Mc Shit
il McMenù fa davvero male? E se sì, quanto male? E’ questa la domanda di partenza dell’opera di Morgan Spurlock, 33 anni, regista indipendente americano vincitore del premio per la miglior Regia al Sundance Festival 2004 (quello fondato e diretto da Robert Redford) e candidato all’Oscar 2005 come miglior film documentario. Nel momento in cui le numerose cause intentate dagli adolescenti americani sono state tutte archiviate, per l’impossibilità di provare che McDonald’s sia responsabile della loro obesità, Spurlock è entrato in azione: ha deciso di conoscere il nemico, testando la pericolosità della multinazionale direttamente sulla propria pelle.
Dopo aver svolto le analisi cliniche di rito, inizia il suo esperimento: mangiare soltanto nel celebre fast-food per un mese di seguito, tre pasti quotidiani.
Un suicidio? Quasi: “Sono allibito, le consiglio di smettere", recita il suo medico dinanzi all’alterazione di tutti i valori dopo i primi dieci giorni. L’uomo scivola lentamente in un percorso di degradazione fisica e psichica: ingrassa, perde lo spirito vitale per diventare apatico e scostante (ne sono testimonianza gli interventi della sua fidanzata), sviluppa un’autentica dipendenza dal panino ("Sono nervoso tutto il giorno, soltanto quando mangio mi sento felice").
Il film si sviluppa su questo solido punto di partenza, di bruciante originalità, dove per una volta l’idea prevale su un budget particolarmente ridotto; ma non è solo questo. Oltre alla provocazione, Spurlock si ricollega velatamente alla controinformazione dell’universo no-global, propugnando un intento divulgativo estraneo ai media ufficiali: sullo schema della pellicola si innescano interviste a dietologi e studiosi dell’alimentazione, compreso il prof. John Banzaf III, docente di diritto alla George Washington University, con il quale l’autore inizia un’indagine all’interno dei fast food. E’ così che, alla maniera del Michael Moore di Fahrenheit 9/11, vengono alla luce particolari interessanti: pochissimi gli esercizi che espongono la tabella nutrizionale dei loro prodotti, anche se previsto dalla legge, e quando lo fanno la occultano in ogni modo possibile (significativa la sequenza in cui la tabella viene rinvenuta, ma è coperta da una gigantografia di Ronald McDonald).
Super Size me affila le armi dell’ironia, al limite del sarcasmo, anche quando si scaglia contro le multinazionali dell’alimentazione: Spurlock entra nelle mense delle scuole elementari americane, soltanto per scoprire che le grandi catene di fast food risultano i maggiori fornitori. “I presidi chiudono un occhio", dato che le entrate economiche sono assicurate: nel frattempo i bambini si abituano alle pietanze seriali (rigorosamente congelate, di dubbia provenienza) e domani, quando saranno adulti, faranno del fast food un autentico stile di vita.
Il documentario rinuncia volutamente ad alzare la voce, non si fa mai invettiva ma preferisce suggerire, mostrare, articolare il discorso: è così che il regista regala un campionario di gente comune, quasi una galleria di caratteri, per restituire uno spaccato dell’America contemporanea. C’è il cinquantenne appassionato di Big Mac, che regolarmente ne assume almeno due al giorno ("per me è il panino perfetto"), la famiglia che non conosce il pledge to the flag (l’inno americano) ma ripete a memoria l’inno del McDonald’s, gli adolescenti di qualunque estrazione che celebrano il fast food come fosse un caro vecchio amico. Qui si cela la tecnica diabolica, alla stregua del delitto perfetto, che sorregge l’industria della cattiva alimentazione: una pubblicità miliardaria scodella le patatine fritte su tutti i canali televisivi, i pargoli guardano i cartoni animati sponsorizzati dalle multinazionali, i gadget sono ovunque. Tutt’altro che un angolo di paradiso: Spurlock lo prova sulla propria pelle quando comincia ad avvertire disturbi gastrointestinali, alterazione dei valori sanguigni, problemi respiratori. Dopo trenta giorni di dieta intensiva, l’infarto è dietro l’angolo: “Se accusa un formicolio o un malore, corra dritto all’ospedale", lo avverte il dottor Daryl Isaacs ma il ragazzo è deciso a vincere la sua scommessa.
Di fronte alla crescente preoccupazione dei famigliari, con i dati clinici alla mano, l’autore vuole andare a riscuotere direttamente negli uffici del McDonald’s; per un lungo periodo proverà ad intervistare la dirigenza ma è inutile aggiungere che, come Roger Smith (direttore generale della General Motors) in Roger and me di Michael Moore, i veri giganti rimangono irraggiungibili.
Per questo film si potrebbe riproporre la classica etichetta di demolizione del sogno americano; ma non sarebbe esatto. Siamo ormai nella fase successiva: Spurlock pare muoversi tra le rovine, con ironia talvolta dolente, per raccontare un Paese piegato alle logiche del capitalismo più selvaggio, dove anche i bambini sono una cifra sulla calcolatrice del guadagno. Se etica e morale non abitano più qui l’opera non si limita alla critica sterile ma suggerisce anche una strada alternativa, il sasso nello stagno lanciato da un’altra America più che mai vitale ed agguerrita. Con un messaggio di fondo: il fast food è come la televisione, se non piace si può sempre cambiare canale.
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