è stata costretta a diventare più competitiva. Il tutto con enormi vantaggi per gli acquirenti americani di auto e per l’economia degli USA.


    In conclusione, il rimedio alla decadenza cui sembrano condannarci le tendenze demografiche viene dall’intensificarsi dei nostri rapporti con i Paesi oggi sottosviluppati ma che crescono vigorosamente. Il tentativo di ridurre (o impedire) l’interscambio sarebbe autolesionistico. La Cina non è affatto un pericolo; è, anzi, la nostra grande speranza.
    Pubblicato il 10/04/2005

    Alla faccia dei diritti umani.
    Lenin docet.
    Grazie Martino.

  4. #4
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito

    In origine postato da Vecio-Fighèl
    Alla faccia dei diritti umani.
    Lenin docet.
    Grazie Martino.
    meglio morti che "sfruttati",in effetti...

 

 

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