IL MODELLO USA
Se l'emarginazione finisce in carcere
PATRIZIO GONNELLA
Prigioni federali, prigioni statali, prigioni di contea. Prigioni private. Braccialetti elettronici, cavigliere elettroniche. Libertà vigilate, libertà condizionate. In tutto 6milioni di persone sottoposte a controllo penale, di cui un terzo rinchiuso in galera. Ogni 45 persone libere ve ne è una che sta per entrare in carcere, che potrebbe entrare in carcere, che è già finita in carcere. Numeri che nel mondo non trovano concorrenti. La Russia, con 500 detenuti ogni 100mila abitanti, e la Cina, con la sua cifra oscura di prigionieri, sono gli unici rivali significativi. C'è da chiedersi come mai gli Stati uniti si siano indirizzati verso il più grande internamento di massa dal dopoguerra ad oggi nel mondo intero. Solo nei periodi bellici si sono riscontrati numeri di questa portata, ma si trattava di prigionieri di guerra, di soldati di un esercito nemico richiusi nei campi di prigionia. Oggi invece la grande reclusione americana trova ben altre spiegazioni. Le radici in cui si innesta sono quelle di una società neo-liberale che ha costruito il proprio consenso sulla esclusione sociale, sulla incarcerazione delle povertà. Quella ampia quota di persone escluse dalla democrazia maggioritaria, marginale nei processi produttivi, che fa statistica in negativo nelle percentuali degli occupati, e diventa oggetto delle politiche di «tolleranza zero» da Rudolph Giuliani in poi. Il senza casa, l'eroinomane, l'afro-americano non sono più un costo sociale ma una opportunità economica su di loro si è consolidato il sistema pubblico-privato delle prigioni americane.Ci sono stati dove l'incidenza di carceri e carcerati sul Pil è ben superiore alla produzione industriale. Così i detenuti crescono, i disoccupati diminuiscono, le spese sociali non sono più necessarie. Si origina un meccanismo circolare: meno welfare, inevitabilità della scelta criminale, repressione della devianza, prigionizzazione diffusa. Meno di un decimo dei detenuti è recluso in carceri gestite dal Federal Bureau of Prison. Tutti gli altri sono dentro prigioni di proprietà statali, di contea o private. Il dipartimento federale della giustizia non sa cosa accade dentro quelle carceri, non dispone né di poteri di indirizzo né di poteri di controllo. Una società privata che gestisce un carcere può porre il segreto aziendale di fronte a chi vuole indagare sulla qualità della vita detentiva o sul trattamento riservato ai detenuti. Anche se ad indagare sono le Nazioni unite. D'altronde gli Usa non hanno mai voluto firmare e ratificare il protocollo alla convenzione Onu contro la tortura che prevede un meccanismo di ispezione universale dei luoghi di detenzione. Questa è l'America al tempo di George Bush.Eppure l'America non è sempre stata così. Trent'anni fa i detenuti erano un sesto di quelli attuali. La politica era meno truce. La cinematografia americana era piena di film che sulle prigioni avevano un altro occhio. Papillon, Fuga da Alcatraz, The Blues Brothers. Sì, perché John Beluschi e Dan Aykroyd iniziano e finiscono le loro avventure musical-sociali da carcerati. Oggi le figure del carcerato simpatico, del carcerato eroe, del carcerato vittima non appartengono più all'immaginario hollywoodiano e americano in generale. La nostrana ex Cirielli sulla recidiva guarda all'America con invidia, si ispira a quella logica penale, insegue quei numeri. Oggi i detenuti nelle carceri italiane sono 57.500, il sovraffollamento determina condizione di vita tragiche, si parla di amnistia come soluzione per ridurlo. Se avessimo i tassi di detenzione americana arriveremmo a 350mila reclusi. Numeri insopportabili per un paese che nella Costituzione ha sancito il diritto alla rieducazione. La galera Usa: oltre 2 milioni di detenuti 50 mila persone in più nell'ultimo anno: un abitante ogni 138 finisce in cella. E' il paese leader delle manette. Le associazioni chiedono l'introduzione di politiche alternativeCINZIA GUBBINISettecentoventisei persone in carcere ogni 100 mila abitanti. O un detenuto ogni 138 residenti. O ancora, 2,1 milioni di cittadini dietro le sbarre. Comunque la si voglia mettere, il nuovo dato pubblicato ieri dal Dipartimento di giustizia americano non potrebbe essere più chiaro: negli Stati uniti è in corso un fenomeno che potrebbe essere definito senza enfasi «carcerazione di massa», come infatti lo definiscono autorevoli columnist della stampa americana. In un anno - dal 30 giugno 2003 al 30 giugno 2004 - la popolazione carceraria è cresciuta di 48.452 persone, con un tasso del 2,3%. Ciò significa che, ogni settimana, negli Stati uniti sono finite in carcere in media 900 persone. E questo nonostante da dieci anni il tasso di criminalità sia in costante decremento.Il trend va avanti da anni: «Questo dato va messo in relazione alle politiche contro la droga messe in campo tra gli anni `80 e gli anni `90, come risposta all'incremento di crimini connessi alle sostanze stupefacenti», ha spiegato Paige Harrison, funzionario del Dipartimento di giusitizia e coautrice del rapporto. Ma secondo il Sentencing Project, un think-thank con sede a Washington che promuove le alternative al carcere, molti detenuti che languono nelle celle americane sono stati condannati per reati di piccola entità. «Se non iniziamo a promuovere politiche di alternativa alla prigione - ha detto Malcom Young del Sentencing Project - continueremo a essere il paese leader in fatto di carcerazioni». Secondo i dati dell'istituto Justice Policy, infatti, gli Usa sono al primo posto nelle statistiche mondiali per numero di persone detenute: 726 ogni 100 mila residenti. Nel Regno unito sono 142 ogni 100 mila, in Cina 118, in Italia 100.Le statistiche del Dipartimento di giustizia statunitense confermano, inoltre, che la composizione della popolazione carceraria vede una penalizzazione delle minoranze e, in generale, delle fasce sociali più deboli: il 12,6% dei detenuti tra i 20 e i 30 anni d'età sono uomini afroamericani, contro il 3,6% degli ispanici e l'1,7% di maschi bianchi. Le donne rimangono il segmento che cresce più velocemente nella popolazione carceraria, con un tasso di incremento del 2,9%.Secondo alcuni osservatori del sistema giudiziario americano - che rimane uno dei più avanzati, almeno formalmente, per quanto riguarda i diritti riconosciuti all'imputato - a partire dagli anni `80 è iniziato un «irrigidimento» delle regole processuali e del codice penale. L'ultima polemica risale all'inizio di quest'anno, quando sulla scia di una sentenza che ha condannato a 30 anni di carcere uno spacciatore di cocaina (Usa v. Booker) sono state riviste le direttive che regolano l'applicazione delle pene, spingendo l'acceleratore verso un sistema di pene minime obbligatorie. Ma la legge-madre additata da tutti gli enti di tutela è la cosiddetta «three-strikes-and-you're-out», più o meno: al terzo reato sei bruciato. Quella che punisce con pene molto salate la recidiva. Quella che, sia detto a futura memoria, ispira la «nostra» Cirielli.




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