Politica - Votate votate
Ciao ciao Pirro, la Padania non è la tua patria
Regionali: chi più chi meno, tutti gli schieramenti hanno perso voti rispetto alle politiche e alle europee. Un dato certo: la lega con il consenso del '96 potrebbe condizionare e gestire i cambiamenti del Paese. Un obiettivo possibile se l'identità resta la bandiera
di Gilberto Oneto *
I risultati delle ultime regionali hanno suscitato un pandemonio di reazioni anche piuttosto scomposte: c'è chi ha gridato vittoria e chi si è stracciato le vesti, chi ne ha tratto conclusioni avventate e chi ha chiesto provvedimenti drastici. Pochi si sono messi ad analizzare serenamente i numeri (e non solo le percentuali) e a cercare di collegarli sia con le motivazioni vere che con le possibili conseguenze.
In particolare, in casa leghista si è subito cantato vittoria quando si sono conosciuti i dati relativi ai valori percentuali: è una reazione del tutto comprensibile soprattutto se la si legge nel difficile rapporto che la Lega ha con i suoi compagni di viaggio, e anche nella atmosfera di "scampato pericolo" che i risultati hanno contribuito a creare.
In realtà non ha davvero vinto nessuno: la corsa è solo fra chi ha perso di meno. La vittoria alle regionali l'ha conseguita il partito del non-voto che è arrivato al 41 % del totale, fra astenuti, schede bianche e nulle. Queste ultime sono sempre le cenerentole delle cronache: il loro numero non viene mai palesato e lo si ricava in genere solo dalla differenza degli altri dati.
Eppure, tutti quelli che si sono occupati degli scrutini concordano nel testimoniare la presenza di un numero ragguardevole di schede annullate, anche nei modi più fantasiosi e con gli slogan più espliciti. La prima considerazione da fare riguarda proprio questo partito dei non votanti, che è abbondantemente di maggioranza relativa e che si avvia a diventare di maggioranza assoluta.
I motivi di questa crescita sono molteplici: la stanchezza delle troppe elezioni (non passa anno che non si voti per qualcosa), le leggi elettorali tutte diverse fra di loro ma quasi tutte profondamente antidemocratiche (si devono spesso solo avallare candidati già scelti dai partiti), la scarsa varietà di prodotti politici offerti (quorum, sbarramenti e coalizioni hanno fatto sparire dagli scaffali del supermercato della politica gran parte dei simboli), e la sostanziale uguaglianza dei due schieramenti principali. In più - è vero - alle regionali
l'affluenza è tradizionalmente bassa. In ogni caso è successo che tutti gli schieramenti principali abbiano perso voti. Vale la pena di esaminare con molta attenzione i risultati delle cinque regioni padane, che sono quelle che ci interessano (casa nostra è più importante che casa d'altri) ma anche quelle che sono in grado di condizionare le scelte politiche della Repubblica.
Delle Regioni e Province a statuto speciale, Aosta e Bolzano seguono schemi totalmente diversi ma sono poco importanti in termini numerici, mentre Trento e Friuli hanno comportamenti analoghi a quelli delle cinque Regioni a statuto ordinario.
La Tabella 1 riporta i voti effettivamente presi dalle varie formazioni politiche negli ultimi 12 anni. La Sinistra e la Lega hanno guadagnato voti rispetto alle regionali del 2000, ma tutti - proprio tutti - ne hanno persi rispetto alle ultime politiche e alle europee dello scorso anno.
In particolare, in un anno, i votanti sono diminuiti del 16,8% e può cantare vittoria (di Pirro) solo chi è diminuito meno di quella percentuale: il centrosinistra (-10,5%) e la Lega (-9,2%).
Gli altri hanno tutti i motivi per non essere contenti: il centrodestra (16,9%) e Rifondazione (-19,8%).
Nel complesso in Padania, la Sinistra ha perso "solo" 714.363 voti (l'11,6%) contro i 1.017.376 della Destra, compresa la Lega (il15%).
Una differenza piuttosto marginale per risultare, soprattutto considerando che i due schieramenti hanno rispettivamente una rappresentanza del 27,2% e del 28,7% (tabella 2, tavola 1).
Serve a questo punto fare una prima serie di considerazioni.
1. Non c'è travaso di voti (se non in maniera assolutamente minimale e non incidente sul piano statistico) fra uno schieramento e l'altro: chi decide di togliere il voto alla parte che aveva votato in precedenza si astiene nella quasi totalità dei casi.
2. Il voto delle regioni padane è decisivo per i destini politici della Repubblica. La Padania non è solo il vero laboratorio politico ma anche il luogo dove si giocano in termini numerici maggioranze e minoranze.
3. La Lega è assolutamente determinante. Più in particolare, dall' esame del voto leghista si possono trarre alcune considerazioni essenziali.
1. Dopo gli anni del grande consenso (dal 1992 in poi, fino al crollo del 2001), il consenso della Lega è stato sostanzialmente costante, con oscillazioni fra 1.250.000 e 1.470.000 voti. Si può con ciò affermare che esista uno zoccolo duro che subisce una lenta erosione compensata da nuovi apporti stabili.
In particolare, questo ricambio si è verificato negli ultimi mesi: elettori di Alleanza Nazionale e di Forza Italia delusi dal loro "tradimento" sui temi dell'immigrazione e del liberalismo hanno votato Lega, sostituendo quella parte (in alcune aree anche considerevole) di "duri e puri" che 'si sono astenuti (o, in piccola parte, hanno votato per altri movimenti autonomisti) in reazione ad alcune vicende poco commendevoli in cui sono stati implicati esponenti leghisti (tavola 2).
2. il consenso che ha perso la Lega non si è indirizzato verso nessun.canale preferenziale. Esso è essenzialmente finito nell'astensione direttamente o attraverso il transito temporaneo nel voto a altri: i Radicali nel 1999, altre formazioni autonomiste o di protesta dopo.
Sono pochissimi gli ex leghisti finiti nel centrodestra e nel centrosinistra, e anche quelli che lo hanno fatto finiscono prima o poi nell' astensione.
Chi ha abbracciato - anche solo temporaneamente - un progetto "forte" di cambiamento e di pulizia lo può lasciare per delusione ma non può contentarsi di niente di meno: è un percorso che porta solo all' astensione, in attesa di "qualcosa di meglio".
3. L'andamento elettorale leghista è . piuttosto omogeneo territorialmente con alcune interessanti eccezioni sia in senso virtuoso (le Prealpi venete e lombarde, talune aree dell'Emilia) che negativo, come il Piemonte, dove nel 1992 la Lega prendeva gli stessi voti del Veneto e oggi è ridotta a percentuali a una cifra, e dove alle ultime elezioni c'è stato un vistoso calo del 15% rispetto all' anno scorso (173.208 voti contro 202.925), che è il più alto in assoluto nonostante il capzioso tentativo di tamponamento mass-mediatico attuato con il ricorso alla pubblicazione dei soli dati percentuali. (tabella 3 e tavola 3)
Oggi esiste un grande serbatoio di consenso rappresentato dal 41 % dei non votanti, i cui orientamenti saranno decisivi sugli esiti delle politiche del 2006. Le decisioni di questi 4 padani su 10 saranno evidentemente condizionate dall' azione politica dei prossimi mesi.
Non è azzardato dire che una buona parte di questi potrebbero essere potenziali votanti leghisti per una serie di buone ragioni. Innanzitutto perché una larga fetta di loro ha già in passato votato Lega: una recente indagine ha constatato che 4 padani su 10 almeno una volta nella loro vita l'hanno fatto. Esiste poi un largo consenso ai progetti autonomisti, che è attorno al 50%, secondo una famosa inchiesta di Limes.
Inoltre una larghissima parte dell' elettorato padano è composto da produttori, da gente che si sente oberata fiscalmente da uno Stato burocratico e inefficiente, che è assillata da problemi di criminalità. dilagante, che è estremamente sensibile al calo della moralità nella gestione pubblica, e che è fortemente federalista e autonomista.
Oggi, nonostante le dichiarazioni governative, la pressione fiscale è aumentata, gli adempimenti burocratici si sono complicati, l'economia traballa anche a causa dell' euro e dell'invasione di prodotti stranieri, criminalità e immigrazione incontrollata dilagano senza freno, "Mani pulite" è un lontano ricordo e tutto è tornato come e peggio di prima le riforme sono ostacolate e ritardate.
La larga maggioranza dei padani (anche quelli di sinistra) è sensibile a questi argomenti e si era illusa che venissero seriamente affrontati, ,e il calo elettorale della cosiddetta "Casa delle libertà" è dovuto essenzialmente proprio alla risposta inadeguata che è stata data a tante speranze.
Per cercare di intercettare questo grande bacino elettorale (che non può essere stabilmente accolto da nessun altro partito), la Lega deve però con energia e rapidità prendere alcuni provvedimenti.
1. Si deve innanzitutto liberare da tutti i sospetti (e soprattutto da alcune certezze) di corruzione e malversazione che l'hanno toccata. Tutti quelli che sono inquisiti per reati che non siano di opinione vanno sospesi ed eventualmente allontanati dal Movimento.
La triste vicenda della Credieuronord (che ha sgretolato il consenso di molti militanti) va affrontata con vigore, indicando con chiarezza le responsabilità (senza aspettare i tempi elefantiaci della giustizia italiana) e trovando il modo di risarcire chi è stato gabbato.
La Lega costituisce (soprattutto dopo le ultime elezioni) l'anello "forte" della coalizione e su di essa si accanirà la Sinistra (con i suoi giornali, le sue televisioni, la magistratura) nei prossimi mesi: si deve spuntare ogni arma avversaria facendo rapida ed esemplare pulizia prima di ogni intervento esterno.
2. La Lega deve fare una selezione molto più accurata del suo personale "di rappresentanza": chi non è all' altezza non va più ricandidato. Quando la battaglia si fa dura occorre disporre di persone capaci, presentabili, oneste, preparate, che non combattano l'italianità solo massacrandone la sintassi, che siano sinceramente autonomiste e padaniste e non inossidabili cadregari, che siano in grado di sostenere dibattiti e confronti, che non sembrino fuoriuscire da un repertorio lombrosiano, che rappresentino in maniera civile la grande civiltà delle nostre idee.
3. Il Movimento si deve concentrare sulle tematiche essenziali e qualificanti che l'hanno fatto nascere e crescere: la difesa dall' oppressione economica e culturale, le riforme federaliste, la difesa del lavoro e delle ricchezze prodotte dai padani, la difesa delle identità locali, l'affermazione delle libertà . individuali e comunitarie, il riconoscimento dell'inalienabile diritto alla democrazia e all' autodeterminazione che ne è il nucleo fondante.
4. I mezzi di informazione vanno usati in maniera più efficace, essenziale e puntuale per la creazione del consenso, per la diffusione delle idee e dei programmi, per fare conoscere informazioni e dati sostanziali agli obiettivi politici. Non ci si deve più perdere in cose terze, inutili, distraenti o addirittura controproducenti.
5. Infine va ripresa con vigore ogni.attività di promozione culturale in grado di produrre e diffondere idee. Esistono enormi potenzialità che non sono state sfruttate e che hanno fatto perdere grandi occasioni.
Gli esempi più eclatanti sono quelli dell'affermazione dell'identità padana e della costruzione del pensiero federalista: la riforma devoluzionista (pur con tutti i limiti imposti dai compromessi con i nostri strani compagni di viaggio) avrebbe potuto essere spiegata in maniera assai più efficace sia in termini scientifici che didattici, senza lasciarne la trattazione (e la critica malevola) solo ai corifei della cultura di sinistra o alle quinte colonne della destra.
Esiste una grande vitalità culturale autonomista che va utilizzata e non marginalizzata.
I prossimi mesi saranno cruciali. Avversari e alleati metteranno in campo tutto il loro parafermale guerresco di stampa, televisione, azioni parallele, operazioni palesi e subliminali per cercare di accaparrarsi il consenso del grande serbatoio dell' astensione, che invece - come si è visto troverebbe un suo più naturale collocamento nella Lega.
Chiunque vincerà lo farà con una maggioranza piuttosto risicata e acchiappando consensi a gente che glieli darà di malavoglia, "per evitare mali peggiori", per stanchezza, nell' ambito del meno peggio. Se la Lega non si presenta attrezzata a questo scontro rischia di mantenere inalterato il suo bacino di consenso (se non di perdere anche un'altra fetta di "duri e puri") e di tornare a viaggiare sotto la fatidica e poco democratica soglia del 4%.
Da una rapida occhiata ai numeri si vede che se avesse mantenuto il suo consenso del 1996, oggi viaggerebbe su un valore di consenso in Padania del 25-35%, quanto basterebbe per essere rassicurantemente competitiva nella larga maggioranza dei collegi delle cinque regioni.
Per gestire i cambiamenti in proprio o condizionando senza alternativa chiunque altro. Per farlo serve aprire gli occhi e darsi una mossa.
Fare quel che non ha fatto Pirro.
Con la collaborazione di Francesco Formenti
fonte: il federalismo lunedì 18 aprile 2005




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