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  1. #71
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    Predefinito Rif: Diffusione libraria "La Comune"

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Termini della politica. Comunità, immunità, biopolitica



    Termini della politica. Comunità, immunità, biopolitica
    Autore Esposito Roberto
    Prezzo € 16,00
    Dati 2008, 193 p., brossura
    Editore Mimesis (collana Volti)

    Descrizione


    Comunità, immunità, biopolitica sono tre parole che rappresentano i punti fermi del pensiero di Roberto Esposito, uno degli esponenti più originali della comunità filosofica contemporanea. Tre concetti fondamentali della filosofia politica contemporanea, i quali rappresentano il superamento dei limiti del moderno verso una politica che interpella sempre più direttamente la vita, intesa anche nella sua dimensione biologica. Il volume si apre con un saggio introduttivo di un altro prestigioso studioso, Timothy Campbell, il quale delinea il posto del pensiero di Esposito a livello internazionale.
    Muntzer il Sopravvissuto

  2. #72
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engel

    La comunità che viene




    La comunità che viene
    Autore Agamben Giorgio
    Prezzo € 12,00
    Dati 2001, 93 p.
    Editore Bollati Boringhieri (collana Temi)

    Descrizione

    "L'essere che viene: né individuale né universale, ma qualunque. Singolare, ma senza identità. Definito, ma solo nello spazio vuoto dell'esempio. E, tuttavia, non generico né indifferente". Così veniva presentata nel 1990 la prima edizione di questo libro. Nella "Postilla 2001" aggiunta a questa edizione, l'autore non può che constatare che ciò che all'inizio era solo un'ipotesi - l'assenza d'opera, la singolarità qualunque, il "bloom" - è diventato realtà.
    Muntzer il Sopravvissuto

  3. #73
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engel

    Mezzi senza fine. Note sulla politica




    Mezzi senza fine. Note sulla politica
    Autore Agamben Giorgio
    Prezzo € 14,00
    Dati 1996, 112 p.
    Editore Bollati Boringhieri (collana Temi)


    Descrizione

    L'eclissi della politica è cominciata da quando essa ha omesso di confrontarsi con le trasformazioni che ne hanno svuotato categorie e concetti. Accade così che paradigmi genuinamente politici vadano ora cercati in esperienze e fenomeni che di solito non sono considerati politici: la vita naturale degli uomini restituita al centro della polis; il campo di concentramento; il rifugiato; il linguaggio come luogo politico per eccellenza, oggetto di una contesa e di una manipolazione senza precedenti; la sfera dei mezzi puri o dei gesti, ossia dei mezzi che, pur restando tali, si emancipano dalla loro relazione a un fine. Il libro cerca di ripensare le categorie della politica in una nuova realtà.
    Muntzer il Sopravvissuto

  4. #74
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engel


    La comunità, la morte, l'Occidente




    La comunità, la morte, l'Occidente
    Autore Losurdo Domenico
    Prezzo € 20,66

    Editore Bollati Boringhieri (collana Nuova cultura)

    recensione di Civita, A., L'Indice 1992, n. 2

    Victor Farias in "Heidegger e il nazismo", pubblicato a Parigi nel 1987 e tradotto in italiano da Bollati l'anno successivo, condusse contro Heidegger un violento attacco frontale documentando in modo incontrovertibile il suo coinvolgimento profondo e duraturo con il regime del Terzo Reich. Il libro di Farias accese un intensissimo dibattito nel quale i partigiani di Heidegger misero in campo essenzialmente due linee di difesa. La prima era centrata sull'affermazione che l'adesione al nazismo non intacca minimamente il contenuto teorico di altissimo valore della filosofia di Heidegger. I richiami apologetici al nazismo, per quanto moralmente sconcertanti, sono soltanto degli orpelli estrinseci rispetto al significato autentico della sua opera. La seconda linea di difesa, ben più debole alla luce dei fatti documentati, tende invece a circoscrivere il coinvolgimento con il nazismo al periodo del rettorato all'università di Friburgo, tra il '33 e il '34, sostenendo che in seguito Heidegger entrò in disaccordo con il regime e addirittura si adoperò per contenerne gli eccessi. Con "La comunità, la morte, l'Occidente", Domenico Losurdo propone un nuovo decisivo capitolo sulla questione Heidegger e il nazismo - una questione che non soltanto si presenta con immediate implicazioni ideologico-politiche, ma pone anche in campo domande di significato generale che vanno al di là del giudizio sulla persona e l'opera di Heidegger. Diciamo subito che Losurdo si schiera apertamente dalla parte dei nemici di Heidegger. Le tesi antiheideggeriane formulate da Farias, e non soltanto da lui, vengono in questo libro confermate e rafforzate. Il libro ha tuttavia una struttura e degli obiettivi diversi da quelli di Farias. Differente è anzitutto la strategia dell'attacco. Il suo non è un attacco frontale a testa bassa, ma un movimento più lento, una rete inesorabile che viene tessuta paragrafo dopo paragrafo, citazione dopo citazione. È una tela di ragno che parte da lontano, dai tempi della prima guerra mondiale, e si stringe intorno a un gruppo di posizioni teoriche e politiche che Losurdo raccoglie sotto l'espressione di "ideologia della guerra". Si tratta di posizioni strettamente collegate che maturano alla vigilia del primo conflitto mondiale e si sviluppano progressivamente e minacciosamente raggiungendo la tensione massima negli anni più tragici del secondo conflitto. Nella configurazione dell'ideologia della guerra rientra in primo luogo l'enfasi sulla 'Gemeinschaft', la comunità, che è da intendere come la comunità di un popolo radicato in una terra e che attraverso la terra e la storia si afferma come unità spirituale. Durante il primo conflitto mondiale sono veramente pochi gli intellettuali che si sottraggono al luogo comune di riconoscere nella Germania l'unica e autentica comunità spirituale, minacciata dalle società borghesi e affaristiche. Nel sacrificio fino alla morte del soldato al fronte si celebrano i valori della comunità e la guerra nel suo complesso viene esaltata e benedetta sotto lo stesso segno. Un altro tema fondamentale della 'Kriegsideologie' è la storicità. L'implicazione più importante, alla quale Losurdo attribuisce giustamente un peso decisivo, risiede nella contrapposizione tra storicità di un popolo e universalità della natura umana. Affermare la storicità significava negare che gli uomini fossero uguali e avessero uguali diritti. Per gli ideologi della guerra non esiste l'uomo in generale ma esistono uomini e popoli concreti e storicamente determinati. L'autoaffermazione del popolo tedesco, anche a costo di guerre e stermini, è metafisicamente ed eticamente legittimata dalla sua storia e dal suo destino di grandezza. Infine la critica della modernità: un tema che acquisterà un'importanza sempre maggiore e che, in particolare, caratterizzerà il pensiero di Heidegger sia durante il nazismo sia dopo. Nella modernità si condensano i valori negativi che più meritano odio e disprezzo: la sicurezza e la mollezza borghese, la mancanza di un destino, la banale quotidianità, lo sradicamento dalla terra, la massificazione il livellamento di ogni differenza, e in altri termini il liberalismo, la democrazia, il socialismo, il cristianesimo. Ecco per esempio come Heidegger in una lezione del secondo trimestre del 1940 caratterizza con un esempio eloquente la differenza tra la metafisica e la quotidianità: "Quando oggi, in occasione delle più audaci imprese soldatesche delle truppe aeree da sbarco, partecipa al volo anche un aereo che filma il lancio dei paracadutisti, ciò non ha nulla a che fare col 'sensazionale' o la 'curiosità'; il diffondere, dopo pochi giorni, la coscienza e la visione di questi procedimenti è esso stesso un elemento dell'attività complessiva e un fattore dell'armamento Tale 'reportage filmato' è un procedimento metafisico e non sottostà al giudizio proveniente dalle rappresentazioni quotidiane".
    Questa citazione è sufficiente a farci capire in che modo dei temi di alta filosofia, come la comunità, la storicità dell'essere, la critica della modernità, potessero essere valorizzati nella direzione ben più terrena di una grossolana retorica della guerra e dell'odio razziale. Quei temi consentivano nello stesso tempo una raffinata sublimazione perfino delle parole d'ordine più bestiali della propaganda nazista. Losurdo documenta ampiamente per esempio come gli stilemi heideggeriani spesso entrassero direttamente nei discorsi dei portavoce ufficiali del regime. L'indagine, come si è detto, parte da lontano. Heidegger è il bersaglio principale, ma l'attacco prima di arrivare a lui coinvolge con spietata evidenza alcune delle personalità più elevate dell'intellettualità tedesca del tempo. Credo che non saranno pochi i lettori che vedranno crollare o almeno incrinarsi dei miti. L'ideologia della guerra appare in Germania radicata e ramificata in modo veramente impressionante. Si comincia con Max Weber che allo scoppio della prima guerra mondiale poteva rivolgere a un gruppo di militari in licenza frasi come queste: "Ognuno di voi sa per cosa muore, quando la sorte lo colpisce. Chi rimane sul campo di battaglia, è seme del futuro. La morte eroica per la libertà e l'onore del nostro popolo è l'impresa più alta, efficace per i figli e i figli dei figli". Dopo Weber è la volta di Thomas Mann, di Jaspers, di Husserl, che vengono inchiodati a una precisa responsabilità intellettuale e morale da citazioni inequivoche. Certo, spesso si tratta di scritti o discorsi occasionali, appartenenti a una retorica della guerra che è esistita sempre e dovunque, e tuttavia le loro parole non possono non pesare come macigni e sono difficili da dimenticare. Jaspers per esempio celebra il ''cameratismo che si crea in guerra e diventa incondizionata felicità"; Thomas Mann scrive che la guerra genera il "religioso innalzamento, l'approfondimento e la nobilitazione dell'anima e dello spirito"; Husserl teorizza a sua volta che oggi, nel 1917, "l'unilaterale modo naturalistico di pensare e sentire perde la sua forza", mentre "la situazione critica e la morte sono diventati gli educatori". In altri casi la requisitoria di Losurdo appare più forzata. Egli coinvolge anche Wittgenstein e Freud, ma la lettura delle citazioni e soprattutto del contesto mostra che non vi è qui nessuna traccia di un'apologia della guerra, ma vi è soltanto il riflesso drammatico della guerra in corso sui loro universi mentali. Nessuna forzatura invece per quanto riguarda Heidegger. Se Jaspers, Mann e Husserl in modi e in tempi diversi presero nettamente le distanze dall'ideologia della guerra e dal nazismo trionfante, passando al campo avverso, Heidegger - il più grande filosofo del nostro tempo, a detta di molti - rimase sempre fedele alle proprie idee. La fittissima rete di citazioni heideggeriane che Losurdo intesse con grande sapienza stilistica, non lascia adito a dubbi: Heidegger fu nazista fino in fondo, e se ebbe dei disaccordi con alcuni esponenti del regime, questi debbono essere letti come degli attacchi portati - paradossalmente, da destra: "Il filosofo tedesco - scrive Losurdo ribadendo una tesi già sostenuta da Farias - si attende dal nazismo una rigenerazione ben più radicale... e comincia ben presto a criticarlo, pur nell'ambito di un atteggiamento permanentemente realistico, per il fatto che il partito, il regime e i suoi ideologi, a cominciare da Rosenberg, non riescono a liberarsi neppure dai residui di 'liberalismo'". La tesi più impegnativa che emerge dal lavoro di Losurdo è che in Heidegger non è tracciabile una precisa linea di demarcazione tra ideologia e teoria. Si può ammettere un'eccedenza della teoria rispetto all'ideologia, ma resta il fatto che l'ideologia attraversa orizzontalmente tutta la sua opera, e non è delimitabile a periodi o a scritti determinati. Questa tesi appare ormai difficilmente sindacabile sul piano storiografico. Da un altro punto di vista, tuttavia, essa è resa più problematica e anche più interessante da un dato di fatto: è il tempo che ha provveduto a scindere ciò che in sé stesso era unito. Col passare degli anni, infatti, innumerevoli studiosi esistenzialisti, fenomenologi, marxisti, ermeneuti, puntando l'attenzione su aspetti sempre diversi dell'opera di Heidegger, l'hanno purificata dalla particolarità degli eventi e delle miserie della storia. Per costoro ciò che Losurdo qualifica come eccedenza, è la vera sostanza della filosofia di Heidegger. Ed è in nome di questa sostanza che essi difendono il filosofo a rischio di stravolgere i fatti storici. Ma a ben vedere l'Heidegger che essi difendono non è una persona storica ma un'entità ideale, l'entità che è nata, attraverso una trasfigurazione mitica, dalla straordinaria ricchezza della sua filosofia. Heidegger, occorre riconoscerlo, è entrato nell'Olimpo dei grandi filosofi, insieme a Platone, Aristotele e così via. È un semidio a cui il nazismo non si addice, o se si addice assume esso stesso un carattere divino che rende l'immagine del filosofo ancor più oscura e affascinante.
    Muntzer il Sopravvissuto

  5. #75
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    Storia della dialettica



    Storia dell'etica



    Storia del materialismo



    Costanzo Preve

    Trilogia


    Qualche lettore avrà certamente fatto l’esperienza di comprarsi da solo
    vernice e pennelli per “dare il bianco” alle pareti della propria casa.
    In casi come questi, e particolarmente quando le pareti non sono state
    più imbiancate da molto tempo, ed hanno via via assunto un colore
    diverso da quello originario, non è certo sufficiente una sola
    “passata”, ma ce ne vogliono almeno due, o preferibilmente tre. Ebbene,
    questa trilogia è stata confezionata esattamente con il criterio del
    buon decoratore che sa bene come le tre “passate” di vernice sono
    necessarie. La vernice acquistata resta di un solo ed unico colore, ma
    bisogna “passarla” tre volte.
    Il colore della mia vernice
    filosofica è quello che vorrebbe ad un tempo riprendere le tinte della
    tradizione rivoluzionaria, ed illuminare il nuovo ed inedito cielo
    delle contraddizioni storiche e sociali di oggi. Non poteva dunque
    essere né semplicemente il rosso, né semplicemente l’azzurro, ma
    bisognava cercare una tonalità nuova. Se poi l’abbia trovata o meno,
    tocca al lettore giudicare.
    Idealmente, questa trilogia inizia con la proposta di spostamento
    radicale del concetto di arché della filosofia greca. Un vero e proprio
    riorientamento gestaltico dell’intera tradizione occidentale può
    avvenire soltanto se ci abitueremo gradualmente a passare da una
    nozione materiale (l’arché come acqua di Talete, come aria di
    Anassimene, eccetera) ad una nozione formale (l’arché come misura,
    metron, di Solone e Clistene). Questo spostamento ci porta a cogliere
    il punto fondamentale dei problemi del nostro tempo, e cioè la
    dismisura e la illimitatezza delle ricchezze. È questo il punto
    fondamentale, e non certamente l’opposizione astratta fra pace e guerra
    e dunque fra “pacifismo” e “guerrismo”, che è certo fondamentale, ma è
    derivata dalla prima contraddizione, quella fra misura e dismisura. Non
    sono affatto fondamentali, ma sono del tutto derivate e del tutto
    secondarie, opposizioni come quelle fra destra e sinistra, che sono
    oggi solo delle protesi artificiali di manipolazione simbolica di un
    campo politico fittizio e privato di sovranità, fra ateismo e
    religione, che instaura una logomachia interminabile fra sostenitori e
    negatori astratti di un principio unitario di coerenza della totalità
    naturale e sociale, ed infine fra progresso e conservazione, i cui
    sostenitori reciproci hanno ormai perso da molto tempo la capacità di
    mettere razionalmente a fuoco che cosa realmente vogliono e che cosa
    non vogliono “modificare” e/o conservare.
    Muntzer il Sopravvissuto

  6. #76
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engel


    Arrighi Giovanni, Adam Smith a Pechino – Genelaogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano 2008



    Uno studio autorevole sull’affermarsi della Cina come centro di espansione economica e commerciale del mondo contemporaneo e sulle sue possibili conseguenze a lungo termine.

    Alla fine del diciottesimo secolo, Adam Smith predisse la possibilità di un riequilibrio dei rapporti di forza tra l’Occidente e il resto del mondo, e la nascita di un commonwealth delle diverse culture. La straordinaria ascesa economica cinese consente a Giovanni Arrighi di rileggere Smith in maniera radicalmente diversa rispetto al passato e di riesaminare la previsione del grande economista alla luce del recente tentativo americano di dare vita al primo vero impero globale della storia. Arrighi esamina come il “progetto per un nuovo secolo americano” sia stato concepito come risposta allo spettacolare successo economico cinese degli anni novanta e come la disfatta irachena potrebbe avere come esito la Cina nei panni di vero vincitore della guerra ingaggiata dagli Stati Uniti contro il terrorismo. La tesi del libro è che, nel corso del ventunesimo secolo, la Cina potrebbe diventare quel tipo di economia di mercato non-capitalistica a suo tempo immaginato da Smith, ma in condizioni storiche mondiali e nazionali totalmente differenti, aprendo la strada a una maggiore eguaglianza tra le nazioni.

    Intervista pubblicata su “Il manifesto” del 24 Gennaio 2008
    La sconfitta degli Stati Uniti in Iraq testimonia la fine non solo dell'egomonia, ma anche del dominio statunitense nel mondo
    All'esistenza del grande casinò dell'economia mondiale Giovanni Arrighi non crede proprio. È uno studioso che ha sempre tenuto alla dimensione storica, «processuale», dei fenomeni sociali e economici. Nel suo ultimo libro, in uscita per Feltrinelli con il titolo Adam Smith a Pechino (nelle librerie dal 21 febbraio), lo studioso italiano, docente alla John Hopkins University e direttore del Fernand Braudel Centre, propone una analisi del capitalismo storico tanto affascinante, quanto da discutere. La sua tesi è che il centro dell'economia mondiale si è spostato a Pechino, mentre gli Stati Uniti continuano il loro lento, ma inesorabile declino. Una tesi «partigiana», che discute criticamente a distanza con quanti, come il geografo marxista David Harvey o Naomi Klein, considerano fondamentale dare una sistemazione teorica al ciclone neoliberista, considerato da Arrighi solo una parentesi, a differenza di quanti lo hanno considerato come un modello sociale la cui comprensione aiuterebbe a capire le tendenze nello sviluppo economico capitalistico.
    L'intervista è avvenuta a Roma, dove Arrighi è arrivato per partecipare a un seminario organizzato dal Centro riforma dello stato, sul quale ha scritto su questo giornale Angela Pascucci, il manifesto del 22 gennaio e che è stata testimone attiva dell'incontro e della discussione nata durante l'incontro.
    «Adam Smith a Pechino» inizia con l'affascinante suggestione sul ritorno del baricentro dell'economia mondiale in Cina, una società di mercato non capitalista. Un'immagine che contraddice le statistiche, nonché le analisi provenienti da quella realtà, le quali descrivono un paese che ha decisamente imboccato la strada del capitalismo. A chiusura del libro la società di mercato non capitalistica diviene è più una speranza che non la realtà. A che punto siamo?
    Non parlerei di un carattere ciclico dello sviluppo storico. Per prima cosa va ricordato che l'Europa ha conosciuto uno sviluppo capitalistico con caratteristiche uniche, l'inizio del quale coincide con l'avvio della «grande divergenza» tra Oriente e Occidente. La scommessa teorica su cui cimentarsi è capire il perché lo sviluppo capitalistico mostra evidenti limiti e perché l'Asia, e la Cina in particolare, siano diventati il centro del mercato mondiale, proprio come lo erano all'inizio della grande divergenza.
    La Cina ha una lunga tradizione di un'economia di mercato dove sono stati presenti elementi capitalistici molto innovativi. Allo stesso tempo l'esistenza di una diaspora cinese ha sempre consentito a quel paese di avere un rapporto stretto con il resto dell'Asia e, dall'Ottocento in poi, anche con gli Stati Uniti. Nessuno dei capitalisti cinesi ha però mai puntato, dal quindicesimo secolo in poi, a controllare lo stato, fattore indispensabile per esercitare un'egemonia sulla società, come hanno sostenuto, seppur da prospettive non sempre coincidenti, Karl Marx e Fernand Braudel.
    Non esprimo dunque una speranza, bensì prendo in esame la possibilità che in quel paese stia prendendo forma una società di mercato non capitalista. Questo non esclude la possibilità che invece si sviluppi un sistema capitalistico. André Gunder Frank, al quale è dedicato il libro, mi ripeteva, prima che morisse, che la categoria capitalismo andasse abbandonata. Non ero d'accordo, ma la sua provocazione va accolta come un invito a guardare al capitalismo come una realtà che, come ha scritto Fernand Braudel, deve mutare continuamente per sopravvivere.
    Il capitalismo è stato infatti caratterizzato da schiavitù e da espansione territoriale. E così abbiamo avuto il colonialismo e forme aggressive di imperialismo. Poi c'è stato il welfare state nei paesi centrali e diverse forme di subordinazione politica e economica di gran parte della popolazione mondiale. Ora stiamo assistendo all'esaurimento della spinta propulsiva costituita dal militarismo e dall'imperialismo. È dunque evidente la perdita della capacità euristica dei paradigmi fin qui usati per comprendere dove sta andando l'economia mondiale.
    Nel Manifesto del partito comunista, Marx e Engels prospettano un'omologazione capitalista del mondo. Questo li conduce a un'enfasi, molto discutibile, sul carattere progressivo del capitale. La loro profezia non è molto lontana dal «mondo piatto» di uno analista liberal come Thomas Friedman. Il mondo attuale è però tutt'altro che piatto, come testimoniano le vicende cinesi. Non so se la Cina sia capitalista o un socialismo di mercato, ma la sua irruzione sulla scena mondiale provoca un mutamento dei rapporti nel sistema interstatale e che il Sud si presenta ora in una posizione di forza rispetto al Nord del mondo. Ultimamente, ho parlato spesso sulla possibilità di una «nuova Bandung», cioè di un'intesa tra i paesi del Sud del mondo cementata dall'aumentato peso nel mercato mondiale.
    L'uso che fai di Adam Smith è affascinante. Mentre la saggistica dominante lo descrive come il teorico del capitalismo, tu lo consideri come uno studioso a favore del mercato, ma non del capitalismo. L'autore della «Ricchezza delle nazioni» si pone però l'obiettivo di elaborare delle categorie utili a comprendere il funzionamento del capitalismo. Noi ci limitiamo a percepire una grande cambiamento, ma abbiamo difficoltà a innovare le categorie utili per capire la trasformazione in atto. Ti propongo una provocazione: l'analisi del tanto bistrattato Lenin sul capitalismo di stato gestito dal partito potrebbe aiutare a comprendere il dinamismo economico nell'Asia orientale o nel Sud-Est asiatico. Non credi?
    Possiamo sostenere che ci sono diverse forme attraverso le quali le élite nazionali esercitano il potere di governo nelle società. Una tesi già avanzata proprio da Adam Smith. In Cina, le riforme di Deng Xsiao Ping sono state varate per salvare la rivoluzione popolare dalla rivoluzione culturale e avevano come centro le campagne. Solo in seguito sono arrivati i capitali stranieri. Negli anni Novanta la situazione è sfuggita di mano al gruppo dirigente, che cerca ora di riprendere il controllo. Mi lasciano molto perplessi alcune letture sul carattere totalitario della società cinese, segnata storicamente dalle rivolte contro il potere centrale o locale. Attualmente, il numero di scioperi, manifestazioni, rivolte è impressionante. E sono ribellioni che coinvolgono centinaia di milioni di uomini e donne. Il partito comunista cinese ha dunque il problema di contenere questa tendenza alla rivolta. C'è poi un altro fatto, su cui pochi si soffermano. Nell'ultimo decennio è accaduto ad esempio che la maggior parte dei quadri intermedi si sono dati al business. Così, il vertice del partito e dello stato non hanno quella camera di compensazione utile per esercitare una governance sulla società.
    Nel tuo libro scrivi che le crisi delle borse non sono una tragedia....
    Le crisi delle borse provocano impoverimento. Questo è indubbio. Ma se ragioniamo in termini sistemici è benefica, perché mette termine a quella follia degli anni Ottanta e Novanta caratterizzata dalla corsa spasmodica per conseguire superprofitti. Un ventennio durante il quale è accaduto di tutto. Crescita del credito al consumo, acquisto da parte del Sud del mondo di buoni del tesoro americano che hanno riversato una massa di capitale monetario negli Stati Uniti che ha alimentato la finanziarizzazione dell'economia. Se non c'è stato il crollo dobbiamo ringraziare il Sud del mondo, che ha alimentato la domanda mondiale, prodotto merci a basso costo per i consumatori statunitensi e, in misura minore, europei; la Cina, come il giappone negli anni Ottanta, acquista buoni del tesoro americano attraverso il quale gli Stati Uniti finanziano il loro dominio sul mondo. Le crisi delle borse mette fine a questa follia. E segnala anche la fine dell'egemonia americana nell'economia mondiale. Ora la locomotiva è rappresentata dalla Cina e, in misura minore, dall'India che sostengono la domanda. Diverso è il problema di come fronteggiare le conseguenze sociali delle crisi delle borse. Qui mi sembra che le proposte in campo siano a dir poco deprimenti.
    Come scrivi a un certo punto tu, citando una nota frase di Marx, per capire il capitalismo occorra svelare l'arcano dei laboratori della produzione....
    Un'indicazione metodologica di Marx che i marxisti hanno ben presto rimosso. Doveva essere Mario Tronti con Operai e capitale a tirarla fuori nuovamente. Ho però molto dubbi che l'indicazione di scendere nei laboratori della produzione aiuti a capire nessun arcano. Per capire il funzionamento del capitalismo dobbiamo fare i conti con il proliferare di forme economiche di mercato, ma non necessariamente capitalistiche. E poi anche della compresenza di diversi modelli di capitalismo.
    Il «mondo non sarà piatto», ma perché allora non pensare che esiste anche una compresenza di modelli produttivi e che siano tra loro interdipendenti. Silicon Valley, ad esempio, non può esistere senza i «lager» dove si producono microchip con una forza-lavoro ridotta quasi in schiavitù o a una condizione carceraria. In altri termini, l'high-tech o le biotecnologie hanno un doppio legame con la militarizzazione del lavoro presente tanto nel nord che nel sud del mondo....
    Bisognerebbe scrivere un altro libro per rispondere a questa domanda. Per il momento, sono interessato a capire il ruolo giocato dal militarismo. Molte delle innovazioni produttive sono venute ad esempio dalla produzione di armi. Inoltre sono polemico con chi fa coincidere il capitalismo con la sua fase industriale.
    Silicon Valley non è industrialismo...
    to. Sono convinto della crisi della grande fordista. Se dobbiamo parlare di un modello produttivo emergente, questo è Wal Mart. Ripeto: se si vuol capire come il capitalismo abbia esercitato la sua egemonia su gran parte della popolazione mondiale bisogna cercare capire il linkage tra militarismo e imperialismo. Che vuol dire espansione e conquista territoriale. Ad esempio il capitalismo si è sviluppato attraverso lo schiavismo...
    Ma negli Stati uniti lo schiavismo conviveva con l'industria dell'acciaio che innova profondamente la produzione.....
    Si, ma l'elemento fondamentale per capire la diffusione del capitalismo e l'egemonia che esercita nel mondo devi capire il ruolo del militarismo, della potenza militare.
    Hai appena detto che esiste una attitudine all'insubordinazione della società cinese. Non si capisce però quale sia il rapporto tra questa conflittualità diffusa e il potere politico. Come si dipana dunque il rapporto tra movimenti e istituzioni?
    La rivoluzione ha costituito uno spartiacque nella storia cinese. Da allora l'arbiitrio dello stato può essere contestato. E quando accade le forme della critica vanno dallo sciopero alla rivolta vera e proprio. Durante una visita in Cina ho parlato con un quadro del partito che aveva costituito una joint-venture con un'impresa francese per produrre champagne in Cina. Ad un certo punto, la sezione locale del partito ha proposto l'espropriazione della terra. I contadini hanno sequestrato i dirigenti aziendali, i funzionari statali e quelli del partito, ponendo una condizione: «li rilasciamo solo se firmate un accordo che la terra continueremo a coltivarla noi». Il partito ha subito firmato l'accordo.
    Mi piace ricordare questo episodio perché indica chiaramente che il partito può pure decidere questa o quella cosa, ma se gli uomini e le donne oggetto di quella decisione non sono d'accordo non vanno tanto per il sottile, perché si sentono legittimati da alcuni principi alla base della rivoluzione.
    Da quello che dici non sei proprio in sintonia con quanti sostengono che il neoliberismo è il modello egemone di capitalismo...
    Il neoliberismo è stata una parentesi di follia, dove gli Stati Uniti e il suo fedele alleato, l'Inghilterra, hanno cercato o di imporre, con le buone o con le cattive, il loro modello. Ma entrambi hanno fallito, come testimonia la caduta delle borse e la sconfitta statunitense in Iraq. Siamo in una fase turbolenta, i cui esiti sono ancora difficili da prevedere. Per il momento, grande è il disordine sotto il cielo, ma non so se la situazione è eccellente.
    Muntzer il Sopravvissuto

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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engel

    In Arrivo

    PRESENTAZIONE DI NUOVI SIGNORI E NUOVI SUDDITI

    DI EUGENIO ORSO E COSTANZO PREVE


    Come scriviamo nel saggio di apertura dell’opera Nuovi signori e Nuovi sudditi, al principio di tutto, c’è l’indignazione.


    L’indignazione è cosa antica, ed ha determinato a partire dalla filosofia greca la reazione razionalizzata contro la schiavitù per debiti, contro l’affermarsi della crematistica e la monetarizzazione selvaggia dei rapporti sociali.
    E’ questa stessa indignazione che sta alla base dell’opera che presentiamo, perché oggi i differenziali di ricchezza, potere e prestigio sono in rapida crescita, l’economicizzazione dei rapporti sociali e l’atomizzazione della società hanno dissolto i legami comunitari in molte parti del mondo, il mercato ad estensione planetaria e la finanziarizzazione dell’economia annunciano ulteriori e più gravi squilibri futuri anche all’interno dei così detti paesi sviluppati.
    I vecchi equilibri sociali, ormai alterati e in corso di “demolizione fin dalle fondamenta”, lasciano progressivamente il posto ad un’inedita strutturazione sociale, o meglio, ad una nuova struttura di classe fondata sulla dicotomia Global class/Pauper class, che implica il definitivo superamento della storica dicotomia Borghesia/Proletariato di marxiana memoria, ormai non in grado di spiegare la realtà sociale, ed implica altresì il superamento delle teorie della strutturazione sociale oggi molto in voga, particolarmente se individualistiche e funzionalistiche, largamente praticate dal pensiero politico e sociologico nord-americano ma insufficienti a spiegare quello che sta effettivamente accadendo.
    Nello sviluppo dell’opera, ci muoviamo al di fuori delle logiche del pensiero filosofico, politico, economico e sociologico ufficiale ed accademico, con un piglio “pionieristico”, al fine di indagare le strutture sociali che già oggi sono in formazione.
    La novità assoluta del lavoro che presentiamo sta appunto in questo, cioè nel delineare con la necessaria umiltà la strutturazione sociale che a nostro avviso si sta affermando e si affermerà sempre di più nei prossimi decenni, come chiarito dal sottotitolo che abbiamo scelto: Ipotesi sulla struttura di classe del capitalismo contemporaneo.
    Ci siamo mossi con estrema cautela, essendo questo un territorio ancora largamente inesplorato e poco frequentato da dotti e accademici, in molti casi ancora legati a vecchie teorizzazioni che non riescono a spiegare la complessità del presente.
    Naturalmente, prima di procedere alla presentazione dello schema teorico delle classi nel capitalismo contemporaneo, si è resa necessaria un’introduzione di tipo metodologico, dal titolo Capitalismo senza classi e società neofeudale, che richiama anzitutto la semplice verità di Marx, secondo la quale dove è preponderante non il valore di scambio, ma il valore d’uso del prodotto, il pluslavoro è limitato ad una cerchia di bisogni più o meno ampia, ma non sorge dal carattere stesso della produzione nessun bisogno illimitato di plusvalore.
    La dicotomia dialettica fondamentale del capitalismo, in ogni sua età, è quella fra Limitato ed Illimitato, dicotomia già presente nella filosofia degli Elleni fin dalle origini, in cui l’apeiron di Anassimandro, con l’assenza del limite che ne consegue, è la metafora astrattizzata del carattere distruttivo della produzione illimitata, e perciò anche del capitalismo contemporaneo.
    Le definizioni di “capitalismo senza classi” e, ancor di più, di “capitalismo neofeudale” che usiamo nel testo sono giustificate, rispettivamente, dalla necessità di porre in evidenza con espressioni comprensibili a tutti che il modello di società americano, esportato in Europa e altrove nel mondo, sembra non prevedere una strutturazione in classi antagoniste, aspetto che nella parte centrale dell’opera è stato evidenziato con l’espressione di mistificazione a-classista e sinteticamente analizzato, mentre l’uso del termine di “capitalismo neofeudale”, per la verità improprio e insoddisfacente, ha la funzione [polemica] di porre in rilevo la strutturazione oligarchica e neofeudale della società prodotta da questo orrendo modello di capitalismo postborghese e postproletario.
    Hegelianamente, il capitalismo ha attraversato tre grandi fasi: quella del capitalismo astratto, quella successiva del capitalismo dialettico e l’attuale, che connota il capitalismo speculativo, il quale si guarda allo specchio [speculum] e prende coscienza definitiva della propria illimitatezza.
    Il concetto di capitalismo speculativo [provocatoriamente] senza classi, come scriviamo con chiarezza, è puramente logico, e non serve per una diretta descrizione sociologica, che invece è affrontata nel corpo centrale dell’opera.
    Dopo la parte introduttiva e metodologica esponiamo, nella parte centrale, la nuova ipotesi di struttura di classe.
    Procediamo in modo descrittivo, memori però di quanto affermato in apertura, e cioè che le grandi classi, come nel caso della passata dicotomia sociale Borghesia/Proletariato che ha caratterizzato il capitalismo per circa due secoli, sono da concepirsi come dei potenti “attrattori magnetici”, che però non possono esaurire per intero la complessità della stratificazione sociale.
    Per prima cosa, poniamo in rilievo lo scarso interesse del mondo accademico, degli intellettuali e dei “dotti” per la questione sociale, messa in ombra perché estremamente pericolosa per il potere globalista, che ha diffuso la mistificazione a-classista, che ha provocato l’atomizzazione sociale, che ha imposto il suo punto di vista e il suo dominio culturale, diffondendo così efficaci “sedativi di massa” al fine di non far emergere le grandi disparità provocate dal nuovo ordine ed evitare una generale “presa di coscienza” da parte delle popolazioni.
    In Global class, Pauper class e Middle class proletariat, delineiamo il nuovo quadro sociale, sviluppando l’ipotesi che è il cuore del nostro lavoro e descrivendo le straficazioni e segmentazioni delle grandi classi che caratterizzano [e caratterizzeranno sempre di più nel futuro] il capitalismo contemporaneo, speculativo in senso hegeliano e [provocatoriamente] neofeudale per le grandi disparità di ricchezza, potere e prestigio che genera.
    In particolare, rileviamo che la formazione della classe globale, costituita dai nuovi dominanti che poco hanno a che vedere con la vecchia borghesia, è iniziata prima della formazione della classe povera planetaria, per la quale è ancora in atto, in particolare nell’occidente del mondo dove si concentravano i così detti ceti medi [figli della stagione del welfare] e la morente classe operaia, salariata e proletaria, un processo di ri-plebeizzazione e di completa colonizzazione culturale da noi chiamato processo di flessibilizzazione della masse.
    La classe globale ha assunto una forma piramidale, che le millenarie costruzioni del sito monumentale e archeologico di Giza possono ben simboleggiare, e si divide in strati, che abbiamo chiamato, a partire dall’alto, Strategic, Upper, Middle e Lower, riservandoci di approfondire ed estendere ulteriormente la questione della segmentazione e della stratificazione di questa nuova classe nel prossimo futuro.
    Tentiamo anche una divisione per grande area geografica dei livelli di comando globalisti, comprendendo le élite dei così detti paesi in sviluppo, ed in primo luogo operiamo la distinzione fra Occidentali [Americani, Europei, Globalisti Radicali e Altri Occidentali] e Orientali [Cinesi, Russi, Arabi e Altri Orientali].
    Gli oligarchi russi della satrapia putiniana e i miliardari cinesi figli della “economia socialista di mercato” appartengono, quindi, alla stessa nuova classe della quale fanno parte i “globalisti radicali”, gli “americani” e gli “europei”, occidentali, che partecipano ogni anno alle riunioni del Bilderberg club.
    Per quanto riguarda le prime analisi in proposito della formazione della classe globale, a partire dagli Stati Uniti d’America dove la mutazione delle élite ha avuto inizio, molto si deve agli studi del grande sociologo americano Christopher Lasch, che citiamo diffusamente nel testo, riprendendone brevemente l’opera ed il pensiero in una chiave critica e di verifica successiva.
    La rivolta delle élite descritta da Lasch, definibile in altri termini come una ribellione oligarchica contro il compromesso fra stato e mercato nella precedente fase capitalistica, e l’autentica “rivoluzione sociale, globalista e cosmopolita” che tale rivolta ha innescato, hanno inciso in maniera determinante sul piano sociale, sconvolgendolo e preparando il terreno per una sua riorganizzazione complessiva, in chiave neofeudale e ri-plebeizzante degli strati sociali inferiori.
    Per quanto riguarda la nascente classe povera, abbiamo scelto l’espressione [esotica] Pauper class perché, con l’uso di questa semplice e riconoscibile espressione, si pongono in evidenza contemporaneamente i due aspetti che caratterizzano la povertà, quello materiale e quello culturale.
    Le stratificazioni della classe subalterna in via di formazione che abbiamo individuato sono le seguenti, partendo dall’alto: Middle class proletariat, New Workers, Under-class e, infine, il vero e proprio strato Pauper, che giustifica il nome della nuova [super] classe, quasi assente nell’occidente e nel nord del mondo ed alimentato da tutte le povertà del sud del pianeta.
    E’ chiaro che nell’occidente del mondo la futura classe povera sarà rappresentata principalmente, nei decenni a venire, dai ceti medi e dal lavoro operaio ri-plebeizzati, in quanto il potere dell’epoca sta facendo tabula rasa della vecchia “coscienza infelice borghese”, che animava la borghesia tradizionale ed anche i così detti ceti medi moderni, e nel contempo distrugge la storica “coscienza di classe proletaria”, espressa dalla classe operaia, salariata e proletaria, ambedue percepite come ostacoli alla sua definitiva affermazione e all’instaurazione di un nuovo ordine sociale, ed in questa opera di “demolizione fino alle fondamenta” non si può negare che ha già ottenuto indubbi e decisivi successi.
    I due primi strati della futura classe subalterna, quando giungeranno alla piena coscienza di sé, potranno rappresentare la vera avanguardia della nuova classe povera, non essendo in una situazione di totale indigenza e sottomissione dovuta al bisogno, che caratterizza il vasto strato pauper nell’oriente e nel sud del mondo costituito da contadini sotto la soglia della povertà, da malnutriti e persone che convivono quotidianamente con lo spettro della fame [quella vera].
    In base a tali considerazioni, senza però voler aderire a “derive” di tipo biopolitico-moltitudinario, molto di moda in questi ultimi anni e tutto sommato “funzionali al potere” e alla sua necessità di riproduzione, ci siamo spinti fino al punto di ipotizzare la nascita di una sorta di General Intellect postmoderno e postmarxiano, reso possibile dalle professionalità, dalle conoscenze scientifiche, dalle capacità tecniche e organizzative, delle possibilità di comunicazione, dal know-how espressi dai così detti ceti medi moderni e dagli eredi della classe operaia.
    La reazione sociale, per concretarsi in forme e pratiche rivoluzionarie, richiederà – come già accennato – che gli strati più alti della nuova classe povera raggiungano la piena autocoscienza e, in ogni caso, ciò dovrebbe accadere preferibilmente entro il fatidico 2050, alla metà del secolo o poco oltre, ossia fra una generazione e mezza, come direbbe un demografo per il quale la distanza generazionale è di un trentennio, perché dopo sarà veramente troppo tardi e i nuovi dominanti avranno vinto per tutto il secolo ventunesimo.
    Sullo strato propriamente pauper della classe povera in formazione, scriviamo soltanto qualche riga, spero minimamente significativa ma sicuramente insufficiente, perché definire con precisione i sub-strati e i segmenti di questo grande aggregato e analizzarne le caratteristiche e le peculiarità rappresenta un lavoro improbo, com’è facilmente immaginabile, che richiederebbe una molteplicità di competenze, dal sociologo all’economista, con l’apporto dell’etnologo, dell’esperto di storia delle religioni e di tante altre figure specializzate e, naturalmente, un impegno di studio e di lavoro sicuramente pluriennale.
    Negli Approfondimenti che fanno parte del corpo centrale dell’opera, chiariamo anzitutto i motivi di una nostra adesione ad una visione oggettivistica e strutturale di organizzazione in classi della società, affrontiamo il problema della rottura dei vecchi equilibri sociali ed indaghiamo gli aspetti ideologici e culturali, economico-finanziari e giuridici del processo di flessibilizzazione della masse, quanto precede particolarmente nel primo approfondimento, dal titolo Rottura dei vecchi equilibri sociali e flessibilizzazione delle masse.
    I due successivi approfondimenti sono dedicati al mercato, in quanto sistema di razionamento ed esclusione al servizio degli interessi globalisti [Il Mercato come sistema di razionamento ed esclusione] e alla Rotta di classe in Europa occidentale, analizzando il periodo storico, a cavallo fra gli anni settanta e gli anni ottanta dello scorso secolo con riferimento all’Italia della “marcia dei quarantamila” Fiat e alla Gran Bretagna della Tatcher e dei minatori di Arthur Scargill, periodo in cui è iniziato il decisivo attacco alla classe operaia, salariata e proletaria.
    La parte finale dell’opera è dedicata a specifici aspetti ideologico-culturali, quali sono, per la precisione, la dicotomia politica Destra/Sinistra e il Politicamente Corretto, a diffusione massiva, funzionali al dominio del capitalismo ultimo e alla riproduzione strategica della totalità sociale.
    In Religione Politica dualista Destra/Sinistra si analizzano origini e funzionalità della dicotomia politica in parola, ponendo in rilievo il carattere religioso che ha assunto la grande-narrazione dello scontro epocale e metastorico fra una Destra Eterna ed una Sinistra Eterna, ancor più importante nel passaggio dalla modernità alla così detta postmodernità delle cinque “grandi narrazioni” proposte dal filosofo francese Jean-François Lyotard [il racconto cristiano della promessa di redenzione dal peccato originale, il racconto illuministico dell’emancipazione dall’ignoranza e dai pregiudizi, il racconto capitalistico dell’emancipazione attraverso la ricchezza diffusa dallo sviluppo economico, tecnico e industriale, il racconto speculativo hegeliano della realizzazione dell’Idea universale attraverso la dialettica storica ed infine (last but non least) il racconto politico marxista dell’emancipazione umana dall’alienazione e dallo sfruttamento].
    Si pone anzitutto in evidenza il legame fra il pensiero politico moderno, dal quale nasce la predetta dicotomia, e le precedenti categorie teologiche, nel senso di una secolarizzazione orizzontale di precedenti categorie teologiche verticali, in un processo in cui la Sinistra è originaria, mentre la Destra, definita appunto come “reazionaria”, è chiaramente derivata, destinata a reagire in seguito ad iniziative prese da altri [la sinistra, appunto].
    Ed appare chiaro che se tale dicotomia ha avuto un senso, con effetti talora drammatici, nei due secoli precedenti, oggi, in un quadro largamente postborghese e postproletario dominato da un costume sociale post-etico, il cui principio è “tutto va bene” – da integrare con il principio “tutto va bene, se hai abbastanza danaro” – ed in cui appunto la gestione delle norme etiche passa dai preti ai pubblicitari, la dicotomia Destra/Sinistra non è più ovviamente in grado di orientare reali movimenti politici.
    La sua sopravvivenza è funzionale agli interessi della Global class, in particolare di quella occidentale, con il mantenimento di uno schema di orientamento identitario che non rispecchia più i problemi reali.
    Dopo la propedeutica discussione sulla dicotomia politica Destra/Sinistra, il passo successivo, che corrisponde all’ultimo capito del libro, è l’indagine che riguarda il Politicamente Corretto, per tentare una spiegazione articolata del fenomeno, della sua genesi e degli elementi principali che lo caratterizzano.
    In Elementi di Politicamente Corretto presentiamo la tesi di fondo del Politicamente Corretto [PC] come principale Formazione Ideologica Unificata [FIU] di una nuova fase del modo di produzione capitalistico postborghese e postproletario, definibile diversamente come fase speculativa del capitalismo [Hegel], oppure come terza fase del capitalismo segnata dalla fine della precedente fragile alleanza fra critica economico-sociale e critica artistico-culturale al capitalismo [Boltanski].
    Con riferimento particolarmente alla disastrata situazione italiana, gli elementi fondanti di questo sistema superstizioso di interdizioni e di punizioni di bestemmie sociali laicizzate, sono i cinque seguenti:
    1) Americanismo come presupposto di una collocazione interna ad un mondo esterno dato per preliminare e scontato.
    2) Religione olocaustica e sacralizzata del sacerdozio sionista come nuovo rito religioso europeo in epoca di crisi dei vecchi monoteismi prescrittivi ed invasivi della totale liberalizzazione dei corpi e della manipolazione degli spiriti.
    3) Diritti umani delle etnie e delle minoranze sessuali come nuova legittimazione del diritto all’intervento militare unilaterale al di fuori di qualunque legalità internazionale.
    4) Mantenimento illimitato dell’antifascismo in assenza completa di fascismo.
    5) Dicotomia bipolare Destra/Sinistra come manipolazione dello spazio politico e come mascheramento del partito unico della riproduzione capitalistica.

    Ciascuno di questi cinque elementi, di importanza cruciale per la manipolazione culturale e il controllo della popolazione, è oggetto di analisi nel saggio finale dell’opera.
    In ultimo, presentiamo tre Appendici per approfondire alcune tematiche di un certo rilievo, quali la fine del “posto fisso” che deriva dal processo di flessibilizzazione del Lavoro e delle masse in pieno corso, le responsabilità individuali che nascondono quelle sistemiche nello scatenamento della recente crisi finanziaria del mondo globalizzato e l’attacco di diritti del lavoro dipendente, in Italia, con il recente accordo separato per il rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici.

    ***** *****

    Questo libro rappresenta il primo passo di un lungo e difficile cammino, che ci porterà ad ulteriori e più approfondite analisi della nuova struttura di classe del capitalismo contemporaneo, nonché delle sue strutture di potere, ben consapevoli che ci muoviamo su un terreno ancora largamente inesplorato e che ignota è l’architettura del domani.
    Muntzer il Sopravvissuto

  8. #78
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    Predefinito Rif: Diffusione libraria "La Comune"

    Il libro mi sembra interessante, con analisi, direi, innovative, quando pensate che sia disponibile?

    Viva la Comune
    Ultima modifica di Comunardo; 21-02-10 alle 18:18

  9. #79
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  10. #80
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    Predefinito Rif: Diffusione libraria "La Comune"

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engel

    Costanzo Preve – Roberto Sidoli - Ed. Petite Plaisance

    Logica della storia e comunismo novecentesco. L’effetto di sdoppiamento.


    In copertina: R. Magritte, Le Double Secret (Il doppio segreto), 1927. Olio su tela, Parigi, Musèe National d’Art moderne, Centre Georges Pompidou.

    Presentazione


    Secondo la concezione marxista-ortodossa della storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di vicoli ciechi che vengono abbandonati, più o meno rapidamente.

    In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata nella sua essenza da vari segmenti interconnessi, seppur ben distinti tra loro (comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, nella preistoria della nostra specie; fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo/comunismo), ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato predeterminato, almeno in ultima istanza: qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano /sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.

    In base ai dati storici allora a conoscenza di Marx ed Engels, fino al 1883/95, questa era probabilmente l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere (genialmente) elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883/95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano.

    Immaginiamoci una “grande strada” che, dopo un lunghissimo segmento (fase paleolitica e mesolitica) di scorrimento, si trovi di fronte improvvisamente ad un “grande bivio” ed a una gigantesca biforcazione: da tale bivio partono e si diramano due diverse ed alternative strade, che conducono a mete assai dissimili, senza alcun obbligo a priori per i “viaggiatori” (a causa del Fato/forze produttive) di scegliere l’una o l’altra.

    Ma non basta. Non solo non vi è più una sola strada obbligata di percorso, ma – a determinate condizioni e pagando determinati “pedaggi” – qualunque “viaggiatore” e qualunque società umana possono trasferirsi nell’altro tracciato, alternativo a quello selezionato in precedenza, cambiando pertanto radicalmente le proprie condizioni materiali di “viaggio” nell’autobus che stanno utilizzando con altri passeggeri: la scelta iniziale di partenza “al bivio”, giusta o sbagliata, risulta sempre reversibile in tutte e due le direzioni di marcia, in meglio o anche in peggio.

    Fuor di metafora, la concezione che proponiamo ritiene che subito dopo il 9000 a.C., ben undici millenni fa nell’Eurasia del periodo neolitico, con la scoperta dell’agricoltura, allevamento e artigianato specializzato, si sia creato e riprodotto costantemente fino ai nostri giorni un “grande bivio”, da cui si sono diramate due “strade”, due linee e due tendenze socioproduttive di matrice alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

    Pertanto dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, nell’era del surplus, non sussiste alcun determinismo storico, ma altresì un campo di potenzialità oggettive (sviluppo delle forze produttive e creazione/riproduzione ininterrotta di un plusprodotto accumulabile… l’era del surplus) su cui si possono innestare, e si innestano poi concretamente e realmente delle prassi sociali contrapposte, volte a condividere in modo fraterno mezzi di produzione/ricchezza/surplus o, viceversa, a fare in modo che essi vadano sotto il controllo e possesso di una minoranza del genere umano, in entrambi i casi con immediate ricadute anche sulla sfera politico-sociale delle diverse società.

    Detto in altri termini, a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive e già formatisi elementi cardine quali agricoltura/allevamento/surplus costante, fin dal 9000 a.C. per arrivare ai nostri giorni era possibile che si sviluppasse sia l’egemonia di rapporti di produzione collettivistici, che quella alternativa di matrice classista: un effetto di sdoppiamento nel quale nulla era/è tuttora scritto a priori, nei libri mastri della Storia.

    Situazione di “sdoppiamento”, potenziale/reale, valida nel 9000 avanti Cristo ma anche nel 2010 della nostra era, valida nel 8999 a.C., ma anche nel prossimo anno e nei prossimi decenni: uno stato di sdoppiamento ed un’alternativa radicale nei rapporti di produzione possibili e praticabili sul piano storico, che da undici millenni esclude a priori qualunque forma di determinismo storico e di metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano.

    Certo, qualunque regressione ad uno stadio paleolitico basato sulla caccia/raccolta di cibo era ed è tuttora impedita proprio da quel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, da quell’ “era del surplus” costante/accumulabile che determina il sorgere e la riproduzione ininterrotta dell’effetto di sdoppiamento. Ma a parte questo “dettaglio” non trascurabile, negli ultimi undici millenni il corso della storia universale è diventato decisamente multilineare, composto com’è dal “bivio”e dalle due “strade” alternative in campo socioproduttivo e politico, la cui logica ed essenza più profonda risultano essere l’antideterminismo e l’emersione costante di un campo di potenzialità alternative, nel quale la pratica collettiva degli uomini del passato, presente (noi stessi...) e del futuro assume un ruolo decisivo, sotto tutti gli aspetti.

    Un’ampia espressione della teoria dell’effetto di sdoppiamento verrà effettuata solo nelle prossime pagine, ma fin da subito vogliamo sottolineare come l’utilizzo dello schema generale in oggetto risulti a nostro avviso indispensabile per comprendere in modo adeguato e alcuni importanti fenomeni contemporanei, quali:

    – l’ormai cronico “ritardo” della rivoluzione in Occidente, considerata invece da Marx come possibile, necessaria e matura sin dai primi decenni dell’Ottocento;

    – la stessa formazione e riproduzione pluridecennale della società sorta dalla Rivoluzione d’Ottobre, di quella “rivoluzione contro il Capitale” (il Capitale scritto da Marx) giustamente esaltata da Antonio Gramsci, fin dal suo sorgere;

    – l’ipernegativo crollo dell’Unione Sovietica e degli altri paesi del Patto di Varsavia, che a nostro giudizio ha messo (tra le altre cose) in crisi ormai irreversibile qualunque concezione deterministica del processo di sviluppo della storia universale.

    Sono fenomeni e processi concreti con cui, più o meno direttamente, le forze antagoniste del mondo occidentale si confrontano/scontrano quasi in modo quotidiano, e che richiedono ormai da tempo di ottenere una cornice storico-teorica dentro la quale essere collocati e spiegati in modo adeguato, almeno nelle loro linee essenziali.

    Tale cornice è la teoria dell’effetto di sdoppiamento, a nostro avviso: buona lettura.
    Muntzer il Sopravvissuto

 

 
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