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Discussione: Il Sorriso degli Dei

  1. #1
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    "Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere" Goethe, Faust, parte prima.
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    Predefinito Il Sorriso degli Dei

    TRA TERRA E CIELO

    Nella società dominata dal borghese - dalla ricerca individualistica del benessere, dall’interesse e dal calcolo, dal rifiuto del rischio, dall’attaccamento eccessivo alla propria vita; dove lo spirito d’impresa è riferito al mero accrescimento delle proprie ricchezze materiali - vogliamo parlare di un tipo umano che, forse inconsciamente, a questo sistema è estraneo. Attraverso gli studi di Evola e Samivel, vogliamo tentare di definire il carattere, le sensazioni di chi in un impeto di gioia e di forza si pone tra terra e cielo per una sfida che potrebbe portarlo anche a una morte che forse non cerca ma che sicuramente non teme.Ridurre l’attività alpinistica a semplice espressione sportiva vuol dire porre una limitazione alla sua comprensione: valutare una scalata solo sulla base del tempo ottenuto e dal grado di difficoltà che si è superato, significa pensare la montagna come una comune palestra. L’alpinismo vero, invece, garantisce a chilo pratica con cuore aperto quel sentire che le comodità e i lussi della vita civilizzata hanno sopito. Non solo, la montagna forgialo spirito attraverso tutto ciò che essa implica: «disciplina dei nervi e del corpo, ardimento lucido, spirito di conquista e insomma impulso all’azione pura in un ambiente di forze pure»1.Soprattutto nella pratica dell’alpinismo solitario - in un ambiente grandioso, puro, primordiale; dove la potenza della natura non è mediata da elementi umani - l’azione coraggiosa viene spesso premiata con la bellezza semplice dell’alba e del tramonto che in montagna hanno sempre colori e fascino particolari. Sembra che questo sia da stimolo a una catarsi, un rinnovamento profondo, un superamento di sé. «Per la conoscenza di se stessi ci sono molte strade, fondamentalmente comunque sono due: la via fisica e la via psichica. [..] Queste però sono sfruttabili in pieno solamente quando l’uomo le converte fisicamente, cioè quando mette in pratica esperienze spirituali e al contrario spiritualizza esperienze fisiche»2. Da qui l’importanza della montagna nelle dottrine tradizionali e sotto l’aspetto di ciò che essa simbolicamente richiama (verticalità, centro, stabilità, purezza, punto d’incontro Terra-Cielo). Qui le due vie tradizionali di ascesi: azione e contemplazione sono percorribili entrambe: «Nella lotta contro l’altezza e le vertigini montane, l’azione è infatti libera da tutto ciò che è macchina, da tutto ciò che attenua il rapporto diretto e assoluto dell’uomo con le cose. E nell’imminenza del cielo e dell’abisso [...] quanto mai è prossima la possibilità di ridestare, attraverso ciò che sembra un semplice esercizio del corpo, il simbolo di un superamento, una luce virilmente spirituale, un contatto con le forze primordiali chiuse dentro le membra [...]»3.
    Ma l’esperienza delle vette: la solitudine, il coraggio verificato nel superare fatiche estreme, il disinteresse nel farlo; e per con verso la quotidianità nelle pianure, con tutti gli aspetti deteriori della società borghese, provocano ben presto una situazione conflittuale con «coloro che vivono nella folla». Scrive Ibsen: «Non obbedisco più che alla voce che comanda di vivere sulle cime. In alto sono con Dio e con la libertà, che gli altri in basso si trascinino bassamente!»4 e Nietzsche ribadisce che «Ogni uomo eletto mira istintivamente a trovarsi una sua propria rocca, una sua intimità, dove potere dimenticare la regola ‘uomo’, costituendo ne egli stesso l’eccezione»5.
    Per questo tipo umano, la scalata è dunque quasi una necessità, il simbolo del disprezzo, l’allontanamento istintivo dalla vita delle pianure. Secondo il Reinhold Messner che abbiamo incontrato ne La mia strada «questo modo di essere impegnato [...] è anche l’unica possibilità di sopportare la vita stessa [...] Mi trovo
    lungo una strada che non cessa mai del tutto, che devo sempre cercare anche quando mi appare chiaramente delineata. È la morte che mi dà la direzione» 6. Questa morte, però, non deve essere interpretata come ansia di morte ma come possibilità calcolata capace di provocare emozioni importanti: l’esperienza limite come mezzo per sperimentare un’esaltante intensità di vita. La percezione della morte in situazione limite sviluppa in realtà una straordinaria forza vitale che alla morte fisica si oppone; sembra emergere dal profondo di sé una sicurezza che non si pensava di possedere, una tranquillità che sorprende. Supporre che alla base delle imprese alpinistiche vi sia una volontà inconscia di suicidio è un’ipotesi insostenibile se solo si pensa alla straordinaria determinazione alla sopravvivenza dimostrata dai molti alpinisti che hanno subìto incidenti gravi e si sono salvati: in situazioni d’emergenza, si amplificano le capacità umane di sopportare dopo ore, stanchezza, fame, freddo; è raro che subentri quel pericoloso stato di auto-abbandono. E poi «è una bella sciocchezza attendersi dalla morte un appuntamento a un’ora precisa. Essa ignora la cortesia, e la sua farsa più riuscita è ancora quella di troncare,con un buon colpo di falce, una sana risata» 7.Ma se di morte si vuoi parlare, questa deve essere intesa come morte simbolica, superamento di una soglia: rinnovamento pro fondo che l’uomo subisce ogni qualvolta affronta situazioni estreme e le supera.
    In un’intervista a un giornale tedesco, Messner osserva: «Sono del parere che la morte fa parte della vita. È irrilevante il mo mento in cui morrò. Soffro anch’io di paure del tutto normali. Non vado affatto a cercarla, la morte. In tal caso non sarei più vivo da tempo. La paura, l’istinto di vita, l’istinto di autoconservazione sono così forti in me, che finora sono sempre riuscito a trovare la strada per scendere e per uscire anche dalle peggiori situazioni. Ma è proprio da quei momenti fra la vita e la morte, quando sono come in bilico sulla lama d’un coltello, da quella sensazione di essere a mezza via fra la civiltà e un mondo selvaggio pieno di pericoli mortali, proprio da questo traggo le mie più importanti conoscenze» 8.
    Nel 1892 il Club Alpino Svizzero pubblicò un interessante articolo del professor Albert Heim di Zurigo, che per primo sviluppò un’indagine scientifica sulle sensazioni di sopravvissuti a cadute in montagna. Gli incidenti analizzati dovevano rispettare la condizione che il malcapitato si trovasse nella certezza di dover morire. I risultati furono sorprendenti poiché 1195% degli intervistati dichiarò impressioni che risultarono molto simili tra loro e di cui riportiamo parte del resoconto: «Non si sente alcun dolore, e nemmeno un terrore paralizzante, come nel caso di un minor pericolo (scoppio di un incendio ecc.). Nessuna paura, nessun segno di disperazione, nessuna angoscia, piuttosto una tranquilla serietà, una profonda rassegnazione, una sicurezza e una prontezza spirituali. L’attività mentale è enorme, aumenta anche di cento volte in rapidità e intensità, le condizioni e le eventualità dell’esito vengono valutate molto obiettivamente, non interviene alcuna confusione. Il tempo sembra prolungato. Si agisce con la rapidità del lampo e si riflette bene. In numerosi casi segue un repentino sguardo a ritroso in tutto il proprio passato. Infine spesso chi cade sente una bella musica e cade quindi in uno splendido cielo azzurro con nuvolette rosate. Poi la coscienza si spegne senza dolore: nel momento dell’urto che in genere viene ancora udito, ma mai percepito dolorosamente. Di tutti i sensi, probabilmente l’ultimo a sparire è l’udito»9. Noi non sappiamo perché continuiamo a camminare sui ghiacci, senza punti di riferimento, nella tormenta... ma in quello squarcio di sereno che, alla fine, la montagna ci serberà, noi vedremo sorridere gli Dèi.

    Centro Studi Kyffhauser


    1)Julius Evola, Meditazioni delle vette, Ed. del Tridente, Saluzzo 1986.
    2)Reínhold Messner, Il limite della vita, Zanichelli, Bologna 1980.
    3)Julius Evola, op. cit.
    4)Henrik Ibsen, Poesie, Ripostes, Salerno 1982.
    5)Friedrich Nieasche, Di là dal bene e dal male.
    6)Reinhold Messner, La mia strada, Dall’Oglio, Varese 1983.
    7)Samivel, Amatore d’abissi, Bologna 1987.
    8)Reinhold Messner, Deuuche Zeitung, 14 sett. 1979.
    9)Albert Heim, Annuario del Club Alpino Svizzero, Notizen uber den Tod durch Absturz (Notizie sulla morte per caduta), 1892

  2. #2
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    Che meraviglia...

    Proprio questa sera ho confessato a un paio di persone che intraprendere l'alpinismo - pur da meschino dilettante, è ovvio - è il più folle dei miei progetti attuali... Purtroppo a medio-lungo termine, ma intanto assumo questo bellissimo post quale auspicio e incoraggiamento... Non credo affatto che, a volte, esista la mera casualità...

  3. #3
    Forumista senior
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    Infatti il caso non esiste

  4. #4
    Orazio Coclite
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    A belliii!!!
    Io domani mattina sono sui monti Simbruini, e da qui a fine mese ho altre tre uscite montane (godo ). Il mese prossimo invece ho un corso avanzato di alpinismo che mi occuperà tutti i fine settimana (ve-sa).

    Ci si becca da qualche parte oltre i duemila metri, su monti che, non dimentichiamolo, sono sacri agli Dèi d'Italia.

  5. #5
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    In origine postato da Orazio Coclite
    A belliii!!!
    Io domani mattina sono sui monti Simbruini, e da qui a fine mese ho altre tre uscite montane (godo ). Il mese prossimo invece ho un corso avanzato di alpinismo che mi occuperà tutti i fine settimana (ve-sa).

    Ci si becca da qualche parte oltre i duemila metri, su monti che, non dimentichiamolo, sono sacri agli Dèi d'Italia.
    Sono amichevolmente invidiosissimo... nonché contagiato dal tuo entusiasmo...

  6. #6
    Forumista senior
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    In origine postato da Orazio Coclite
    A belliii!!!
    Io domani mattina sono sui monti Simbruini, e da qui a fine mese ho altre tre uscite montane (godo ). Il mese prossimo invece ho un corso avanzato di alpinismo che mi occuperà tutti i fine settimana (ve-sa).

    Ci si becca da qualche parte oltre i duemila metri, su monti che, non dimentichiamolo, sono sacri agli Dèi d'Italia.

    Tu godi per il fine settimana in montagna?
    Pensa che io conosco gente che ci abita tutto l'anno.

  7. #7
    Orazio Coclite
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    Mi mette una certa euforia e interiore calma il pensiero che domani sera, invece di rimanere invischiato nel bailamme sabatoserale cittadino, me ne starò invece con alcuni camerati fraterni a rimirare la volta stellata intorno a un falò.
    Per noi uomini 'moderni' è molto difficoltoso arrivare a capire quello che invece era palese e connaturato nei nostri antenati che viveano in simbiosi col mondo naturale. Specie l'importanza che rivestivano il cielo, gli animali e la natura selvaggia circostante (il bosco). Basti a tal senso vedere quanto questi termini e riferimenti siano onnipresenti nelle istituzioni e nel lessico indoeuropeo.

    La frequentazione della Natura e il silenzio degli spazi aperti avvicina all'essenza delle cose molto più che la frequentazione di chiese, sinagoghe e moschee, rende infatti palese l'assoluta importanza della presenza e preservazione della stessa.
    Gli antichi sapienti orientali cercavano la 'via della liberazione' proprio andando sulle alture, e i romani, così come quasi tutti i popoli 'arcaici', rituavano sovente in boschi o dinanzi ad alberi sacri. Gli stessi successivamente abbattuti dai cristiani. Solo Roma, all'epoca del suo massimo splendore imperiale, poteva contare su almeno 28 boschi sacri, i famosi Lucus (il Lucus Vestae, il Lucus Feroniae (leggete qui al riguardo --> http://www.freeforumzone.com/viewmes...=34767&idd=369), eccetera).

    Non mi ricordo infine in quale dispensa del MTR viene fatto preciso invito a volgere quanto possibile il proprio sguardo al cielo e al sole durante la giornata.
    Quanti di noi vivono le proprie esistenze senza mai alzare lo sguardo al cielo? E quanti non hanno mai goduto della vista di un tramonto o di un cielo stellato?

    Qui alcune indicazioni importanti:
    Per una pietas pagana nel tempo attuale (scaricare da --> http://www.lacittadella-mtr.com/pdf/Aforismi.pdf)



    ps - attendiamo ora con ansia le solite accuse dei soliti noti di 'panteismo' ecc...

  8. #8
    Orazio Coclite
    Ospite

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    In origine postato da Tomás de Torquemada
    Sono amichevolmente invidiosissimo... nonché contagiato dal tuo entusiasmo...
    PER ASPERA AD ASTRA!!!


    In origine postato da Yggdrasill
    Tu godi per il fine settimana in montagna? Pensa che io conosco gente che ci abita tutto l'anno.
    Beh, se è per questo anch'io ho conoscenze in tal senso.
    Che dire se non che, nell'attesa di raggiungerli anch'io, beati loro!?


  9. #9
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    Io è già da un po' che penso che tra non molto non mi dispiacerebbe lasciare il centro della città per trasferirmi in zona montana o pedemontana...
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  10. #10
    email non funzionante
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    In origine postato da Orazio Coclite
    La frequentazione della Natura e il silenzio degli spazi aperti avvicina all'essenza delle cose molto più che la frequentazione di chiese, sinagoghe e moschee, rende infatti palese l'assoluta importanza della presenza e preservazione della stessa.
    Verissimo, non poteva essere detto meglio. Alla faccia dell'antropocentrismo.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

 

 
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