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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Diffusione libraria "La Comune" lacomune-roma@libero.it




    CONSIGLIATO



    Autore: Cucchiarelli Paolo

    Editore: Ponte alle Grazie

    Strage di Piazza Fontana

    Pagine: 448 Prezzo: € 19,80


    12 dicembre 1969, il nostro venerdì nero. In un Paese che dopo il fascismo e la guerra civile si credeva innocente, quattro esplosioni lacerano il pomeriggio invernale, una a Milano e tre a Roma. Per la più grave, alla Banca nazionale dell'agricoltura di piazza Fontana a Milano, moriranno in diciassette. I feriti sono in tutto centocinque. Comincia la strategia della tensione, comincia la stagione dei sotterfugi e delle manipolazioni, della corruzione e dei soprusi: la stagione che dura ancora oggi. Leggete, leggete questo libro. La sua serietà, la sua passione per la verità - in un Paese in cui questi sono pregi rari - ha portato l'autore a indagare per dieci anni e a penetrare la cortina di acciaio di un segreto coltivato da tutte le parti politiche. Il segreto indicibile delle doppie bombe, piazzate dagli anarchici e raddoppiate dai fascisti; il segreto delle altre due bombe scomparse e dell'esplosivo utilizzato in quel giorno fatidico; quel che sapeva la DC, quel che sapeva il PCI, quel che sapevano gli USA e la NATO. Un segreto che non salva nessuno. E che spiega anche la tragica morte di Pinelli, Calabresi, Feltrinelli. Dopo troppe assoluzioni, dopo che con l'ultima sentenza i parenti delle vittime sono stati condannati a risarcire le spese processuali, il nostro Pasticciaccio finalmente si sbroglia, in un libro che riserva tanti colpi di scena quante sono le sue pagine.

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    Muntzer il Sopravvissuto

  2. #62
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    Silverio Corvisieri: BANDIERA ROSSA NELLA RESISTENZA ROMANA

    di Valerio Evangelisti

    Mi rendo conto che commentare un libro a quattro anni dall’uscita (e l’edizione originale è di quarant’anni precedente!), mi classifica tra i peggiori recensori della storia. Il fatto è che, non essendo un critico di professione, e non potendo leggere tutti i libri che ricevo, a volte scelgo il criterio banale della curiosità. Data l’aria mefitica che si respira in Italia, e la crisi della sinistra anticapitalista, mi è venuta voglia di scorrere un testo sulla lotta partigiana e sul ruolo dei comunisti nella sua vicenda. Il saggio di Corvisieri prendeva polvere da tempo. Ora che ho avuto modo e motivazioni per leggerlo, direi che ho fatto la scelta giusta.
    Aggiungo che, malgrado l’avvicendarsi frenetico dei titoli nelle librerie, il volume è ancora reperibile, e può essere ordinato on line nei siti specializzati. Un ennesimo motivo per ringraziare Internet, che mette a disposizione libri di tutto il mondo dati per estinti.

    Cosa fu Bandiera Rossa (dal titolo dell’organo del Movimento dei Comunisti Italiani), oggi totalmente dimenticata? Sorpresa: fu la componente maggioritaria della resistenza romana al nazifascismo, superiore per numero di militanti e attivismo allo stesso PCI. Basti dire che furono in larga prevalenza di Bandiera Rossa i prigionieri non ebrei immolati alle Fosse Ardeatine – anche se sulla loro identità politica si preferisce tacere.
    Per capire gli antefatti del fenomeno, occorre considerare che il regime di Mussolini riuscì a distruggere quasi per intero i partiti di sinistra, o semplicemente antifascisti, esistenti in Italia. Così accadde che, privi di legami con gli ex compagni ma non privi di memoria, gruppi di militanti decisi a combattere dovettero “reinventare” le loro antiche organizzazioni. Gli ex comunisti ricordavano il PCdI intransigente di Amadeo Bordiga, e su quel modello si raggrupparono, nell’illusione che l’inflessibilità fosse ancora la tendenza dominante. Nacque il Movimento dei Comunisti Italiani a Roma, nacque Stella Rossa a Torino (più tardi ritenuta dalle Brigate Rosse, arbitrariamente, la loro capostipite), nacquero decine di gruppi in tutto il paese. Per lo più senza comunicazioni reciproche, e senza rapporti con la dirigenza comunista residente all’estero.
    Il MCI non era realmente dissidente dalla linea del Komintern, di cui aveva percezioni confuse, e professava fedeltà all’Unione Sovietica e a Stalin. Ciò che non accettava era l’unità d’azione con forze politiche borghesi intenzionate a perpetuare il capitalismo. Sdegnando il CLN, si coordinò piuttosto con gruppi socialisti minoritari, a esso più affini. I rapporti con il PCI ricostituito non furono dei migliori, e i tentativi di avvicinamento naufragarono tutti. Ciò non impedì al MCI – meglio conosciuto come Bandiera Rossa – e ai suoi circa duemila militanti, ben attestati nelle borgate romane (dove erano presenti altre formazioni autonome, tipo la famosa banda del “Gobbo del Quarticciolo”) e in molti luoghi di lavoro, di compiere gesta antifasciste a un ritmo quasi impressionante, e di pagarle con un prezzo di vite altrettanto alto. Sabotaggi, agguati alle truppe tedesche, espropri di armi, esecuzioni di noti servi del regime, liberazioni rocambolesche dei compagni in carcere. Corvisieri riassume tutto ciò in alcune paginette del suo saggio che hanno l’aspro rigore di cronologie, senza inutili commenti. Sono quelle che più colpiscono. Non c’è notte in cui Bandiera Rossa non sia all’opera, astuta e sfuggente. Suoi aderenti sono incarcerati, torturati, uccisi, fino alla fucilazione in massa alle Ardeatine. Malgrado questo, interi quartieri popolari diventano zone proibite per i nazifascisti, che non osano entrarvi, tanta è la presa dell’organizzazione.
    Il PCI ricostituito, per contrastarla, ricorrerà alla tecnica stalinista di sempre, usata dalla guerra di Spagna fino al ’77 e oltre: la diffamazione, lo stravolgimento della verità. Quelli di Bandiera Rossa sono provocatori, infiltrati, trotzkisti, addirittura fascisti (!). Poco ferrato per sopravvivere ai contorcimenti tattici del dopoguerra, il Movimento dei Comunisti Italiani reagirà con impaccio, e finirà col piegarsi. Molti suoi quadri confluiranno gradualmente nel partito di Togliatti, un’esigua minoranza tenterà invano di continuare la lotta armata sotto le insegne dell’anarchismo. Le acque si chiuderanno su Bandiera Rossa, di cui solo questo libro conserva il ricordo. Eppure la resistenza, a Roma, portava in larga misura il suo sigillo.
    Le edizioni Odradek, nei titoli che propongono, riservano sempre liete sorprese. Unica osservazione critica: alcune note sono mutile, troncate dopo le prime righe. Non importa: è un grande libro, che appassiona. Antidoto perfetto al revisionismo dilagante.

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    Muntzer il Sopravvissuto

  3. #63
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    Giancarlo Paciello

    La nuova Intifada. Per il diritto alla vita del Popolo Palestinese


    Ogni giorno alla televisione, sui giornali, questa parola: "coloni".
    Parola in fondo del tutto inoffensiva, che evoca il coraggio dei
    pionieri, le loro difficili condizioni di vita e di lavoro, il loro
    senso del sacrificio, certamente poco adatta per individuare questi
    uomini aggressivi, che circolano in bande armate, occupando colline che
    non dissodano e che non coltivano. Colonizzazione, questo è il senso
    primario, rigoroso, antico dell'insediamento sulla terra di Palestina
    dei primi coloni venuti dall'Europa. Popolano delle terre, le coltivano
    e le valorizzano. CosI l'America fu colonizzata dai Bianchi, la Spagna
    dai Romani, l'Africa dagli Europei. Avendo questi ultimi conservato, al
    di fuori delle colonie, i loro Stati detti "metropolitani", è perciò
    piuttosto all'America dei pionieri che il primo Israele avanti lettera,
    quello delle prime aliya, rassomiglia di più, anche nell'atteggiamento
    verso gli autoctoni. Con la spartizione, la colonizzazione assume un
    aspetto di conquista, le popolazioni sopravvissute alla dispersione
    ricevono b statuto dei "nativi" di tutte le colonie conosciute: impero
    delle Indie, Africa occidentale o orientale francese... Dalla
    colonizzazione si è passati al colonialismo. Uno stadio superato con la
    guerra dei Sei Giorni.
    Sulla parte della Palestina dove si trovano
    "colonie" preesistenti alla spartizione del 1947 viene ormai esercitata
    brutalmente una "occupazione" militare. Situazione ben nota e definita
    storicamente: stato d'emergenza, coprifuoco, violenze contro gli arabi,
    distruzione di villaggi e di piantagioni... In compenso, l'insediamento
    di "coloni" nelle zone occupate, è una novità storica di cui esistono
    pochi esempi. Questo ritorno alla colonizzazione delle origini
    colpisce; ma come, si costruiscono villaggi o fattorie su di una terra
    dove il vostro esercito staziona per motivi di sicurezza? La parola
    "territori occupati" è impropria; occupazione sta per annessione.
    Eppure la presenza israeliana in Cisgiordania e a Gaza non contribuisce
    in alcun modo allo sviluppo della terra conquistata. Per trentaquattro
    anni, Israele non ha costruito strade e infrastrutture che per i
    coloni; invece di costruire scuole ha chiuso università, e non ha
    aperto ospedali per gli "indigeni". La "colonizzazione" si contenta di
    confiscare a suo vantaggio le risorse locali, soprattutto d'acqua, e di
    sfruttare la popolazione. I coloni abitano in Cisgiordania e lavorano
    in Israele, gli operai e i lavoratori palestinesi nel loro complesso
    servono come mano d'opera a basso costo per gli Israeliani in Israele e
    nei "territori". Israele, paese moderno, ha sviluppato anch'esso questa
    terza forma di "rapporto coloniale" che l'Europa ha messo in piedi dopo
    la decolonizzazione: b sfruttamento dei lavoratori immigrati, arabi,
    curdi o turchi. Ma qui, e paradossalmente proprio sulla loro terra, gli
    Arabi residenti in Israele costituiscono una categoria di immigrati,
    destinata a subire tutti i soprusi. Quando lavorano in Israele, gli
    abitanti dei "territori" e di Gaza costituiscono un'ulteriore
    categoria, poiché emigrano ogni giorno e rientrano a casa loro ogni
    sera... Colonizzazione e colonialismo; occupazione e apartheid.
    Ed ora? Sharon non ha dubbi. Fa la guerra al terrorismo!

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    Muntzer il Sopravvissuto

  4. #64
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    Israel Shamir

    Carri armati e ulivi della Palestina. Il fragore del silenzio.

    Note di
    Roberto Giammanco e Miguel Martinez.

    Traduzioni dal russo di
    Pier Giovanni Donini.



    A nessuno è permesso di entrare nella striscia di Gaza o di uscirne. È
    circondata da filo spinato, i cancelli sono chiusi e anche se si è in
    possesso dei documenti richiesti non si può visitare il più grande
    carcere di massima sicurezza del pianeta, residenza di più di un
    milione di palestinesi. L’esercito israeliano che una volta era una
    rinomata forza combattente, è ormai diventato soltanto un corpo di
    guardie carcerarie. Le tattiche dello Tsahal1 furono formulate già
    negli anni Trenta, “Non c’è bisogno di ammazzare un milione di persone,
    ammazziamo i migliori, e gli altri si sottometteranno tutti”. Questo
    metodo lo applicarono per primi gli inglesi con l’aiuto dei loro amici
    ebrei durante la sollevazione palestinese del 1936. Da allora migliaia
    dei migliori figli e figlie di questa terra, l’élite potenziale dei
    palestinesi, sono stati sterminati. Ancora una volta l’esercito
    israeliano viene usato per mettere in atto questo piano, “per tenere a
    bada gli indigeni inquieti” uccidendo d’abitudine i potenziali ribelli.

    Gli israeliani hanno un facile compito. Loro possiedono l’esercito
    più forte del Medio Oriente. Sono una delle massime potenze nucleari,
    hanno a loro disposizione tutte le armi del mondo mentre i palestinesi
    imprigionati nei territori hanno soltanto le pietre e qualche arma
    leggera. Recentemente gli israeliani hanno intercettato un battello
    carico di armi che stava dirigendosi verso Gaza. L’esercito ha subito
    proclamato una grande vittoria ma ha espresso “preoccupazione”. Hanno
    certamente ragione di preoccuparsi. Dal 1973, l’esercito israeliano ha
    avuto poco da preoccuparsi che i palestinesi fossero in grado di
    sparare contro di loro. I soldati israeliani si erano abituati ad un
    lavoro abbastanza semplice: preferivano sparare su bambini inermi.
    Ma Gaza è una realtà diversa che ricorda i pianeti-prigione dei film di
    serie B. La recinzione in filo spinato protegge il segreto, la volontà
    indomabile del suo popolo. È come uno studio nel quale si sta
    allestendo un film di serie B, ma i suoi uomini e le sue donne sono di
    prima grandezza.
    Questo messaggio segreto è uscito dalla Palestina, incarnato in un
    ragazzo di tredici anni, Faris Ode. Era un gioioso Davide palestinese
    quello che noi abbiamo visto confrontarsi con il Golia israeliano,
    nella periferia di Gaza, nella foto immortale scattata da Laurent
    Rebours dell’Associated Press. Faris il Senzapaura scagliava le sue
    pietre contro il mostro corazzato, con la grazia di un ragazzo di
    campagna che caccia via un cane feroce. Questa fotografia è stata presa
    il 29 ottobre 2000 e pochi giorni dopo, l’8 novembre, un tiratore
    scelto ebreo lo ha assassinato a sangue freddo.
    Ci lascia l’immagine di un eroe, un’immagine che deve essere messa
    accanto a Che Guevara, un nome che deve essere pronunciato insieme a
    quello di Gavroche, il coraggioso ragazzo ribelle che combatté sulle
    barricate di Parigi nel romanzo I Miserabili di Victor Hugo, simbolo
    dell’invincibile ed irriducibile spirito umano. Era nato in tempi
    diversi, in tempi in cui l’eroismo non era una parola disonorevole,
    quando gli uomini andavano alla guerra pronti a combattere e morire per
    una nobile causa. Simbolicamente, il suo primo nome era “Cavaliere”, il
    secondo vuol dire “del Ritorno”. Questa immagine evocava l’idea dei
    valorosi cavalieri del passato. Questo spirito è del tutto estraneo al
    miserabile edonismo commerciale, l’ideologia dominante dei nostri
    giorni che con tanta abbondanza ci viene fornita dalla pop-culture
    americana. L’eredità di Faris è un segno del fallimento del piano
    d’Israele. Questo giovane ribelle era nato sotto l’occupazione militare
    israeliana ed è morto sfidando i soldati dello Tsahal.
    Questo messaggio di speranza non è stato capito subito dagli amici
    della Palestina, perché ci siamo ormai abituati all’idea dei
    palestinesi che soffrono e del loro martirio. Nei nostri scritti, quasi
    inconsciamente non facciamo altro che riferirci a quella specie di
    atteggiamento che presenta “la nostra parte” come vittime sfortunate
    che meritano compassione e pietà. L’ultimo sentimento che dovremmo
    avere verso i palestinesi è proprio la pietà. Ammirazione, amore,
    solidarietà, culto dell’eroismo, persino invidia, ma mai pietà. Perché
    se noi abbiamo pietà di loro, allora, per la stessa ragione dovremmo
    provare pietà per i trecento guerrieri di Leonida che caddero
    combattendo alle Termopili, o per i soldati russi che fermarono i carri
    armati di Guderian con i loro corpi, o addirittura per il Gary Cooper
    di Mezzogiorno di fuoco. Non si deve avere pietà per gli eroi perché
    essi sono un esempio edificante per tutti.
    Prima di tutto, non siamo stati capaci di collocare in modo giusto
    l’immagine di Faris. La narrazione della sofferenza si adattava al
    quadro di un Muhammad al-Durra tutto accucciato, che moriva sotto i
    nostri occhi, un bambino che somigliava tanto alla piccola vietnamita
    nuda che fuggiva dall’inferno del napalm.
    L’immagine del Cavaliere che Ritorna, di Faris Ode, appartiene ad un
    diverso tipo di icona: quella dell’eroe. Il suo posto è accanto
    all’immagine dei marines ad Iwo Jima o in una chiesa vicino al suo
    conterraneo San Giorgio. Dopotutto, il santo guerriero fu martirizzato
    e seppellito sul suolo palestinese non lontano da Faris, nella cripta
    della vecchia chiesa bizantina di Lidda.
    I nemici dei palestinesi hanno compreso bene questa realtà, meglio dei
    loro amici di New York. La stampa americana, dominata praticamente
    dagli ebrei, non ha risparmiato alcuno sforzo per cancellare la memoria
    di Faris, come certamente intendono fare per tutte le passioni eroiche
    che si agitano intorno a lui. Il sito Internet MSNBC.com fece un
    concorso idiota per la più importante fotografia dell’anno, con la
    scelta tra al-Durra il Martire e una fotografia di cani. In questo
    concorso, vi offrono sempre una scelta, ma qualsiasi cosa scegliate, è
    sempre quella sbagliata. I cani erano sponsorizzati dal console
    d’Israele a Los Angeles. Per loro votarono moltissimi sostenitori
    d’Israele mentre i sostenitori della Palestina si alzarono per votare
    al-Durra. L’unica fotografia veramente importante, l’immagine di Faris,
    non fu presentata al pubblico.
    Come se tutto questo non bastasse, il Washington Post ha mandato il suo
    corrispondente in Palestina Lee Hockstader, per insultare addirittura
    la memoria del ragazzo caduto. Questo ignobile giornale vicino alla
    lobby ufficiale sionista negli Stati Uniti, l’AIPAC,2 poteva ben
    fidarsi di Hockstader.
    Le sue corrispondenze dovrebbero essere studiate nelle scuole di
    giornalismo, nel corso sulla disinformazione. Quando i carri armati
    d’Israele e gli elicotteri da combattimento hanno bombardato Betlemme
    indifesa, Lee Hockstader ha scritto: “Nella città biblica di Betlemme
    [lui non menziona neppure la Natività, figuriamoci!] i soldati
    israeliani e i palestinesi hanno combattuto con carri armati, missili,
    elicotteri, mitragliatrici e pietre”. Sospetto che se Hockstader avesse
    scritto la storia della Seconda guerra mondiale sicuramente ci avrebbe
    gratificati con la favoletta secondo cui gli Stati uniti e il Giappone
    si affrontarono con armi nucleari.
    Hockstader, naturalmente, ha giustificato così le scorrerie israeliane
    contro la popolazione civile: “I portavoce dell’esercito israeliano
    dicono che queste scorrerie erano limitate ed essenzialmente difensive.
    Ma il governo israeliano ha assunto una visione più ampia, notando come
    le scorrerie offrano ai comandi militari locali una certa flessibilità
    contro un nemico che si nasconde”. Se lui accetta “una visione più
    ampia” delle azioni israeliane, i palestinesi in queste corrispondenze,
    appaiono come folli terroristi. “I palestinesi hanno minacciato di far
    pagare un prezzo molto alto per quella che loro considerano una guerra
    d’aggressione. Un rappresentante del movimento islamico di resistenza,
    noto come Hamas, ha fatto appello perché si facciano ancora attacchi
    suicidi e si spari con i mortai contro Israele”.
    Bene, certamente lui ha il progetto, e il compito, di affermare la
    supremazia ebraica e di discreditare i palestinesi. Infangare la
    memoria di Faris rientra perfettamente in questo compito. Hockstader è
    andato a Gaza e ha riferito nella sua corrispondenza che Faris era un
    ragazzo turbolento che non obbediva ai suoi genitori, che non andava a
    scuola, che era un “adolescente scatenato”, che poi in realtà voleva
    essere ucciso, e un tiratore scelto ebreo ha esaudito il suo desiderio.
    Lee Hockstader non ha tralasciato niente: il ragazzo venne ucciso
    mentre stava scagliando una pietra e perciò doveva essere ucciso, la
    sua fama postuma non è altro che “una leggenda sulla sua morte”; e in
    ogni caso sua madre “ha poi ricevuto dal presidente Saddam Hussein
    dell’Iraq un assegno di 10.000 dollari”.
    In questo caso, Hockstader non correva rischi. Se avesse osato
    concludere che i genitori della bambina ebrea uccisa ad Hebron
    desideravano la morte della loro figlia, e se avesse riferito che la
    reazione d’Israele era una “leggenda”, o menzionato l’assegno così
    sostanzioso che i genitori avevano ricevuto dalla mani del macellaio di
    Sabra e Chatila, Hockstader non sarebbe uscito vivo da Israele, e
    Katherine Graham, la proprietaria del Washington Post, si sarebbe
    pentita di questo fino alla fine dei suoi giorni.
    Gli ebrei sono riusciti a sottomettere ed a umiliare i loro nemici e
    non solo con la magia delle parole. Lord Moyne, ministro di stato
    britannico per il Medio Oriente3 e decine di soldati ed ufficiali
    inglesi e centinaia di leader palestinesi furono assassinati dagli
    ebrei nella loro corsa verso la supremazia nella Terra Santa negli anni
    Quaranta, mentre gli inglesi terrorizzati fuggivano dal porto di Haifa,
    il 15 maggio del 1948. Ancora oggi, due attivi pacifisti e religiosi di
    San Francisco, un prete cattolico, Labib Kobti,4 e un rabbino ebreo,
    Michael Lerner,5 ricevono minacce di morte da gruppi terroristici
    ebraici che, credete pure, prendono sul serio.
    I palestinesi sono in genere contadini e abitanti delle città molto
    pacifici. Sanno come coltivare oliveti e vigneti, come fare uno zir, un
    orcio che mantiene fresca l’acqua anche nel più caldo khamsin o
    scirocco. In ogni angolo della Palestina si hanno prove della loro
    abilità di costruttori. Scrivono poesie e venerano i loro morti. Non
    sono guerrieri e certamente non sono assassini. Con sbigottimento ed
    incredulità guardano nello specchio di una stampa dominata dagli ebrei
    e si vedono riflessi con la maschera di sanguinosi terroristi. Ma
    questi contadini sono ancora in grado di darci una lezione
    sull’eroismo, tutte le volte che un nemico cerca di toglier loro la
    terra. I palestinesi lo hanno dimostrato molti secoli fa nei giorni
    leggendari dei Giudici, quando i loro antenati combatterono contro gli
    invasori venuti dal mare.
    Negli anni Trenta, un fervente nazionalista ebreo russo e fondatore del
    partito di Sharon, Vladimir Zeev Jabotinsky6 scrisse – in russo – un
    racconto storico, Sansone, sviluppando la storia biblica del suicida
    che uccide tremila uomini e donne (Giudici, 18,27) e muore con i suoi
    nemici. Pochi anni fa, questo racconto è stato pubblicato in Israele in
    una moderna traduzione in ebraico, e il recensore del giornale Davar
    notò un’interessante contraddizione.
    Per Jabotinsky, gli inglesi erano i moderni filistei, mentre gli
    israeliti erano gli ebrei. Ma per un lettore moderno israeliano, il
    racconto si presenta come la glorificazione della lotta dei palestinesi
    contro il dominio d’Israele. I filistei, altamente civilizzati,
    detentori di una tecnologia superiore, che venivano dal di là del mare
    ad invadere la terra, abitanti edonistici della Pianura e bellicosi
    intrusi delle Terre Alte ricordavano molto gli ebrei. Mentre il popolo
    di Sansone, Banu Israel,7 i nativi delle Terre Alte, certi delle loro
    profonde radici, fiduciosi nell’inevitabile vittoria del loro
    attaccamento alla terra, contro la potenza militare dell’invasore, gli
    ricordavano gli abitanti palestinesi delle Terre Alte di oggi.
    La cosa è ragionevole perché i veri discendenti della Israele biblica,
    di quel popolo indigeno che ha abbracciato la fede di Cristo e di
    Maometto e sono rimasti da sempre nella Terra Santa, sono proprio i
    palestinesi. Gli israeliani lo sanno. Nei laboratori di genetica di Tel
    Aviv, i ricercatori del “DNA ebraico” presentano con orgoglio ogni
    risultato che confermi, sia pure vagamente, una relazione di sangue tra
    gli ebrei e i palestinesi. Sanno che la nostra pretesa di essere i
    possessori dell’orgoglioso nome d’Israele è perlomeno dubbia. Come
    Riccardo III, noi ci siamo impadroniti del titolo e della corona, ma
    come Riccardo III, ci sentiamo poco sicuri finché gli eredi legittimi
    sono ancora in vita. Questa è la spiegazione psicologica della nostra,
    altrimenti inspiegabile, crudeltà nei confronti dei palestinesi.
    Gli israeliani vorrebbero essere palestinesi. Noi abbiamo adottato la
    loro cucina, serviamo il falafel e l’hummus come se fosse il cibo della
    nostra etnia. Abbiamo adottato il cactus locale, sabra, che cresce
    intorno ai loro villaggi come nome dei nostri figli e delle nostre
    figlie nati qui. La nostra lingua ebraica moderna è nata con centinaia
    di vocaboli palestinesi. Noi dovremmo chiedere loro perdono,
    abbracciarli come fratelli da lungo tempo perduti ed imparare da loro.
    Questo è il raggio di speranza che viene fuori dall’oscuro presente.
    Come è stato dimostrato dai moderni studi archeologici israeliani,
    tremila anni fa le tribù delle Terre Alte (Banu Israel della Bibbia)
    riuscirono a trovare un modus vivendi con il “popolo del mare” della
    costa, e insieme questi figli di Sansone e Dalila diventarono i
    progenitori di coloro che hanno scritto la Bibbia, degli apostoli di
    Cristo e dei moderni palestinesi. L’unione della tecnologia avanzata
    dei filistei e l’amore degli abitanti delle Terre Alte per la nostra
    terra screpolata e arida, ha permesso di realizzare il miracolo
    spirituale dell’antica Palestina. Non è impossibile, e soprattutto è
    decisamente auspicabile, che la storia si ripeta e la gloriosa immagine
    del giovane Faris, che combatte da solo contro il carro armato, si
    fonda con le immagini di re Davide e di San Giorgio nelle menti e nei
    libri di testo dei nostri figli palestinesi.

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    Muntzer il Sopravvissuto

  5. #65
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Diffusione libraria "La Comune" lacomune-roma@libero.it




    Antonio Negri
    I libri del rogo
    Crisidello Stato-piano
    Partito operaio contro il lavoro -Proletari e Stato
    Per la critica della costituzione materiale - Il dominio e il sabotaggio
    pagg. 320 €18

    Ottimo libro!

  6. #66
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

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    Recensione

    La lunga marcia boliviana verso «el buen vivir»

    di Roberto Zanini/Il Manifesto


    Quasi dieci anni erano passati dal crollo del muro di Berlino. Alla fine del millennio,
    deposti i panni della teoria economica, il libero mercato aveva assunto le forme di
    una moderna teologia, maggioritaria ed efficiente, feudo di una divinità guerriera che
    praticava la benevolenza verso i discepoli e la ferocia contro eretici, agnostici e ogni
    qualità di miscredenti. Solo un pungo di uomini, di organizzazioni e di Stati rifiutava
    la genuflessione, e e punizioni erano esemplari. Molti di loro vivevano, ogni giorno
    peggio, in America Latina.
    E poi qualcosa cambiò. Mentre i sacerdoti del mercato predicavano che limite era il
    cielo, abitando una storia diventata lineare, dedita senza scossoni allo sviluppo
    infinito e alla trasformazione di ogni cosa in merce (beni, servizi, esseri umani), il
    cielo venne raggiunto. Riscaldandosi e scongelandosi i ghiacciai, la Terra si incaricò
    di spiegare che per reggere i consumi auspicati da Fondo Monetario e Banca
    Mondiale, l'umanità “avrebbe avuto bisogno di altri tre pianeti” - stima è di Mathis
    Wackernagel, padre del concetto di “impronta ecologica”. Catastrofiche previsioni
    ambientali divennero attualità e una crisi finanziaria, la peggiore di tutte, spazzò via
    certezze costruite in secoli di accumulazione e decenni di liberissima economia. Il
    mercato aveva trovato il suo limite e il senso intrinseco del proprio fallimento.
    Occorreva qualcos'altro, e venne avanti in Bolivia, poi nel vicino Ecuador. Si
    chiamava suma quamana in quechua, sumak kawsay in aymara.
    È il senso di Buen Vivir – per una nuova democrazia della Terra (Ediesse Edizioni,
    pp. 165, euro 10), il libro di Giuseppe De Marzo che sin dal titolo esplicita le
    espressioni indigene che significano armonia con la natura, l'uomo come
    amministratore delle risorse e non come divoratore aeconomicus delle stesse. Il
    principio informatore della costituzione della Bolivia di Evo Morales Ayma, leader di
    una nazione che ha coagulato gruppi indigeni, movimenti sociali e risorse naturali in
    una nuova proposta di progresso – che, ricorda De Marzo, è cosa affatto distinta dallo
    sviluppo.
    La marcia boliviana verso il “Buen Vivir” si può forse far cominciare dall'11 ottobre
    2003, quando il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada ordinò di aprire il fuoco sulla
    folla: il paese si era sollevato contro la svendita del gas boliviano a un consorzio
    cileno e Goni De Lozada in pochi mesi dovette fuggire in elicottero. Alle prime
    elezioni vinse l'indio Morales e a differenza di ogni altro movimento, che raggiunto
    (raramente) lo scopo si ritirava, quella rivendicazione divento teoria e pratica
    generale dello stato.
    Il libro di De Marzo ha l'originalità della proposta e la struttura della piccola miniera:
    di informazioni sul continente Latinoamericano, che più di ogni altro ha fatto per
    l'accumulaizone originaria del capitale (gli indios morirono a milioni per estrarre i
    minerali con cui i re cattolici arricchirono i banchieri proto-capitalisti), di nessi tra
    lotte nel globo (dall'acqua in Bolivia al gas flaring in Nigeria), di analisi sulla
    riallocazione della governance globale verso quella che l'autore definisce “una
    democrazia della Terra”. Un potere disperso verso il basso per il quale voto e
    consenso non sono sempre sinonimi, non teso verso lo spasimo della crescita ma
    verso la tutela di diritti e doveri antagonisti a quelli connessi a produzione e consumo.
    Insomma, il “sumak kawsay”contro la Cina.
    Uno dei motivi della ricchezza del libro è che De Marzo – firma che i lettori de Il
    Manifesto conoscono – si è consumato le scarpe camminando per anni nei luoghi
    delle resistenze sociali (e non sempre ben accolto: ricordiamo l'arresto in Ecuador).
    Oltre che attivista, economista o giornalista è in sostanza un testimone. Ciò di cui c'è
    grande bisogno.


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    Muntzer il Sopravvissuto

  7. #67
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels


    MIRACOLI E TRAUMI COSÌ È FINITA LA STORIA BENVENUTI NEL MONDO DELL' IRREALTÀ





    Mario Perniola
    è convinto che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non sia accaduto più nulla di rilevante sul pianeta. Potete leggere questa affermazione come un azzardo, una provocazione, una sciocchezza. Ma se si va a vedere che cosa siamo diventati, forse non ha tutti i torti. Siamo diventati la società del miracolo e del trauma. L' Occidente è pervaso da una mentalità miracolistica e, per converso, traumatica. Si è colpiti solo da ciò che è meraviglioso, eclatante, imponente. Solo ciò che è impossibile è in qualche modo vero ai nostri occhi. Gran bel libro "Miracoli e traumi della comunicazione" (Einaudi, pagg. 153, euro 10) che Perniola ci offre come riflessione singolare sull' universo mediatico nel quale siamo finiti e che esce a qualche anno di distanza dallo stimolante e provocatorio Contro la comunicazione. Allora professor Perniola, davvero nonè successo più nulla da sessant' anni a questa parte? Davvero l' azione è finita? «Le ultime azioni veramente importanti sono state la sconfitta del nazi-fascismo e l' asservimento dell' ultima grande cultura che era riuscita a sottrarsi alla colonizzazione euro-americana, quella giapponese. Dagli anni Sessanta la comunicazione ha preso il posto dell' azione e oggi ha raggiunto un' egemonia soverchiante». Con quali effetti? «Il mio assunto è che il significato di ciò che è avvenuto negli ultimi quarant' anni resta tuttora opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre ai concetti e alle nozioni che hanno dominato nell' Ottocento e nella prima metà del Novecento, perché queste sono appunto categorie che non appartengono al mondo della comunicazione». Cosa intende quando dice che il mondo è sotto il dominio della comunicazione? «Significa che il posto della Storia è stato preso da eventimatrice del tutto imprevedibilie da una infinità di "storiette", il cui legame dipende dal modo in cui vengono presentate». Che cos' è un evento-matrice? «Un avvenimento-matrice congiunge l' attualità di un fatto che avviene quie ora con un prolungamento immaginario negli anni successivi. Per esempio, il Maggio 68 era qualcosa di molto mediatico nel momento in cui è avvenuto, ma ha continuato a occupare l' immaginazione per molto tempo ancora». Dagli anni Sessanta a oggi, come lei stesso osserva, ci sono stati quattro grandi eventi-matrice: il Maggio francese del 1968, la rivoluzione iraniana del 1979, il crollo del muro di Berlino del 1989 con relativo crollo dell' impero sovietico e infine l' attentato alle torri gemelle nel 2001. Possibile che non abbiano cambiato neanche un po' il corso della storia? «Diciamo che non hanno alterato la struttura dell' ordine mondiale: quelli che lei cita sono eventi che hanno avuto un carattere essenzialmente mediatico». A questo proposito lei parla di un miracolismo mediatico. Cosa intende? «Il prezzo della stabilità politica mondiale è la puerilizzazione e la futilizzazione del mondo, insieme al dilagare di una mentalità miracolistico-traumatica, la cui sostanza è un "impossibile" che diventa improvvisamente reale. Si tratta di una sindrome psicopatologica di carattere sociale». Con quali ricadute? «Una larga maggioranza di persone pensa che le cose si ottengano in modo "miracolistico" attraverso il gioco, la fortuna, la corruzione, il malaffare, l' eredità o un matrimonio vantaggioso e non attraverso il lavoro, la pazienza, il rispetto della legalità, la comunanza, la dedizione, la collaborazione. Si crede che esista una via breve alla felicità». Sembra il ritratto dell' Italia di questi anni. Ma questa sindrome miracolistica ha a che vedere con il sacro? «No, il sacro è scomparso da molto tempo dall' orizzonte: è stato sostituito dal business della New Age. Quanto ai valori, nel corso dell' ultimo decennio la comunicazione è entrata nella fase della valutazione. In ogni ambito si stabiliscono classifiche e canoni demenziali, abilmente manipolati. Il progetto, in prospettiva, è quello di schedare e valutare gran parte degli abitanti del globo in tutti gli aspetti della loro vita quotidiana, economica, ricreativa, turistica, intellettuale, spirituale e perfino intima». La società dello spettacolo è immediatamente riconducibile alla società del miracolo? «La società dello spettacolo è solo la prima fase della società della comunicazione, riconducibile agli anni Sessanta-Settanta. Per descrivere le fasi ulteriori bisogna ricorrere ad altri concetti come quelli di "deregolamentazione" (anni Ottanta), "provocazione" (anni Novanta) ed oggi appunto "valutazione"». Tutto sembra svolgersi in un eterno presente: assenza di futuro, inutilità del passato. Che tipo di legami sociali sono oggi possibili? «Mi sembra che le malattie psichiche tipiche di oggi siano la dipendenza, l' autismo e l' anedonia, ossia la scomparsa della capacità di provare piacere. È evidente che su queste basi non si possono creare legami sociali. Tuttavia la presa di coscienza di questa catastrofe porta alla creazione di piccoli circoli, dai quali dipenderà l' avvenire dell' Occidente». Davvero è tramontata la possibilità di provare piacere? «Sì, e basta vedere cosa è accaduto nell' abito della sessualità. Nel corso degli ultimi quarant' anni ci sono state trasformazioni insieme miracolistiche e traumatiche». Ossia? «Con la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta-Settanta tramonta il sentire erotico della civiltà occidentale, in cui la seduzione aveva un' importanza centrale. Sotto l' ingiunzione di una impossibile "trasparenza", le relazioni sessuali diventarono banali, rozze, brutali, perché si presumeva che gli esseri umani disponessero a loro piacere del loro inconscio e della loro sessualità. Gli anni Ottanta hanno visto il sorgere di due fenomeni apparentemente opposti, ma complementari anche da un punto di vista politico: il ritorno del velo nelle società islamiche e la democratizzazione della pornografia in Europa e in America». Con quali conseguenze? «Da un lato un neopuritanesimo delirante e dall' altro una trivialità collettiva senza precedenti. Con gli anni Novanta si è arrivati al "sesso estremo" che, promosso in ambienti artistici e letterari,è stato rapidamente recuperatoe assimilato dal videoe da Internet. Nell' ultimo decennio sono tramontate perfino le perversioni che sono formazioni psichiche troppo complessee raffinate per avere la possibilità di svilupparsi in un mondo in cui tutto ha assunto l' immediatezza del miracolo e del trauma». Insomma questi quarant' anni di egemonia della comunicazione sono da buttare? «Non direi. Chi è sopravvissuto in condizioni decenti ed ha seguito con vigilanza intellettuale e partecipazione emozionale lo svolgersi degli eventi, corre ora il rischio di morire dal ridere». Tra una risata e l' apocalisse? «Ma io non sono un apocalittico. Come dicevano gli stoici: "neanche così, poi è tanto male", dato che una Terza guerra mondiale non è scoppiata e siamo ancora qui ad analizzare il declino della civiltà». -

    ANTONIO GNOLI - Repubblica

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    Muntzer il Sopravvissuto

  8. #68
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Marino Badiale, Massimo Bontempelli

    CIVILTÀ OCCIDENTALE. Un’apologia contro la barbarie che viene.

    “Il fenomeno al quale assistiamo oggi è quello dell’Occidente che distrugge la civiltà occidentale. Occorre quindi combattere la barbarie dell’Occidente per salvare i valori della civiltà occidentale…”


    Prefazione di Franco Cardini
    Collana Saggistica
    pagg. 270 - euro 20,00






    CIVILTÀ OCCIDENTALE. Un’apologia contro la barbarie che viene.


    Quella di "civiltà occidentale" è una nozione attorno alla
    quale si sono recentemente accesi dibattiti di grande
    rilevanza politica e culturale. Relativismo,
    universalismo, scontro di civiltà, dinamiche geopolitiche:
    sono solo alcuni dei nodi tematici rispetto ai quali la
    nozione di "civiltà occidentale" ha assunto un peso
    culturale e ideologico sempre maggiore.
    Questo libro pone tale nozione al centro di una serrata
    analisi storica e filosofica. Le tesi fondamentali in esso
    sostenute sono le seguenti.
    In primo luogo si argomenta il carattere ideologico della
    nozione di "Occidente" così come viene comunemente intesa,
    cioè come una civiltà unitaria nata con la Grecia
    classica, sviluppatasi poi con gli apporti di Roma e del
    Cristianesimo e arrivata a compimento con la Modernità.
    Una tale civiltà unitaria, si argomenta nel libro, non
    esiste. Nello spazio geopolitico di ciò che oggi chiamiamo
    'Occidente' si sono succedute civiltà diversissime fra
    loro, come per esempio la Grecia classica e l'Europa di
    Carlo Magno, o la civiltà liberale nata in seguito
    all'Illuminismo e alla Rivoluzione Francese. Esistono
    ovviamente dei legami culturali (e anch'essi vengono
    indagati nel libro) ma si tratta di fili tesi sopra
    distanze profonde sul piano dell'organizzazione politica
    ed economica, della religione, della visione generale del
    mondo. Se si può parlare di "civiltà occidentale", tale
    termine, per avere un significato, deve essere usato per
    indicare solo una fra le varie civiltà succedutesi nello
    spazio geopolitico dell'Occidente. Gli autori hanno scelto
    di usare l'espressione "civiltà occidentale" per indicare
    la civiltà liberale, democratica, borghese nata alla fine
    del Settecento. Di questa civiltà vengono studiati nel
    libro i pilastri fondamentali: i diritti umani, la libertà
    individuale, lo Stato-nazione, la razionalità dialogica,
    la nozione di progresso.
    In secondo luogo, nel libro si sostiene che questa civiltà
    occidentale, che ha segnato la storia degli ultimi due
    secoli, è oggi investita da un processo di dissoluzione. A
    tale processo è dedicata l'ultima parte del libro, dove si
    mostra come gli attuali sviluppi mettano in questione
    proprio i cinque pilastri fondamentali sopra indicati. Ma
    tale crisi, ed è questa la seconda tesi fondamentale del
    libro, non è effetto dell'azione di forze esterne alla
    civiltà occidentale e ad essa ostili. Si tratta al
    contrario dello sviluppo di potenzialità che erano
    connaturate ai fondamenti stessi della civiltà
    occidentale, e cioè del libero dispiegarsi dell'economia
    capitalistica. L'economia capitalistica negli ultimi
    decenni si è sviluppata in un "capitalismo assoluto" che
    pervade ogni aspetto della vita sociale, sussumendo
    società e natura all'imperativo del profitto. In questo
    modo viene spezzato l'instabile equilibrio, che è proprio
    della civiltà occidentale, fra interessi privati e
    "destini generali", fra bourgeois e citoyen, e la civiltà
    occidentale si dissolve.
    Se questa analisi è corretta, si pone il problema
    storico-culturale di come salvare le conquiste umane della
    civiltà occidentale (i diritti umani, la razionalità
    dialogica come libero confronto delle argomentazioni
    nell'arena pubblica) dalla sua incipiente dissoluzione.
    Gli autori non hanno ricette da fornire, ma ritengono che
    una risposta possa venire dalla interazione fra alcuni
    momenti alti del pensiero marxiano e marxista e le istanze
    di critica dello sviluppo capitalistico che oggi si
    riassumono nello slogan della "decrescita".

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    Muntzer il Sopravvissuto

  9. #69
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Diffusione libraria "La Comune" lacomune-roma@libero.it




    Per farla finita con l'idea di sinistra


    Augusto Illuminati
    Per farla finita con l'idea di sinistra, €12

    Il libro

    La crisi della sinistra politica, sia parlamentare che extraparlamentare, si sta man mano risolvendo in una prospettiva di catastrofe.
    Le sue due varianti – quella socialista e quella socialdemocratica – hanno avuto la pretesa, nel corso del Novecento, di incarnare i valori universali della democrazia e del lavoro, valori che avrebbero fatto progredire radiosamente l’umanità tutta. Le cose sono andate clamorosamente in altro modo e viene quindi da chiedersi: chi sino a oggi si è ritenuto di sinistra non dovrebbe abbandonare definitivamente alcune sue premesse? Di questo si occupa il presente scritto, che cerca di decostruire il mito dell’emancipazione attraverso il lavoro, insieme al ruolo di garanzia sociale dello Stato. Allo stesso tempo questo testo mette in discussione la concezione della democrazia come orizzonte chiuso, che finisce per non assicurare neppure l'eguaglianza al proprio interno e trasformarsi in una deriva populistica e razzista. La crisi della rappresentanza sta tutta qui e oggi la si tocca con mano. Occorre perciò tornare a riflettere su schemi alternativi che hanno guidato la modernità e le sue contraddizioni.
    Perché è tempo di dichiarare l’estinzione della sinistra e procedere oltre, per dare voce alla composizione precaria e meticcia del proletariato odierno e a chi non ha titoli al presente.


    Augusto Illuminati è autore di diversi libri, presso le nostre edizioni: Percorsi del ’68 e Bandiere.

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels


    Per farla finita con la Sinistra - Il saggio di Illuminati sul 'comune' - recensione di Toni Negri

    SAGGI - L'eclissi della sinistra dopo la grande trasformazione. Movimenti sovversivi nel ritorno al comune - di Toni Negri

    Impossibile riassumere questo libro. Guardate il rovescio di copertina: c'è tutto quel che contiene, ma non assai, perché dovrebbe dare il succo di un libro che è uno scoppio di intelligenza e, insieme, un'esperienza di buonsenso - allo scopo di farla finita con l'idea di sinistra.
    Potreste infatti sostenere che non si tratta di semplice buonsenso quando si dice «basta con la sinistra»? Dov'è più la sinistra, chi la trova più? Nel secolo scorso Norberto Bobbio vendeva cento e più mila copie del suo Destra e Sinistra, identificate come prevalente esercizio di libertà o di eguaglianza. C'è da dire che già allora ci voleva un certo fegato ad opporre - anche solo in una prospettiva «idealtipica» - libertà ed eguaglianza, neppure il candido Isaiah Berlin osava più farlo. Era insomma già difficile, nelle costituzioni anticrisi e laburiste non lo si faceva più e ci avrebbero riprovato solo i prodromi del neoconservatorismo. La fine del fordismo e poi la caduta del Muro di Berlino, e il catafascio che ne è seguito, avevano fatto sì che nei regimi del biopotere contemporaneo nulla più funzionasse se una decente libertà non fosse stata concessa alla forza lavoro cognitiva ed una relativa eguaglianza non riuscisse a determinarsi fra i produttori: queste sono infatti le condizioni della valorizzazione capitalistica oggi. Per dirla più semplicemente, chi potrebbe sostenere che Bossi e Tremonti siano solo per la libertà contro il solidarismo? Il loro populismo, se vuol essere efficace, lo impedisce. Oppure - questione ancor più paradossale - chi potrebbe affermare che Bersani e D'Alema siano per l'eguaglianza contro la libertà? Così delira solo Berlusconi.

    Aggiungevamo che questo libro è intelligente: mostra infatti che, se il tema del dibattere e delle divisioni politiche non è più la scelta fra libertà ed eguaglianza, è piuttosto quella fra principi universali «vuoti» e nozioni comuni «piene». Quel che nella realtà si trova opposto oggi, è l'interesse comune contro quello individuale, il comune contro il privato e il pubblico (nell'economia e nell'ecologia, nel sapere e nella comunicazione, nel diritto e nella gestione della società). Insomma c'è un'ontologia del comune che il dibattito politico tra destra e sinistra non sfiora neppure più. E se proprio vogliamo tenere il termine «sinistra», chiediamoci che cosa esso possa più dire (che non sia solo impedimento, mistificazione e corruzione) a quelle nuove singolarità che pongono nuovi discrimini fra reazione e progresso, fra conservazione e riforme e li individuano nella costruzione (o no) del comune. Ora, destra e sinistra, privato e pubblico, rischiano davvero di essere finiti, ora libertà ed eguaglianza si riconfigurano (o no) nel comune.
    Il problema infatti non sarà più quello di farla finita con l'idea di sinistra, è soprattutto quello di riuscire ad immaginare come le passioni e le pratiche di libertà ed eguaglianza possano ricominciare a rivivere in maniera organizzata nel comune, cioè dentro a processi costituenti che determinino istituzioni adeguate alle nuove forme di vita e di produzione.
    Bene, allora, il ricorso (come si fa in questo libro) agli schemi alternativi che hanno segnato l'esordio della modernità: l'«esodo» atlantico e l'appello alla riacquisizione dei beni comuni, dei commons; bene il ritorno della «moltitudine», esorcizzata da Cromwell e da Hobbes e rilanciata dai Levellers e da Spinoza; bene con il radicalismo dell'illuminismo e del socialismo utopistico: ma tutto questo basta?
    Chi vive fuori dall'Italia, e dalle sindromi autodistruttrici di questo paese, può tuttavia notare che anche su altri terreni l'idea di sinistra produce degli sfracelli. Essa ha sicuramente smesso di essere un riferimento di utili riflessioni ma resta un punto di incontro di oneste passioni: subito tradite tuttavia e corrotte. Come? Ecco un paradosso, udite: sembra che di nuovo l'idea di sinistra si sia trasformata in ipotesi di comunismo. Badiou, Zizek lo proclamano. C'è dunque uno spettro che di nuovo si aggira per l'Europa? Sì: ma purtroppo si tratta dell'ultimo travestimento dell'idea di sinistra e dell'apologia del passato, un prodotto di filosofi che nella nostalgia attendono un evento miracoloso. Si direbbe, al posto di quel vecchio rozzo materialismo che il comunismo interpretava, uno sfrenato idealismo. Ebbene, questo è peggio dell'idea di sinistra! Questo comunismo è di nuovo, infatti, affermazione di principi astratti invece che inchiesta e immersione storiche, fede politica contro potere costituente, proclamazione di una organizzazione ideale piuttosto che militanza, sperimentazione tattica e strategica, piantate nella crisi, lotta e costruzione di contropotere, invenzione di nuove istituzioni.
    Il fatto è che gran parte dei movimenti che si chiamavano di sinistra, ivi compresi i residui dei partiti comunisti di osservanza moscovita ed anche e soprattutto i vari movimentini «marxisti-leninisti» (volgarmente detti "maoisti"), avevano, probabilmente già dall'inizio degli anni '70 perduta ogni capacità di lavorare concretamente al progetto comunista. Per quello che era: oltre la dialettica, oltre il lavoro, oltre la rappresentanza, quindi oltre la sinistra. La melassa di nazionalismo e di parlamentarismo, di corporativismo operaio e di riformismo sociale e soprattutto un odio per il marxismo come dispositivo creativo della storia e come tessuto esistenziale e politico, li avevano affogati in una retorica idealistica. Già allora l'universale si era sostituito al comune, un liberalismo sfilacciato di sinistra si era sovrapposto all'egoismo di classe - a quell'egoismo tanto poco avido di ideali quanto capace di generosità e di compassione per l'Altro. Quelle conversioni subdole e vischiose erano state previste e combattute dal marxismo occidentale militante di Socialisme ou barbarie, dall'anarchismo delirante di Debord e dall'operaismo di Tronti, ed aveva poi trovato un nuovo terreno teorico di resistenza «oltre la sinistra» nei Mille Plateaux di Deleuze e Guattari e nell'avventura di Foucault. Adesso quella nuova sinistra e quel comunismo che hanno dimenticato Marx, flirtano direttamente con la cultura borghese e con quel maoismo idealista che, rifiutata la storia, vive in apnea un sussulto di gloria.
    Basta. Il libro di Augusto Illuminati si muove dentro un rifiuto che comprende la sinistra in tutte le sue derive e si dispone, invece (un dispositivo è un destino futuro), all'opera di rinnovamento del marxismo. Vale a dire, alla ripresa della lotta di classe ovunque e sempre, nella teoria e nella pratica, alla ricostruzione di istituzioni del comune.
    Forse ha ragione Berlusconi che dietro quella povera bastarda sinistra che terrorizza vede rinascere quel comunismo che lo terrorizza.
    Muntzer il Sopravvissuto

  10. #70
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    Il lungo XX secolo



    Il lungo XX secolo
    Autore Arrighi Giovanni
    Prezzo € 13,00
    Editore Net


    Descrizione

    L'espansione finanziaria, che è all'origine della profonda instabilità dell'economia mondiale di fine secolo, non è una caratteristica esclusiva dell'epoca postmoderna. Al contrario, è la fase terminale di cicli, di durata sempre superiore a cento anni, di trasformazione da forme produttive a forme finanziarie di accumulazione di capitale. Questi cicli, a partire dal XIV secolo, segnano ogni volta la maturità di una oligarchia capitalistica e l'ascesa drammatica di una nuova potenza egemonica su uno spazio economico in espansione. Cruciali in questi movimenti risultano il ruolo dello stato e della politica, e la fluidità di tutte le istituzioni sociali, capitalismo compreso
    Muntzer il Sopravvissuto

 

 
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