Gian Antonio Stella per il Corriere della Sera
Che fosse fin da piccolo “cattivello, capriccioso e prepotentuccio” l’aveva già detto con amorosa indulgenza mamma Jole, in una intervista al Corriere in cui narrava che il moccioso amava “giocare in solitudine, così poteva decidere da solo”. Stavolta, però, Maurizio Gasparri avrebbe esagerato e avendo fatto i capricci, dicono le agenzie, perfino col Quirinale e con Palazzo Chigi (“O me o Storace”) l’han messo fuori dal governo.
Il fatto è che «Aigor», come lo chiama chi l'associa per gli occhi a palla al mitico Marty Feldman che in Frankestein junior faceva il gobbo, era assolutamente certo d'aver le spalle copertissime. Lui era sempre stato dalla parte del presidente di An fin dagli anni giovanili, al punto che Valerio Fioravanti lo chiamava «il carrierino dei piccoli» e raccontava ridendo che «porta il cestino a Fini dai tempi dell'asilo».
Lui si era sempre definito l'anima più moderata del partito, vantandosi di aver fatto il saluto romano solo una volta e di non aver mai messo la camicia nera. Lui si considerava (ma soprattutto era considerato) il più berlusconiano di tutti i post-missini, così berlusconiano da essere il meno acceso nel pretendere «ora e subito», dopo la batosta alle Regionali, un nuovo governo o le elezioni anticipate.
Come poteva immaginare che lo segassero? Lui, che mentre Confalonieri spiegava agli analisti e alla stampa che con la maggior raccolta di ricavi concessa a Mediaset e Mondadori dal nuovo Sistema integrato di comunicazione l'azienda del Cavaliere avrebbe guadagnato da uno a 2 miliardi di euro, aveva messo la sua faccia per dire che la sua legge non favoriva affatto il gruppo del Biscione.
Lui, che alle opposizioni indignate per quelle nuove norme che salvavano Rete4 destinata dalle sentenze a finire sul satellite e consolidavano il duopolio tivù, aveva risposto che «il divieto di combinare telecomunicazioni stampa e tivù è una cosa d'altri tempi. Io sono un futurista, un marinettiano, amo il moderno in tutte le sue espressioni nonostante una formazione tradizionalista e penso che il Paese meriti di gareggiare su scala europea e mondiale. Che non possa restare ancorato a precetti antindustriali». Lui che in una intervista a Luca Telese aveva liquidato gli attacchi alla sua legge paragonandoli ai «seguaci del dottor Ludd che tiravano i sandali contro i telai pensando di fermare la rivoluzione industriale».
Lui, così appassionato a certe innovazioni da far distribuire davanti agli stadi migliaia di volantini che strillavano entusiasti «La tv digitale terrestre è arrivata sulla terra» e spiegavano che il nuovo sistema, incoraggiato dal governo, era ideale per chi «ama il calcio e la qualità» poiché la trasmissione digitale (per pura coincidenza promossa da Mediaset) «è senza dubbio di qualità migliore rispetto a quella analogica».
Così fedele a Berlusconi da digerire il titolo che Il Giornale del fratello del premier sparò dopo la scelta del Quirinale di rimandare alle Camere quella legge che porta il suo nome: «Ciampi spegne la tv di Gasparri». Così invaghito delle nuove tecnologie da finire nel mirino addirittura degli alleati, come Roberto Formigoni che, accusato d'avere agito in modo «miope, ottuso e rozzo» facendo un ricorso al Tar a nome della Lombardia contro il decreto sull'elettromagnetismo, sibilò andando incontro a una querela: «Gasparri non è un "ex" fascista. E' un fascista, che insulta chi non condivide le sue scelte. Per di più è un fascista che difende gli affari poco chiari in cui è coinvolto».
Ma dite voi: dopo tutto questo gran daffare poteva aspettarsi dagli amici così poca riconoscenza? Macché: segato. Come un Urbani o un Sirchia qualsiasi. Tutta colpa di un braccio di ferro col solito Storace. Non si sopportano più, loro due.
Troppo diversi. Su tutto. A partire dal rapporto col passato. L'ex governatore ha detto d'essere «storicamente fascista e politicamente di destra», contestato Fini quando ha definito Mussolini «il male assoluto» («Per me il male assoluto sono le bombe atomiche di Hiroshima») e giocato sui trascorsi giovanili nelle sezioni missine più calde sostenendo che «il cazzotto sottolinea l'idea».
Lui sbuffa annoiato alle domande sul tema: «A me non importa nulla del fascismo. Non mi considero un nostalgico. Sono rigorosamente di destra, legge e ordine, ma del fascismo non me ne importa niente. Quando ero sottosegretario all'Interno un questore mi regalò un ritratto di Mussolini. Io gli dissi: "Che ci faccio?"». Più ancora che sul passato, però, i due sono divisi sul presente. Cominciarono dieci anni fa con le punzecchiature. Quando «Aigor» venne gratificato da Fini del ruolo di coordinatore, che lui inaugurò dando un'intervista all'Unità per spiegare come aveva «vinto la guerra dei colonnelli». Sortita accolta dal rivale con sarcasmo: «Sono in deferente attesa delle decisioni dell'on. Gasparri».
Proseguirono passando dal buffetto al fioretto, dal fioretto alla sciabola, dalla sciabola alla bombarda. Fino al duello durissimo per la nomina del coordinatore romano del partito vinto («Prima di dichiarare le guerre, l'on. Gasparri verifichi la reale consistenza della truppa») da «Epurator». Alle accuse del camerata Maurizio al camerata Francesco di avere spinto un po' di deputati della Destra sociale a votare a scrutinio segreto contro la sua legge, accuse respinte con disprezzo: «La realtà e che i pesciolini di La Russa non hanno risposto al fischio».
Allo scontro sull'idea dell'allora presidente laziale di escludere la Lega anti-romana dal governo. Ai veleni storaciani sulla sudditanza del nemico nei confronti del Cavaliere: «Sembra quasi che An non debba mai proferire verbo ogni volta che parla Berlusconi...». Insomma: un'amicizia andata in acido. Capita. Ciò che non capita è che pesi su un governo.





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