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«Non siamo pacifisti integrali, se serve si usa la forza». E poi: «Innovazione, ricerca, e qualità del lavoro per far crescere le imprese». Quanto alle tasse: «Non potranno diminuire». Il presidente dei Ds spiega i punti principali del programma dell'Unione. Pensando alle elezioni del 2006.
«Non credo che si voterà prima del maggio 2006. Abbiamo dunque un anno per prepararci alla sfida per il governo: dobbiamo farlo dando un po' di respiro alla nostra visione programmatica»: la mattina di martedì 26 aprile, nel suo studio alla fondazione Italianieuropei, Massimo D'Alema sta definendo gli ultimi dettagli di un appuntamento a cui tiene in modo particolare, il convegno sul «programma riformista» (Roma, martedì 3 maggio, cinema Adriano). È un viavai di politici e non. Personaggi anche sorprendenti, in quel contesto. Come il missionario laico Ernesto Olivero, il fondatore del Sermig tanto amato in Vaticano. Ha avuto un colloquio di quasi mezz'ora con il presidente dei Ds. Ed è l'ultimo a uscire dalla sua stanza, prima che D'Alema incontri il cronista di Panorama. Il tema dell'intervista è lo stesso del convegno.
Il centrosinistra deve gestire una clamorosa vittoria elettorale e prepararsi alla sfida delle prossime politiche. Non sarà una strada tutta in discesa, visti i problemi ancora aperti nella coalizione. Come pensate di farcela?
Innanzitutto mi lasci dire che sono molto preoccupato per il possibile epilogo della crisi del centrodestra. Il nuovo governo Berlusconi, nell'illusione di recuperare i consensi persi, ha annunciato programmi mirabolanti e irrealizzabili. Per fare tutte le cose promesse, infatti, occorrerebbe una manovra pari almeno a 200 mila miliardi di lire. Del tutto improbabile. Temo che la finanza creativa e la demagogia di questo governo possano portarci a nuove avventure.
E il centrosinistra?
Dovrà accettare fino in fondo la sfida del governo. Partendo innanzitutto dalle regioni, visto che ne guidiamo 16 su 21. Tenteranno di dividerci, mettendo le regioni del Sud contro quelle del Nord, e viceversa. E noi dobbiamo impedirlo: le nostre regioni dovranno essere in grado di prospettare soluzioni coordinate su temi strategici come la sanità e le politiche industriali.
«Contributo per un programma riformista» è il titolo del convegno organizzato dalla sua fondazione. Può anticipare tre-quattro punti che dovrebbero caratterizzare un buon programma riformista?
La politica estera, innanzitutto. Rilanciare il ruolo dell'Italia come propulsore dell'unità europea e la sua funzione nel Mediterraneo e nel mondo. Un ruolo che si è appannato, perché siamo apparsi come il Paese europeo più allineato sulle posizioni americane.
Quello che lei dice che cosa comporta, concretamente, circa la presenza italiana nelle aree di crisi: andrebbe ridotta o aumentata?
Premesso che sono contrario alle guerre preventive e unilaterali, penso che il tema dell'uso della forza non possa essere escluso a priori. Noi non siamo pacifisti integrali. Viviamo in un mondo instabile. E il nostro Paese, com'è più volte successo con i governi dell'Ulivo, potrebbe essere chiamato ad assumersi responsabilità, nell'ambito dell'Europa e delle Nazioni Unite. Bisognerà stabilire una norma di comportamento generale sull'uso della forza, e verificare di volta in volta l'esistenza delle condizioni di legittimità e necessità. Fatto questo, l'Italia non dovrà tirarsi indietro.
In passato, però, su questo punto il centrosinistra si è spaccato.
È un tema che dovremo affrontare, perché una maggioranza è davvero tale se trova coesione anche sui temi della politica estera.
Quanto alla politica economica, che cosa contraddistingue un programma riformista?
Il nostro è un Paese lento, affaticato, invecchiato. Il governo Berlusconi ha mancato la sua promessa fondamentale, che era quella di rinnovare l'Italia. Dovremo noi, allora, restituire al Paese lo slancio verso il futuro, puntando su una nuova stagione del dialogo sociale e della concertazione. Occorre un patto per lo sviluppo e la modernizzazione tra le forze migliori.
In concreto?
Significa che bisognerà puntare sull'innovazione, sulla ricerca, sulla formazione e sulla qualità del lavoro. Vuol dire aiutare le imprese a crescere dimensionalmente e riconvertire le produzioni sulla base di un valore aggiunto. Insomma, puntare sul prodotto.
Si può fare senza contrastare le tendenze alla precarizzazione del lavoro?
No. Perché, per fare questo occorre manodopera molto motivata e aziende che investano sui loro lavoratori.
Ed è possibile realizzare un simile programma lasciando tutto all'iniziativa privata, senza intervento pubblico?
No. Senza una forte iniezione di investimenti pubblici non possiamo avere questo salto di qualità. Anche perché i concessionari che gestiscono settori strategici non hanno fatto gli investimenti che avrebbero dovuto fare.
È stato un errore privatizzare?
Privatizzare è stato un obbligo per evitare il fallimento. L'errore, piuttosto, è stato quello di privatizzare senza creare le condizioni per una effettiva concorrenza. Si è privatizzato, ma si è liberalizzata poco l'economia.
Investimenti pubblici: ma dove prendere i soldi?
Il fisco, come in tutti i paesi civili, resta una leva importante per finanziare i servizi e per gli investimenti. Bisogna riprendere la lotta all'evasione e all'elusione fiscali. E bisognerà cominciare a dire che non vanno abbassate le aliquote massime: è giusto che chi ha di più paghi di più.
La politica estera è un punto di sofferenza dei rapporti con Rifondazione comunista. Ma c'è un problema anche con la Margherita, come si è visto a Venezia, nello scontro fratricida tra Cacciari e Casson.
Venezia insegna che, senza unità, il centrosinistra va allo sfascio. Bisognerà aiutare a ricostruire i rapporti, anche se non sarà facile.
E la difesa delle identità politiche, tema tanto caro alla Margherita?
Nessuno minaccia le identità. Abbiamo trovato un punto di equilibrio con la Margherita accantonando il dibattito sul partito unico e puntando sulla federazione dell'Ulivo. Ora facciamola funzionare. Se si raggiunge un'intesa e il giorno dopo la si rimette in discussione, è un modo per non fare mai nulla.
Lei non ha ancora espresso un'opinione sul successore di Karol Wojtyla. Che cosa si aspetta un uomo di sinistra come lei da Benedetto XVI?
Intanto mi ha sempre colpito la forza della personalità, della cultura e della visione di Joseph Ratzinger. È un uomo di grande qualità e di grande spessore intellettuale. A giudicare dai primi segnali, credo che stia cercando di dare un'impronta di apertura e di dialogo al suo papato.
È possibile un dialogo tra il mondo laico e l'uomo che è considerato il custode dell'ortodossia cattolica?
La forza della convinzione non è mai stata un ostacolo al dialogo. Abbiamo bisogno di riorganizzare la convivenza umana sulla base di valori. L'azione politica deve essere sorretta da una visione della vita, delle relazioni fra le persone. E ritengo che ci siano dei fortissimi punti di convergenza tra il messaggio cristiano e una morale laica ispirata ai valori della libertà e della solidarietà, quella nella quale mi riconosco.
Qual è il possibile terreno d'intesa tra i laici e il nuovo Papa?
Quello della costruzione di un sistema di relazioni interpersonali, ma anche internazionali, fondato sul diritto e non sulla forza. Quello che, in una visione cristiana, è l'amore verso gli altri. L'idea di un mondo multipolare fondato su un rinnovato vigore delle istituzioni internazionali appartiene sia alla visione cattolica che a quella laica. Questo è un punto forte di convergenza.
Circola già una lettura geopolitica del nuovo papato: sarà filoeuropeo e antiamericano. La convince?
Il Papa ha un messaggio universale, non europeo. Tuttavia, sono convinto che aiuterà l'Europa a sviluppare la propria identità e il senso della propria missione.
Un'Europa unita e più forte, capace di bilanciare il predominio americano sul mondo?
Sono contrario ad affogare Europa e Stati Uniti in un'unica nozione dell'Occidente. Finita la guerra fredda, oggi nel mondo occidentale c'è una dialettica tra visioni diverse. Da un lato c'è il multilateralismo, un ordine fondato sul diritto internazionale. Dall'altro c'è la visione unipolare, un ordine egemonico occidentale fondato sulla forza. È necessario lavorare per costruire un punto di equilibrio positivo. E in questo l'Europa potrà dare un contributo tanto più forte quanto più chiaro avrà il senso della sua missione.


Ecco fatto.In Origine Postato da dragone
«Non siamo pacifisti integrali, se serve si usa la forza»....
Sono contrario ad affogare Europa e Stati Uniti in un'unica nozione dell'Occidente. Finita la guerra fredda, oggi nel mondo occidentale c'è una dialettica tra visioni diverse. .. E in questo l'Europa potrà dare un contributo tanto più forte quanto più chiaro avrà il senso della sua missione.
Gli storici ricorderanno la guerra in Irak come la fine dell'Occidente.
Ormai, dopo le scelte irresponsabili di BUsh contro gli interessi imperialistici della Francia (e, di riflesso, di mezza Europa) anche chi aveva cercato di portare avanti il progetto imperialista Occidentale (Ulivo Mondiale) ha fatto marcia indietro.
Questo imperialismo è troppo piccolo per tutti e due.
E, se serve, aggiunge D'Alema, si usa la forza.
eh già, lui è favorevole solo alle guerre umanitarie...In Origine Postato da dragone
Premesso che sono contrario alle guerre preventive e unilaterali, penso che il tema dell'uso della forza non possa essere escluso a priori.![]()


Si, la prossima volta che succede una cosa come la crisi del Kosovo risolviamola come stiamo risolvendo adesso il Darfur. Almeno non ci sporchiamo le mani e non perdiamo voti.In Origine Postato da remedios
eh già, lui è favorevole solo alle guerre umanitarie...![]()
*cynico*
scusa ma non riesco a pensare che le bombe siano meglio.In Origine Postato da Ragioniamo!
Si, la prossima volta che succede una cosa come la crisi del Kosovo risolviamola come stiamo risolvendo adesso il Darfur. Almeno non ci sporchiamo le mani e non perdiamo voti.
*cynico*


qualche chicca:una maggioranza è davvero tale se trova coesione anche sui temi della politica estera
Quindi i governi dell'ulivo non sono mai stati vera maggioranza....
Si può fare senza contrastare le tendenze alla precarizzazione del lavoro?
No. Perché, per fare questo occorre manodopera molto motivata e aziende che investano sui loro lavoratori.
e la precarizzazione da chi è stata introdotta se non da prodi e c?
È stato un errore privatizzare?
Privatizzare è stato un obbligo per evitare il fallimento. L'errore, piuttosto, è stato quello di privatizzare senza creare le condizioni per una effettiva concorrenza. Si è privatizzato, ma si è liberalizzata poco l'economia.
E pensare che le privatizzazioni sono state il vanto di prodi,adesso invece accusano il governo di non aver liberalizzato e di vendere le aziende italiane
Investimenti pubblici: ma dove prendere i soldi?
Il fisco, come in tutti i paesi civili, resta una leva importante per finanziare i servizi e per gli investimenti. Bisogna riprendere la lotta all'evasione e all'elusione fiscali. E bisognerà cominciare a dire che non vanno abbassate le aliquote massime: è giusto che chi ha di più paghi di più.
quindi + tasse per tutti visto che tassando solo i ceti alti non si ottiene un gettito tale dafare investimenti degni....
e quale governo ha alzato le aliquote ai + poveri e diminuito quelle dei ricchi?Prodi!
il finale con la leccata di culo alla chiesa poi....
Questa è la sinistra? spero vinciate le elezioni, sono convinto che sarete voi a darci il federalismo.In Origine Postato da dragone
«Non siamo pacifisti integrali, se serve si usa la forza». E poi: «Innovazione, ricerca, e qualità del lavoro per far crescere le imprese». Quanto alle tasse: «Non potranno diminuire». Il presidente dei Ds spiega i punti principali del programma dell'Unione. Pensando alle elezioni del 2006.
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D'Aleeemaaa ,dì qualcosa di sinistra..!
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