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  1. #11
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    In origine postato da Ormriauga
    Damien Hirst ... quello che espone cadaveri conservati in formaldeide?
    E pensare che c'è gente che ci va a vederlo, e magari ci riflette pure davanti alle "opere". Fa così figo dire di avere ammirato un "damien Hirst"!
    Beh, un'opera d'arte non ha bocca per difendersi da accuse. Senz'altro qaulcuno dovrebbe spiegare l'arte. Io la pop art non comprendo... la vedo veramente come un'arte che manifesta un certo disagio ideologico di quei e degli attuali tempi. Guardate so che molti mo' spareranno a zero ma io sono contento che il Papa abbia parlato di dittatura del relativismo.

  2. #12
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    "Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere" Goethe, Faust, parte prima.
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    [QUOTE]In origine postato da Drieu
    [B]Vorrei sapere cosa pensiate di Escher...
    è un artista moderno ma non esprime un'arte degenerata nel senso da voi inteso.




    Prescindendo dalle considerazioni che si potrebbero fare sull'opera di Escher, considerato per decenni più un grande illustratore che un vero e proprio artista (titolo la cui attribuzione risale a cause sempre più misteriose), c'è da rimarcare che l'operare nei tempi attuali, e quindi l'essere nati nei tempi moderni, o peggio posmoderni, non implica giocoforza che la propria produzione artistica risenta dei difetti precedentemente descritti. Diciamo che se intendiamo il termine "modernità" più come una malattia dello spirito piuttosto che nella sua accezione temporale, possiamo ben comprendere quanto sia possibile che al momento attuale (come in un passato recente nel caso specifico di Escher) esistano ancora persone, che in virtù di una qual certa "immunità spirituale", siano ancora in grado d'avere una produzione artistica degna di questo nome. Il problema è che non sono certo queste ultime a possedere la rilevanza necessaria a far conoscere e diffondere la propria opera, ma altre, legate a ben diversi meccanismi.


  3. #13
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    In origine postato da Drieu
    Vorrei sapere cosa pensiate di Escher...
    E' atipico perchè fonde arte con la ragione, arte con la logica...

  4. #14
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    [...]In effetti, come abbiamo indicato sopra, le società industriali della fine del XX secolo non possedevano più una vera e propria cultura:avevano dimenticato che l'uomo non è solo un produttore-consumatore ma anche una creatura sensibile, immaginativa, affettiva, spirituale.
    Poteva essere altrimenti, data l'assenza dei poeti? Solo loro, infatti, sono capaci di dare un senso alla molteplici attività dell'uomo. «Una cultura- diceva il professor Dupín- è un'opera d'arte. Una società industriale,nel migliore dei casi, solo un formicaio iperrazionalizzato».Da un punto di vista spirituale l'Occidente non sapeva più dov'era, néancor meno dove voleva andare. Già nel XIX secolo Pierre Leroux aveva stilato un bilancio inquietante: «L'industria produce la ricchezza, ma la ricchezza mal distribuita genera ogni genere di vizi e di miserie. La scienza accumula un'immensa erudizione di fatti e scopre importanti
    verità; ma, poiché è assorbita dai dettagli e le manca pertanto una visione d'insieme, diventa la più cieca delle cecità e, priva di carità, genera tutti i dubbi e tutte le miserie morali possibili».
    L'arte, in questo contesto, si era isterilita. Sussistevano, nel migliore dei casi, musei dove si riversavano (secondo un'espressione di Nietzsche) popolazioni affamate per contemplare le vestigia delle civiltà sepolte. Gli Occidentali avevano ancora una sia pur piccola idea di cosa fosse un'arte viva? Non era affatto sicuro. Un amico di Pierre Leroux, sotto lo pseudonimo di Willelm Biirger, aveva precocemente definito il
    problema: «I musei non sono altro che cimiteri dell'arte, catacombe ove si allineano in tumulazioni promiscue i resti di ciò che è vissuto: una Venere voluttuosa a fianco di una Vergine mistica, un satiro a fianco di un santo, un quadro da salottino di fronte a una pala d'altare. Tutto quello che è stato eseguito per una chiesa, un palazzo, un municipio, un ribunale, un edificio ben determinato, per un preciso significato morale o storico, per una certa luce, con un certo specifico accompagnamento, ebbene, tutto questo lo si appende alla rinfusa alle pareti di un anonimo
    bazar, di una specie di asilo postumo, di una cittadella mortuaria, dove generazioni di persone che non creano più niente vanno ad ammirare queste illustri vestigia». Nel 1956 Georges Duthuit descriveva così «l'immensa lacerazione» operata dal museo:«Si strappano le opere d'arte dalla vita, come le unghie dalla carne. Un tempo erano parte integrante di una totalità presente: ora non sono altro che frammenti condannati all'inerzia. Spaesati, spaiati, sradicati». Claude Lévy-Strauss, nel 1971, meditando sugli «sconvolgimenti
    scatenati dalla civiltà industriale in espansione» era giunto a una conclusione simile. L'umanità, constatava, era trascinata «verso una civiltà mondiale, distruttrice di quei vecchi particolarismi ai quali va il merito di aver creato i valori estetici e spirituali che danno pregio alla vita e che noi raccogliamo preziosamente nelle biblioteche e nei musei perché ci sentiamo sempre meno capaci di produrli».
    È vero che, alla vigilia della Grande Implosione, i "moderni" che
    visitavano questi musei-necropoli, quello che Jean Clair chiamava 1' «arcipelago Gulag delle opere d'arte», erano piuttosto numerosi. Georges Henri Rivière constatava, non senza ironia: «Troppi musei sono giudicati n funzione del loro indice di frequentazione (così come le televisioni in funzione del loro indice di ascolto!)». Tutto questo la dice lunga. Gli Occidentali non sapevano più che una cultura è un'unità vivente; né sapevano che l'arte non è un semplice ornamento o un semplice "prodot
    to di bellezza" ma l'espressione di un progetto spirituale.
    Questa sorta di anemia culturale era evidente in tutti i campi. «Quanto alla politica - scriveva Leroux - essa si è evidentemente annullata, dal momento che la sua funzione era proprio quella di presiedere a questa unità che non esiste più e dal momento che era essa a stabilire, nella realtà vivente, quelle relazioni e quelle solidarietà che ormai non sussistono più. Essa si riduce, quindi, per gli uomini che chiamiamo ancora oggi governanti e che non hanno il senso della restaurazione della
    società, a un'indefinibile agitazione egoista che non possiede alcun altro movente se non il loro interesse o la loro vanità. Ciononostante, benché la politica sia davvero incapace e totalmente annientata [...J, quasi esclusivamente a essa la società volge la sua attenzione per lenire le sue so erenze; e, cosa singolare ma evidentemente necessaria, non ci si occupa mai tanto di politica come quando la politica è annientata».
    La società, affermava Leroux, è la relazione generale degli uomini fra loro, un «essere metafisico» che svanisce nel momento ìn cui vengono distrutti i miti. [...]

    Pierre Thuiller, La Grande Implosione, Rapporto sul crollo dell'occidente 1999-2002, Asterios Editore

  5. #15
    Paul Atreides
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    La frase di Lévi-Strauss citata nel tuo messaggio è ancor più esemplare se riportata per intero: ''la lotta contro tutte le forme di discriminazione coopera a questo stesso movimento che trascina l'umanità verso una civiltà mondiale, distruttrice dei vecchi particolarismi a cui spetta l'onore ecc. ecc.''

    In pratica, Lévi-Strauss ritiene che anche il declino della bellezza estetica e spirituale sia causato dall'impressionante omologazione egualitaristica odierna, omologazione che è, per l'esattezza, bioculturale [il saggio da cui è tratta la citazione è infatti ''Razza e cultura''].

  6. #16
    NEOFASCISMO........
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    Predefinito ah!

    quell'Alessandro Sansoni lo conoscevo anche io.......AREA....bella esperienza napoletana, ragazzi in gamba...........gente sveglia......questo Sansoni sta con alemanno??? bhe almeno può scrivere articoli che vengono stampati su carta patinata........

  7. #17
    Orazio Coclite
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    Enrico Baj – Paul Virilio, Discorso sull’orrore dell’arte, Milano, Elèuthera, 2002

    Gli aerei che colpiscono le torri sono l’opera d’arte definitiva
    (Karl-Heinz Stockhausen)

    «In questa breve conversazione ho cercato di spiegare quella che è stata definita la crisi dell’arte contemporanea, la quale risale almeno a dieci anni fa e ai testi di Baudrillard, di Jean Clair e di Yves Michaud. La crisi è poi diventata ancora più acuta e tutto quello che si è detto riflette il suo modo di svilupparsi […]. Quel che abbiamo discusso qui supera la crisi dell’arte contemporanea. È piuttosto un’apertura su qualche cosa di ben più terrificante che ha a che fare con la vita politica, con la biologia, con la modificazione del mondo». Così Paul Virilio, l’eclettico parigino autore de L’estetica della sparizione, presenta il proprio incontro con Enrico Baj, l’artista della Apocalisse: l’opera d’arte visiva di grandi dimensioni in cui prolifera una nuova generazione di mostri, «cazziritticannibalmangiabambini, cacacazzi, diavoli cornuti, culdifica, leviatani e animali fantastici quali premonitori di una apocalisse ecologica».
    Lo statuto dell’arte, i suoi luoghi, il suo pubblico, sono oggetto di un dialogo volontariamente provocatorio che denuncia l’impotenza della critica, decaduta da «motore dell’arte e di ogni vero rinnovamento» a surrogato di se stessa; vincolata a un politicamente corretto anestetizzante: «l’immagine correct è quella fabbricata dal sistema nelle sue cattedrali e nei palazzi del potere, che per l’arte sono i musei», a discapito di ogni altra forma di rappresentazione.
    Il mercato dell’arte che preannuncia la New Economy, la critica che diventa pettegolezzo, l’orrore dell’arte per se stessa e quello del pubblico che non capisce ma partecipa delle esposizioni: Baj in appendice polemizza contro la tre giorni di vernissage non-stop della 49ª Biennale, trasformata dal curatore, Harald Szeeman, in una celebrazione dell’umanitarismo.
    Virilio riflette sul potere della velocità e sulla sua democratizzazione che si esplicita nella «pop-cultura, che è il supermercato dell’arte»; denuncia la deriva tecnologica che avvilisce il corpo, la combinazione di dromologia e teratologia, di «velocità di liberazione», di produzione seriale e controllo-sorveglianza, riconoscendo l’orrore estetico nella stessa mescolanza tra arte e genetica proprio della body-art.
    La trans-apparenza totale mescola voyeurismo e sorveglianza, l’onanismo fotografico, la perquisizione continua: «L’estetica della sparizione contiene anche la possibilità di sparizione dell’estetica». L’arte tecnologizzata, spettacolarizzata dall’alta definizione esclude dal sistema ogni operazione più fragile, annienta la rappresentazione mentre attraverso una libertà d’espressione eccentrica, pornografica, concettuale, si insedia un nuovo accademismo, «l’accademismo della teconologia, l’arte del motore».
    Virilio, contrapponendo al perfezionamento della tecnica la sua intrinseca fragilità, ipotizza un museo dell’Incidente, inteso come limite interno a ogni evoluzione tecnologica. Negativo del museo globale che espone tutto, della pubblicità, istantanea del consumo & apologia della tecnica, egli propone un museo di ciò che si è generato come incidente, «coproducendo degli oggetti, delle sostanze, dei veicoli... », associando elettricità ed elettroesecuzione, bastimenti e naufragio, aereo e caduta.
    Se Baj annuncia l’eutanasia passiva dell’arte, l’orrore estetico attraverso il museo globale Guggenheim, la «torre della confusione» di Babele, l’incidente nell’arte, la rappresentazione che permette di vedere il mondo differentemente, rimane, secondo Virilio, «l’orizzonte di Babele, la salvezza dei Babeliani».

    Johnson&co.
    http://www.argonline.it/territori/te...son_bajvirilio

  8. #18
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    La frase di Lévi-Strauss citata nel tuo messaggio è ancor più esemplare se riportata per intero: ''la lotta contro tutte le forme di discriminazione coopera a questo stesso movimento che trascina l'umanità verso una civiltà mondiale, distruttrice dei vecchi particolarismi a cui spetta l'onore ecc. ecc.''

    In pratica, Lévi-Strauss ritiene che anche il declino della bellezza estetica e spirituale sia causato dall'impressionante omologazione egualitaristica odierna, omologazione che è, per l'esattezza, bioculturale [il saggio da cui è tratta la citazione è infatti ''Razza e cultura''].
    detto da un ebreo é veramente notevole....

  9. #19
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    Le brutture edilizie sono all'ordine del giorno.
    Ho sempre sotenuto l'importanza di edificare nuove costruzioni per preservarci dalla penuria di appartamenti, ma non capisco, al momento in cui saltan fuori certe vergogne, si cosa si tratti: tenderei ad escludere stavolta la scimmiottatura esterofila, anche perchè non credo che altrove al mondo si riesca ad innalzare certe demenziali trovate!
    In sintesi, evitiamo sia la sindrome da "ragazzo della via Gluk", ma rispolveriamo la vecchia tradizione edilizia, motivo di vanto italiano che non si capisce perchè tanto trascurato dagli attuali ingegneri ed architetti!
    Altrettanto dicasi per le restaurazioni monumentali e/o gli affreschi delle pitture d'arte.

 

 
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