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Discussione: Giovanni Masala

  1. #1
    Jùliu Kerki
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    Predefinito Giovanni Masala

    GIOVANNI MASALA è lettore di lingua e civiltà sarda presso il dipartimento di Lingue e letterature romanze dell'università di Stoccarda (Universität Stuttgart). È inoltre direttore della collana SARDÌNNIA, di recente fondazione, che si propone di dare alle stampe edizioni critiche di opere edite e inedite di intellettuali e studiosi tedeschi (e non) che hanno contribuito in modo fondamentale allo sviluppo delle scienze umane concernenti lingua e civiltà sarda. Masala ha studiato a Sassari e a Braunschweig romanistica, germanistica e pedagogia.

    Vi rigiro la mail di Giovanni ... integralmente ...

    Caro Giulio,

    potresti per cortesia girare integralmente al vostro forum questa e-mail contenente la notizia della presentazione dell'edizione italiana di un libro sulla Sardegna scritto da un amico
    sardo-tedesco indipendentista: Markus, Fritsche La rivolta della dignità, Sassari 2005.

    Il libro è molto, molto bello

    La presentazione sarà venerdì 29 aprile alle 17 nella sala conferenze
    della libreria Dessì, in largo Cavallotti, a Sassari.


    Ecco alcuni passaggi tratti dal primo capitolo del libro:


    Furat chie venit dae su mare

    Lo dicevano i Sardi già duemila anni fa. E molti
    lo dicono ancora oggi: Chi vien dal mare, vien per rubare.

    Il passato ha dato loro ragione. Il presente pure.
    E per quanto riguarda il futuro: nessuna traccia divina in vista, a fornire un
    antidoto efficace.
    E anch’io d’altronde, che ancora una volta stavo lasciando il continente verso quel calco d’isola, incombevo dal porto di Livorno con la mia trentasettesima venuta. Vuol dire quindi che avevo già derubato il popolo sardo per trentasei volte, senza che ciò avesse minimamente accelerato il processo di purificazione in atto dentro di me. Era evidente che il fatto di aver trovato una patria in quasi vent’anni di pendolarismo tra continente ed isola sarda, non m’impediva di continuare a derubarla. Ininterrottamente. Ho cominciato a rubare tutto il possibile, prima cose profane come talee, conchiglie, sassi, sabbia, legna portata dalla risacca, pigne e rami di olivo dalle forme strane, rami di ginepro, tutto ciò che sembrasse una premeditata frammentazione dell’isola. Sono poi passato a bottini di natura più filosofica, come l’ospitalità, l’orgoglio, la natura selvatica, la dignità, la nobiltà d’animo, lo stile di vita arcaico e la tenacia. Soggiorno dopo soggiorno ho messo insieme frammenti rubati di anima sarda. Ho sottratto incendi, penuria d’acqua, disoccupazione, persino eremitaggi al di fuori del tempo tra i pastori. Passo dopo passo ho trafugato gesti, espressioni, visi, destini e riti, esportando di contrabbando dall’isola anche il suo imprevedibile e caotico clima. Senza riguardi. Rubavo riti e cerimonie antichissime, trasmesse in contemporanea da trenta canali televisivi. Trionfante riportavo ogni volta in Germania la bandiera sarda, nella speranza di trovarle una patria, una casa. Più bisognoso e disperato ritornavo, e più sottraevo all’isola nuovi frammenti d’antica anima sarda. Senza riguardi.

    Furat chie venit dae su mare.

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    Era la trentasettesima volta che prendevo il traghetto per la Sardegna al porto di Livorno. Come per le altre trentasei, anche questa volta la mia meta era il piccolo paese di Orosei, sulla costa orientale.

    Orosei. Oro. Sei. Letteralmente: sei volte oro. Orosei, fondata probabilmente nel dodicesimo secolo, durante la dominazione dei saraceni, che subito dopo vennero trucidati dai pisani. A quei tempi Orosei sorgeva direttamente sul mare ed era temuta da tutti come famigerato covo di pirati. Oggi sorge su un fertile terreno alluvionale a circa due chilometri dal mare, alla mercé di un’inarrestabile ondata di turismo che la sta seppellendo.

    Mi trovavo avvinghiato a questo paese da quasi il tempo di una generazione. Naturalmente ero stato anche in altri bellissimi posti dell’isola, ma Orosei è sempre stata radicata nel mio cuore come un tesoro prezioso. In tutti questi ritorni all’Ante-sardegna e in tutte le spedizioni d’avanguardia verso la Post-sardegna, Orosei ha sempre rappresentato l’accordo di base in armonia con ogni viaggio.

    Oggi ho tanti amici ad Orosei. Conosco i suoi lati reconditi meglio di quanto non conosca neanche lontanamente quelli del mio paese natale in Germania, in cui sono pur sempre sopravvissuto per diciotto anni e a cui ancor oggi dedico qualche attenzione.

    Un’intera generazione. Sulle spiagge freak ho fatto in tempo a conoscere il turismo dei sacchi a pelo, dei capelli lunghi, delle barbe incolte e dei vestiti sformati, di fronte alla brace dell’ultimo falò della notte, prima del prossimo tramonto infuocato. Era d’obbligo star nudi, sia pure per suonare il sassofono in riva al mare. Anche quando, e si capisce, furiosi padri di famiglia sardi si appendevano rabbiosamente ai rami di un pino, a spezzarne uno, che diventasse con rispetto un randello, utile a perseguitare queste porcherie incomprensibili. Già da allora non esisteva pineta sull’isola in grado di assorbire tutta la merda, la carta igienica e le bottiglie di vino vuote di questo popolo ecologista di pensatori liberi. E poi sono sbucate altre cose, dalle perline di vetro ricamate sugli zaini di questo mondo estraneo eppure così interessante: amore libero, nudità senza freni, dogmatismo rivoluzionario, comuni, socialismo e protesta, chitarre suonate in un certo altro modo. Ecco che allora, senza problemi, cominciò il baratto: «Tu mi dai da dormire, da mangiare e da bere e io ti dipingo la facciata di casa con soggetti pop d’avanguardia». Oppure: «Io ti spinello qualcosa della nuova generazione, e tu mi racconti le storie della montagna, dove il tempo, rotte le gambe, è immobilizzato da tempo».

    Un’intera generazione passata qui. Fino a quel che è diventato oggi il turismo: una storia di carte di credito, che se ne infischia altamente della mentalità della gente del posto. Senza problemi, affidabile, pulito, ignorante, condiscendente, ovviamente disponibile verso lo sviluppo, ma in realtà maschilmente arrogante. Una cravatta rilucente d’oro, attirata senza fatica (basta un gesto digitale), nel punto giusto. Per tre settimane l’anno. I muscoli di un braccio che regge ancora vibrante la mazza da golf, prima concentrato ed emozionato dal tiro, poi strusciato come un agnellino all’ombelico in catenina d’oro dell’amante-accompagnatrice stagionale, lo sguardo impaziente alla pallina da golf, che in questo momento potrebbe pure volare su un altopiano delle Maldive (in questo genere di turismo non farebbe differenza). E non la farebbe neanche se alle Maldive non ci fossero altopiani.

    Messaggio da Giuanne Masala (www.sardinnia.de)

  2. #2
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    Predefinito

    Grandioso!!!
    CCS - SNI

 

 

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