TRA TERRA E CIELO
Nella società dominata dal borghese - dalla ricerca individualistica del benessere, dall’interesse e dal calcolo, dal rifiuto del rischio, dall’attaccamento eccessivo alla propria vita; dove lo spirito d’impresa è riferito al mero accrescimento delle proprie ricchezze materiali - vogliamo parlare di un tipo umano che, forse inconsciamente, a questo sistema è estraneo. Attraverso gli studi di Evola e Samivel, vogliamo tentare di definire il carattere, le sensazioni di chi in un impeto di gioia e di forza si pone tra terra e cielo per una sfida che potrebbe portarlo anche a una morte che forse non cerca ma che sicuramente non teme.Ridurre l’attività alpinistica a semplice espressione sportiva vuol dire porre una limitazione alla sua comprensione: valutare una scalata solo sulla base del tempo ottenuto e dal grado di difficoltà che si è superato, significa pensare la montagna come una comune palestra. L’alpinismo vero, invece, garantisce a chilo pratica con cuore aperto quel sentire che le comodità e i lussi della vita civilizzata hanno sopito. Non solo, la montagna forgialo spirito attraverso tutto ciò che essa implica: «disciplina dei nervi e del corpo, ardimento lucido, spirito di conquista e insomma impulso all’azione pura in un ambiente di forze pure»1.Soprattutto nella pratica dell’alpinismo solitario - in un ambiente grandioso, puro, primordiale; dove la potenza della natura non è mediata da elementi umani - l’azione coraggiosa viene spesso premiata con la bellezza semplice dell’alba e del tramonto che in montagna hanno sempre colori e fascino particolari. Sembra che questo sia da stimolo a una catarsi, un rinnovamento profondo, un superamento di sé. «Per la conoscenza di se stessi ci sono molte strade, fondamentalmente comunque sono due: la via fisica e la via psichica. [..] Queste però sono sfruttabili in pieno solamente quando l’uomo le converte fisicamente, cioè quando mette in pratica esperienze spirituali e al contrario spiritualizza esperienze fisiche»2. Da qui l’importanza della montagna nelle dottrine tradizionali e sotto l’aspetto di ciò che essa simbolicamente richiama (verticalità, centro, stabilità, purezza, punto d’incontro Terra-Cielo). Qui le due vie tradizionali di ascesi: azione e contemplazione sono percorribili entrambe: «Nella lotta contro l’altezza e le vertigini montane, l’azione è infatti libera da tutto ciò che è macchina, da tutto ciò che attenua il rapporto diretto e assoluto dell’uomo con le cose. E nell’imminenza del cielo e dell’abisso [...] quanto mai è prossima la possibilità di ridestare, attraverso ciò che sembra un semplice esercizio del corpo, il simbolo di un superamento, una luce virilmente spirituale, un contatto con le forze primordiali chiuse dentro le membra [...]»3.
Ma l’esperienza delle vette: la solitudine, il coraggio verificato nel superare fatiche estreme, il disinteresse nel farlo; e per con verso la quotidianità nelle pianure, con tutti gli aspetti deteriori della società borghese, provocano ben presto una situazione conflittuale con «coloro che vivono nella folla». Scrive Ibsen: «Non obbedisco più che alla voce che comanda di vivere sulle cime. In alto sono con Dio e con la libertà, che gli altri in basso si trascinino bassamente!»4 e Nietzsche ribadisce che «Ogni uomo eletto mira istintivamente a trovarsi una sua propria rocca, una sua intimità, dove potere dimenticare la regola ‘uomo’, costituendo ne egli stesso l’eccezione»5.
Per questo tipo umano, la scalata è dunque quasi una necessità, il simbolo del disprezzo, l’allontanamento istintivo dalla vita delle pianure. Secondo il Reinhold Messner che abbiamo incontrato ne La mia strada «questo modo di essere impegnato [...] è anche l’unica possibilità di sopportare la vita stessa [...] Mi trovo
lungo una strada che non cessa mai del tutto, che devo sempre cercare anche quando mi appare chiaramente delineata. È la morte che mi dà la direzione» 6. Questa morte, però, non deve essere interpretata come ansia di morte ma come possibilità calcolata capace di provocare emozioni importanti: l’esperienza limite come mezzo per sperimentare un’esaltante intensità di vita. La percezione della morte in situazione limite sviluppa in realtà una straordinaria forza vitale che alla morte fisica si oppone; sembra emergere dal profondo di sé una sicurezza che non si pensava di possedere, una tranquillità che sorprende. Supporre che alla base delle imprese alpinistiche vi sia una volontà inconscia di suicidio è un’ipotesi insostenibile se solo si pensa alla straordinaria determinazione alla sopravvivenza dimostrata dai molti alpinisti che hanno subìto incidenti gravi e si sono salvati: in situazioni d’emergenza, si amplificano le capacità umane di sopportare dopo ore, stanchezza, fame, freddo; è raro che subentri quel pericoloso stato di auto-abbandono. E poi «è una bella sciocchezza attendersi dalla morte un appuntamento a un’ora precisa. Essa ignora la cortesia, e la sua farsa più riuscita è ancora quella di troncare,con un buon colpo di falce, una sana risata» 7.Ma se di morte si vuoi parlare, questa deve essere intesa come morte simbolica, superamento di una soglia: rinnovamento pro fondo che l’uomo subisce ogni qualvolta affronta situazioni estreme e le supera.
In un’intervista a un giornale tedesco, Messner osserva: «Sono del parere che la morte fa parte della vita. È irrilevante il mo mento in cui morrò. Soffro anch’io di paure del tutto normali. Non vado affatto a cercarla, la morte. In tal caso non sarei più vivo da tempo. La paura, l’istinto di vita, l’istinto di autoconservazione sono così forti in me, che finora sono sempre riuscito a trovare la strada per scendere e per uscire anche dalle peggiori situazioni. Ma è proprio da quei momenti fra la vita e la morte, quando sono come in bilico sulla lama d’un coltello, da quella sensazione di essere a mezza via fra la civiltà e un mondo selvaggio pieno di pericoli mortali, proprio da questo traggo le mie più importanti conoscenze» 8.
Nel 1892 il Club Alpino Svizzero pubblicò un interessante articolo del professor Albert Heim di Zurigo, che per primo sviluppò un’indagine scientifica sulle sensazioni di sopravvissuti a cadute in montagna. Gli incidenti analizzati dovevano rispettare la condizione che il malcapitato si trovasse nella certezza di dover morire. I risultati furono sorprendenti poiché 1195% degli intervistati dichiarò impressioni che risultarono molto simili tra loro e di cui riportiamo parte del resoconto: «Non si sente alcun dolore, e nemmeno un terrore paralizzante, come nel caso di un minor pericolo (scoppio di un incendio ecc.). Nessuna paura, nessun segno di disperazione, nessuna angoscia, piuttosto una tranquilla serietà, una profonda rassegnazione, una sicurezza e una prontezza spirituali. L’attività mentale è enorme, aumenta anche di cento volte in rapidità e intensità, le condizioni e le eventualità dell’esito vengono valutate molto obiettivamente, non interviene alcuna confusione. Il tempo sembra prolungato. Si agisce con la rapidità del lampo e si riflette bene. In numerosi casi segue un repentino sguardo a ritroso in tutto il proprio passato. Infine spesso chi cade sente una bella musica e cade quindi in uno splendido cielo azzurro con nuvolette rosate. Poi la coscienza si spegne senza dolore: nel momento dell’urto che in genere viene ancora udito, ma mai percepito dolorosamente. Di tutti i sensi, probabilmente l’ultimo a sparire è l’udito»9. Noi non sappiamo perché continuiamo a camminare sui ghiacci, senza punti di riferimento, nella tormenta... ma in quello squarcio di sereno che, alla fine, la montagna ci serberà, noi vedremo sorridere gli Dèi.
Centro Studi Kyffhauser
1)Julius Evola, Meditazioni delle vette, Ed. del Tridente, Saluzzo 1986.
2)Reínhold Messner, Il limite della vita, Zanichelli, Bologna 1980.
3)Julius Evola, op. cit.
4)Henrik Ibsen, Poesie, Ripostes, Salerno 1982.
5)Friedrich Nieasche, Di là dal bene e dal male.
6)Reinhold Messner, La mia strada, Dall’Oglio, Varese 1983.
7)Samivel, Amatore d’abissi, Bologna 1987.
8)Reinhold Messner, Deuuche Zeitung, 14 sett. 1979.
9)Albert Heim, Annuario del Club Alpino Svizzero, Notizen uber den Tod durch Absturz (Notizie sulla morte per caduta), 1892
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Rispondi Citando
). Il mese prossimo invece ho un corso avanzato di alpinismo che mi occuperà tutti i fine settimana (ve-sa).
