IL DOPO BERLUSCONI FA PAURA di VITTORIO FELTRI
Aparte De Michelis, il quale guarda vicino ma vede lontano nonostante la miopia, c'è ancora qualcuno appassionato di politica in questo Paese che ha riscoperto il bizantinismo? Forse nel Palazzo, in qualche salotto. Ma gli italiani normali distrattamente pensano alle romane vicende. Non le capiscono; allargano le braccia e sospirano. Noi addetti ai lavori non sappiamo molto più di loro, e per fare la cronaca di questi giorni tribolati e strambi dobbiamo scegliere se seguire il fiuto o fidarci delle confidenze. Scelgo il fiuto e vado a ruota libera.F ermo restando che è sempre possibile un colpo di scena e che il cielo si schiarisca. Mettiamo pure un rientro nella maggioranza dell'Udc. Il governo riprende il faticoso cammino lungo il terreno accidentato da qui alle elezioni del 2006, e mettiamo riesca a concludere in piedi la legislatura. Ipotesi. Rivince Berlusconi (improbabile). Silvio mantiene il comando e così sia. Altrimenti gli subentra Prodi. Il quale non combinerà nulla e si giustificherà dicendo: dove volete che vada con la pesante eredità ricevuta dal centrodestra? È scontato. Quando le cose buttano male, poi si litiga in famiglia. Il professore - esattamente come accade ora al Cavaliere - litigherà con alcuni dei suoi alleati, Bertinotti, Cossutta e Diliberto. Facile immaginare i perché: il premier e il ministro del Tesoro avranno problemi di cassa e stringeranno i lacci della borsa; i comunisti italiani e quelli di Rifondazione premeranno per incrementare la spesa sociale.Risse quotidiane. Tasse come piovesse. Economia depressa causa situazione internazionale. Euro impazzito. Esportazioni impossibili. Insomma, il solito casino, lo stesso che ha frustrato le ambizioni berlusconiane. Produzione in calo, investimenti zero, grande industria pressoché scomparsa. La sinistra della sinistra premerà per strappare concessioni demagogiche tipo: salario garantito, orario ridotto, contratti più onerosi. Figuriamoci quante beghe susciteranno le finanziarie prodiane. Str essata, la maggioranza perderà i pezzi; il primo ad andarsene sbattendo la porta sarà Bertinotti; seguiranno i cossuttiani. Assisteremo al secondo atto del dramma 1998. A questo punto i folliniani, a digiuno di potere da mesi, alzeranno il ditino: ci siamo noi, veniamo in vostro socc o r s o. I folliniani sono stati e saranno sempre democristiani, abili nella politica del doppio forno; un piede di qua e uno di là. Basterà un passo, (...) (...) un piccolo passo e si troveranno sulla sponda dell'Unione disunita. I folliniani sembrano cretini ma non lo sono affatto. Alle prossime elezioni, anticipate o non anticipate, per aver preso le distanze dal Cavaliere acc hiapperanno un buon numero di consensi, e il loro partito, di riffe o di raffe, r ag g i u n g erà l'8/9 per c e n t o. Quanto basta per colmare il vuoto lasciato nei p ro g re s s i s t i dalla "dipartita" dei c o mu n i s t i , e finalmente Prodi potrà dire: visto, signori, non abbiamo più la palla al piede dei marxisti, il mio Ulivo è affidabile, caspita, pieno com'è di c at t o l i c i democratici centristi! E vissero felici e contenti, tutti insieme appassionatamente. Questo è il futur o. La Dc è morta ma i democristiani, un po' affamati e con parecchi lividi sparsi sulle membra lasse, sono vivissimi e disponibili. Per loro, destra o sinistra pari son. Hanno delle ragioni: meglio esserci e condizionare i soci che sparire. Il loro motto, l'importante è partecipare. Ecco perché fanno i difficili con Berlusconi. Tirano la corda per dimostrare che hanno i muscoli. Casini briga dietro le quinte. Fra un anno, se la Cdl schiatta, lui saluta la presidenza della Camera. Resta senza auto blu. Fuori dal cono di luce. Intollerabile. Il nuoro di Caltagirone non può tornare ad essere un peone. Deve darsi da fare per tempo. Se l'Udc scende dal carro sconfitto dei berluscones, ha la necessità di salire sulla carretta di Prodi onde giustificare la propria esistenza. Salirà. E Casini avrà la giusta ricompensa: comeminimo, ministro. Non sono parole in libertà, bensì previsioni. E badate bene. Supponiamo che la congregazione di Follini all'ultimo momento si persuada: massì, c o nv i e n e r ientrare nei ranghi del centrodestra. C a m b i erebbe poco. I democristiani rend e rebb e ro la vita complicata al nuovo governo, il cosiddetto B e rl u s c o n i bis, allo scopo di g u a d ag n a re meriti agli occhi dell'Unione. E l'Unione al momento oppor tuno saprà ric o m p e n s are chi le ha dato una m a n o. E se la Cdl invece rimontasse e vincesse nel 2006? Niente paura. Il Cavaliere ha bisogno dell'Udc - altro che scaricarla - al fine di avere il 51 per cento e oltre in Parlamento; quindi Follini e Casini continuerebbero a sedere sul carro del vincitore. Non è fondamentale il colore del vincitore; fondamentale è il car ro. La politica italiana è questa; il sistema maggioritario non ce l'ha fatta a modificarla. Tanto varrebbe ripristinare il proporzionale. La tragedia di Berlusconi è tutta qui; la fragilità organizzativa di Forza Italia, la doppiezza dei democristiani, il terrore di Alleanza nazionale di offuscare la sua identità di partito popolare sensibile al fattore sociale; la necessità della Lega di assecondare l'elettorato del Nord a suon di strappi antiunitari. Silvio è condannato ad andare d'accordo con tre soci di minoranza con cui, in realtà, non andrebbe neanche al bar a bere un caffé. Inoltre ha pagato un prezzo elevato per rintuzzare vari attacchi giudiziari e non solo: le inchieste contro di lui, i processi, le rogatorie, il falso in bilancio, la Cirami, una serie di leggi, tra cui la Salvapreviti, che a torto o no gli è stata r improverata. Ancora: la corporazione dei giornalisti (quasi tutti progressisti) gliel'ha giurata. L'apparato culturale, idem. Le banche gli sono ostili. La Confindustria lo detesta. Gli imprenditori o si sentono delusi o traditi. Molta gente è rimasta male perché non è stata m i r a c o l at a . È sufficiente questo a spiegare la congiuntura negativa del premier? Cosa fareste al suo posto? Iome ne andrei ad Acapulco o ripiegherei su Hammamet pur di stare lontano dal Tribunale di Milano. Lui invece insiste. È duro e, da un canto, lo ammiro; dall'altro mi infastidisce la sua cocciutaggine. Qualcosa mi dice - l'ho detto e lo ripeto - che le elezioni anticipate l'avrebbero agevolato: un sacco di cittadini che hanno disertato i seggi alle regionali, in caso di referendum - Berlusconi o Vendola - turandosi il naso e quant'altro di otturabile voterebbero Cdl senza indugio e a costo di sorbirsi, altri cinque anni, un chierichetto petulante come Follini. Non mi rassegno a un Bertinotti ministro del Lavoro che pretende la patrimoniale e odia la proprietà della seconda casa. Meglio berlusconiano - e perfino milanista - che rosso. Rosso anche di rabbia.




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