In sa Nuova de oe.
I FURBI CUSTODI DELLA LINGUA
di Marcelle Fois
La questione della Lingua in Sardegna andrebbe sottratta alle secche della complicazione in cui è stata artatamente disposta e riportata alla sua complessità naturale. Andrebbe cioè sottratta al controllo delle caste sacerdotali furbescamente "unificatorie", per restituirla alla gente.
Certo rinunciare al governo della Lingua in questo momento della storia sarda significherebbe rinunciare ad una forma di satrapìa strisciante e, perché no, all'accesso a un bei po' di fondi regionali concessi dalla Legge 26 e dintorni. Ma proviamo a proporre un paesaggio diverso partendo proprio da quello che nessuna legge sancisce: la soluzione del Sardo Unificato, o "mesanizzato" che sia. Che poi si decida per queste forme artificiali è solo una strada come un'altra, ma chi ha detto che sia l'unica? Proviamo ad esporre la situazione in atto. Quando si parla di Lingua Sarda, sembra che ci piaccia l'idea che una lingua non abbia contatti col mondo circostante, parliamo cioè di una sorta di gas perfetto, di un oggetto inanimato.
Guardiamo alla nostra Lingua come qualcosa che non ci appartenga. L'idea è sempre quella che la Sardegna normativa, quella dell'economia del folklore, quella, per intenderci, che fa audience, è enormemente più ristretta della Sardegna geografica. Il concetto
deprimente è che esista una Sardegna vera e una Sardegna così così. Una Sardegna vera che ha lingua, civiltà, costumi, canti, cibi, balli ecc.; e una Sardegna così così che non ha niente di tutto questo.
Quando si pensa ad un Sardo artificiale si pensa, in fondo, ma nemmeno tanto, che ci sia una parte della Sardegna, e non piccola, che possa, anzi debba, rinunciare alla propria visione del mondo in nome della Sardegna Sardegna. La verita, io credo, è che le cose stiano diversamente. E sarebbe che complicare il problema della Lingua in nome di una unificazione posticcia significhi rinunciare ad una complessità di visioni e di intenti che sono un valore in una Cultura e non un disvalore. Consideriamo tra l'altro che la questione della Lingua diventa fondamentale in Sardegna solo grazie al fatto che si è deciso di finanziaria salatamente. La presunzione delle caste sacerdotali linguistiche arriva fino a inv ocare per la Sardegna il "modello Catalano" che è un molello di economia egemone ma non certo di cultura, sotto molti aspetti un modello leghista, prodotto cioè da un classe dirigente forte che “impone” la propria diversità attraverso una lingua pensata a tavolino. Per un modello del genere occorre un’economia forte, occorre cioè una visione ‘prepotente’ di se stessi e della cultura come territori di conservazione e di egoismi.
Cli attinge dalle leggi attuali salvaguardia della Lingua e Ila Cultura in Sardegna con ritento di costruire ex novo ''idea di sardità, commette, a mio parere, l'errore di piangere un morto che non esiste.
commette l'errore di non considerare esperienze straordinarie e di segno opposto come quella del Friuli.
L’errore gravissimo a mio parere sarebbe coprirsi gli occhi di fronte alla meravigliosa varietà che questo territorio ora miracolosamente esprime. ora può darsi che quello è diventata la Sardegna dopo un secolo e passa di unificazione, dopo la scrittura, dopo televisione, non piaccia a yuole imporre la Sardegna Sardegna, ma io credo che costoro debbano considerare il peso della Storia e della realtà. Il fatto di dare un giudizio negativo della Storia e Realtà non significa che queste due forze terribili non abbiano attraversato comunque la Sardegna. L'idea di dare lo status quo per diventare genitori di una Lingua, di una Storia, di una realtà che non esiste, mi pare un modo per rinunciare a contare veramente. Perciò credo in definitiva, il progetto Sardo Unificato, in fonndo un ammissione di sconfitta, l'ennesima di chi preferisce produrre il turismo di se piuttosto che vivere con coraggio la propria condizione di cittadini del mondo.
La protezione della riserva indiana è per alcuni preferibile al rischi di guardarsi allo specchio. La lagna perenne è per alcuni preferibile alla coscienza della propria responsabilità. Una Cultura forte è una Cultura in cammino. Possiamo pure decidere di mettere in gabbia una Lingua, ma lei tenterà comunque di scappare, E allora sarebbe auspicabile un idea della Sardegna che non partisse da una scala di valori determinata dalla quantità di sardità che essa esprime, anche perché quell'idea di sardità è assolutamente relativa, ma dalla pari dignità. E allora preferirei che affianco al concetto di Lingua Sarda fosse sempre presente il concetto di Lingue e dialetti attraverso i quali i sardi si esprimono. Non inferiori. Idee del mondo che nessuno ha il dirito di cancellare in nome di un sardo posticcio. Lingue che andrebbero tagliate in nome della necessità di non tagliare le lingue.
Non è paradossale ciò? Che per rispondere al taglio del Sardo si proceda al taglio dei Sardi? Ci sono intere aree della Sardegna che vengono trascurate, quando si parla di Lingua: il Sassarese per esempio, variante urbana supportata persino dalla grande poesia di Calvia. E il magnifico Gallurese, perché dovrebbe sottostare alla geografia etnofolkloristica che lo vede .in terza o in quarta fila rispetto al sardo sardo? E il tabarchino? Perché dovrebbe rinunciare ad esprimere la sua misura di apporto, trasposrto e supporto, travaso da una civiltà all'altra in nome di una casualità geografica? E' presto detto: perché ci stiamo abituando a un'idea di noi stessi che è inferiore a quanto noi stessi riusciamo ad esprimere. Perché la complicazione dell'economia di sussistenza ha inventato voci di bilancio che invitano a costituire curricula e pedigree: più sardi, meno sardi. E perché a decidere il più e il meno sono sempre gli stessi che a suo tempo non trovavano strano "sprovincializzarsi e togliersi di dosso il puzzo di pecorino".
Ci sono gli spazi, nonostante i tentativi, nemmeno tanto nascosti, di banalizzarci, per esprimere con forza tutta la nostra magnifica complessità.
Non si può accettare di far parte di una Cultura che abbraccia un modello classista ed egoista e che risponde con la legge del taglione a quanto avrebbe subito. Ammesso che ciò sia avvenuto e che non sia stato il prodotto di una resa incondizionata. Studiarne, conserviamo, finanziamo, ma non vorrei mai la responsabilità di essere fra quelli che decidono quale sia la morfologia, la biologia. la genetica del sardo sardo contro il sardo così e così.
Se non accettiamo le nostre differenze di popolo perché gli altri dovrebbero accettarci come popolo differente?
LA «LIMBA 'E MESANIA»
I SIMBOLI IDENTITARI SONO INUTILI E DANNOSI
di Costantino Cossu
Ho imparato a usare con parsimonia le parole da mia nonna, che era analfabeta e sapeva parlare solo il logudorese. Delle parole lei
aveva un rispetto quasi sacro, non le usava mai per dire di cose inutili. Per quelle, le cose inutili, c'era il silenzio. Scrivere per parlare di «limba 'e mesania», quindi, è contravvenire alla regola d'oro appresa alla scuola d'una donna a suo modo coltissima. E' contravvenire a quella regola perché la «limba 'e mesania» è, prima di tutto, una cosa inutile. Siccome, però, oltre che inutile è anche dannosa, poche righe bisognerà metterle insieme. Per dire perché è inutile e per dire perché è dannosa.
La «limba 'e mesania» sarà (se mai nascerà) una lingua inventata, di plastica. La dovrebbero mettere insieme un gruppo di esperti, riuniti in commissione e pagati dalla Regione, agitando nello shaker alcune delle varianti del sardo, magari il barbaricino più le parlate delle altre zone centrali dell'isola, oltre la Barbagia. Chi userebbe questa lingua? Ovviamente nessuno. Una lingua inventata non la può parlare nessuno. Ne ad alcuno verrebbe mai in mente d'insegnarla o di apprenderla per conto proprio. Potrebbe però usarla
l'amministrazione regionale negli atti ufficiali e solamente in uscita, sostiene Renato Soru nell'intervento che pubblichiamo in queste pagine. «Nelle prossime settimane — dice Soru — la giunta quasi certamente deciderà di istitituire una commisione tecnico-scientifica». Dovrà fare alcune cose che anche a noi sembrano utili, la commissione, ad esempio, dice Soru, «una ricerca sull'uso della lingua in Sardegna.
sul numero di parlanti e su coloro che la capiscono. Ms poi: dovrà anche "prendere una decisione, magari transitoria, per un codice che non sia "la lingua sarda" ma al quale va assegnato un ruolo piccolo piccolo che riguarda solo la pubblica amministrazione regionale e solo in uscita. Di scrivere con un sardo che è più vicino a tutti quanti e che abbia un valore più simbolico che comunicativo». Soru dice che i Comuni e le Province devono usare il sardo che c'è, quello che la gente parla. E va benissimo.
Per la Regione, invece, prefigura un «codice». Che cosa vuoi dire un codice? Una lingua artificiale? Ma se è così, che bisogno ce n'è? Si vuole una lingua regionale da usare come simbolo? Se ne scelga una di quelle vive e si abbia il coraggio di scegliere il barbaricino o il campidanese o il logudorese (o tutte le varianti come giustamente Soru propone per lo Statuto) piuttosto che stringersi in un abbraccio, tra il ridicolo e il tragico, con un cadavere, il «codice», al quale si fa finta di dare vita. Perché, al di là dell'inutilità, il anno, come fa opportunamente rilevare qui sotto Marcello Fois, è che «per rispondere al taglio della lingua sarda si procede al taglio dei sardi». O, più semplicemente, alla realtà viva si sostituisce un fantasma simbolico. A me i simboli, quando si parla d'identità etnica e di lingua, fanno venire i brividi.
Il Novecento ne ha prodotti abbastanza di simboli identitari inutili e tragici.
Lasciamo perdere, per favore. Teniamoci il sardo «lingua della confidenza», come lo chiama lo stesso Soru. Lo usi, il presidente, anche per gli atti pubblici regionali, quel sardo, ma che sia il sardo dei vivi, quello degli straordinari racconti d'una nonna analfabeta.




Rispondi Citando