...e della sua crudeltà genetica
La strategia della rottura è democristiana
la smania identitaria è figlia del maggioritario
la fedeltà è un busillis
La sonnolenta liturgia delle consultazioni del capo dello Stato ha poco o nulla del solenne cerimoniale delle congregazioni cardinalizie pre-conclave. Il presidenti di Camera e Senato e il Gruppo misto, l’Union Valdôtaine e il rigruppo misto.
Ma le immagini di ieri avevano l’indubbio fascino vischioso di un ritorno al passato, di quelle usanze non buone e pure di pessimo gusto che il presidente del Consiglio sognava abolite, in base a una Costituzione materiale più in vigore di quella in effetti vigente.
E invece si è tornati lì, tutta colpa dei soliti democristiani e dei loro eterni vizi.
Democristiani come mezzo insulto stizzito, come non accadeva da tempo.
Ma democristiani, o ex o post, di quale tipo?
Quelli ancora adepti di vecchi rituali parlamentaristi, o quelli giovanili e muscolari, così poco ossequiosi delle regole da far saltare i tavoli, da far dimettere il governo?
Prototipo della doppia natura, Pier Ferdinando Casini è salito ieri al Quirinale, perfetto nel cerimoniale della terza carica dello Stato (prima natura). Ma poi ha rotto le regole, parlando laddove la tradizione prevedeva silenzio, e l’ha fatto con una formula di pura democristianitudine (seconda natura), invocando “la ricostituzione della maggioranza ristabilendo i necessari vincoli fiduciari”.
La crisi, o la teologia della crisi, e pure quella del governo bis, nella storia democristiana sono riti di passaggio classici. Le sono consustanziali.
Specialmente nella scuola dorotea in cui Casini e Follini sono iscritti a pieno titolo, per quanto, allora, alle classi inferiori.
La crisi formalmente generatasi dal niente, ma che nasconde intendimenti precisi e non detti, e i mandati esplorativi (già, chi li ricorda più?), e la crisi che si risolve nel governo fotocopia, su cui però chi doveva ha lasciato l’impronta che voleva.
Come quella del 1982, presidente Spadolini.
La sera del 4 agosto, dal vertice del pentapartito esce un Pietro Longo rilassato, si è “raggiunto un accordo sul cammino del governo. Un’estate tranquilla, poi si vedrà”.
La mattina dopo, 5 agosto, il governo si dimette.
Seguono tre settimane di rituali consultazioni, finché il 23 agosto Spadolini si ripresenta in aula con lo stesso programma e la stessa lista di ministri.
“Passò come il governo fotocopia”, racconta Giuseppe Sangiorgi, capo della segreteria di De Mita nei tumultuosi anni 80, che ha appena pubblicato il suo dettagliatissimo diario di quegli anni (“Piazza del Gesù”, Mondadori).
Oppure la crisi di Craxi nel 1987, quando la Dc, che voleva le elezioni, mandò avanti Fanfani al solo scopo di impallinarlo in aula tramite il bizantinismo dell’astensione, mentre i socialisti votarono la fiducia, e ottenere il voto anticipato.
La rottura nella continuità
La differenza, dice Sangiorgi con la scafata saggezza del reduce, è che “allora si rompeva per la continuità, la strategia era la rottura nella continuità; ora invece la sfiducia a un premier è una frattura vera: la crisi è la fine della strategia. Mi pare che si continui a usare la cultura del proporzionale in una situazione completamente diversa”.
O meglio, come dice un’altra memoria storica della Balena Bianca, Sandro Fontana, “questo è il tradimento della più nobile e saggia tradizione democristiana, che era una tradizione politica inclusiva, di ricerca del massimo punto di consenso con gli alleati. E non certo questa strategia di provocazione continua, volta a spaccare a tutti i costi”.
Chi si stupisce che il felpato Follini, il Follini che solo l’altro ieri pubblicava libri dal titolo “Intervista sui moderati”, sappia mostrare tratti di intransigenza e anche di ruvidezza, dovrebbe però ricordare che le sue radici sono ben piantate tra dorotei e preambolo.
Per Follini e Casini non serve insomma un mutamento di Dna, per essere ciò che sono. O aspirano ad essere. Così la pensa Agostino Giovagnoli, docente di Storia alla Cattolica e storico della Democrazia cristiana: “C’è il puro Dna della Dc nella sensibilità istituzionale, nella sottolineatuara del ruolo del Parlamento e dei partiti. Questo è molto democristiano, ed è stato in realtà il cuore dello scontro con Berlusconi: il rifiuto dell’idea di un mandato politico che venga esclusivamente e direttamente dal popolo, e non dai partiti”.
E poi è tipicamente democristiano, prosegue Giovagnoli, il fatto che l’Udc non voglia, almeno per quanto si è visto finora, una vera rottura.
Vuole un “passaggio formale” che sottolinei il ruolo dei partiti.
Qualcosa di molto simile pensa, ma con disposizione d’animo assai meno conciliante, anche don Gianni Baget-Bozzo. Secondo il sacerdote politologo, il casus folliniano si riduce al fatto che
l’Udc vuole “sottolineare la sua identità democristiana di contro alla logica della Seconda Repubblica, si sta muovendo per formare un centrodestra a guida democristiana, cioè senza Berlusconi, cercando di raccogliere più consensi possibili anche nel centrosinistra. Ciò che Follini coltiva, come prospettiva politica di medio periodo, è un centrodestra nel centrosinistra. E questo è purissima, vecchia tattica democristiana”.
Nel comportamento politico e psicologico di Follini riemergerebbe quindi l’anima crudele della Dc, quella che “lealmente”, mentre è partito di governo e non di lotta, pensa con spietatezza al dopo.
C’è anche chi fa notare che non è forse un caso se il meno entusiasta di questa linea sia Buttiglione, che in fin dei conti è un ex dc anomalo, un “esterno” (la famosa Assemblea degli esterni), dunque più berlusconiano perché è a suo modo un antipolitico.
Il lungo viaggio darwiniano
Ragionamenti che necessitano di controprova e non sempre la trovano. Incontrano anzi, a volte, il proprio doppio speculare.
Vista da altri punti d’osservazione, la parabola dell’ex énfant prodige di cui si tramandano come reliquie preziose i giudizi ammirati di Aldo Moro sul mare di Terracina, appare come quella di un leader moderno, geneticamente riadattato, che ha preso atto della nuova situazione politica e sa muoversi nel suo contesto. Il Follini transgenico ha accettato la logica di Berlusconi e ne ha mutuato la psicologia. Ha capito che l’onestà intellettuale, nel senso di una sana rottura, paga in termini di consenso più di un accordo al ribasso. Una prospettiva accreditata da molti osservatori, ma che non convince per nulla Fontana:
“Bisogna anche ricordare che, nel maggioritario, i deputati dell’Udc sono espressione di tutta la coalizione, non solo di un raggruppamento, e ne sono corresponsabili. Ci sono anche le regole politiche, al di là della fedeltà al leader, che dovrebbero inchiodare a un senso di responsabilità”.
Ma un simile richiamo evidentemente non fa breccia nell’identità di un partito che, entrando in un’alleanza a conduzione forte, ha dovuto fare i conti con un serio problema identitario, certo maggiore di quello incontrato dai cugini separati del centrosinistra.
In questo senso, l’attuale “cannibalismo politico” folliniano sarebbe in realtà un sano “darwinismo da maggioritario”. Altro che i soliti dc, la trasformazione dei postdemocristiani del centrodestra è avvenuta davvero. In uno scontro identitario che paradossalmente, secondo Giovagnoli, ha fatto del partito di Casini e Follini il vero erede della Balena Bianca, del suo ceppo istituzionale, del partito-Stato.
Spiega Giovagnoli: “E’ un partito che ha accettato il sistema bipolare, possiamo ritenere sincero Follini quando dice che non passerà a sinistra, e anche quando dice che non ha nostalgie di rifondazioni democristiane. Quello che lui e il suo partito non hanno digerito è altro, è l’idea di leadership, prima ancora che di presidenzialismo o premierato forte, insita nella logica bipolare”.
Insomma: la lotta per le investiture.
E ci sarebbe a far da pezza d’appoggio al paradosso il caso di Francesco D’Onofrio.
E’ pur vero che proprio a lui è toccata l’incombenza di essere relatore di maggioranza sulle riforme e la devolution, e dunque soprattutto sul premierato. Ma la cosa è stata mal digerita dal suo stesso partito, e in aula il povero D’Onofrio ha dovuto incassare le stilettate di un padre nobile come Andreotti. E non dev’essere stato il miglior quarto d’ora della sua vita politica.
Resterebbe da chiedersi quali tempeste genetiche abbiano attraversato negli stessi anni gli ex democristiani approdati a sinistra. L’impressione è che – non avendo dovuto fare i conti con liberismo, presidenzialismo, mercato, insomma con tutte le res novae di cui il berlusconismo è stato espressione – le ex correnti di sinistra del partitone si siano limitate a stemperare l’identità in un amalgama omogeneo al pensiero dominante nel proprio settore.
Cosa che forse vale meno per gli ex popolari – “che hanno conservato un’idea di partito territoriale”, commenta Giovagnoli – che non per Prodi, portatore di un partito leggero e destrutturato. Sarà che anche lui, come Buttiglione, non è mai stato un vero democristiano.
Ed è un ulteriore paradosso, l’intercambiabilità del Dna tra Romano e Rocco.
Il Foglio del 22 aprile
saluti




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