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Discussione: Il Sorriso degli Dei

  1. #21
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    "Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere" Goethe, Faust, parte prima.
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    SPIRITUALITÀ DELLA MONTAGNA

    Parlare della spiritualità della montagna, oggi, non è troppo agevole, soprattutto per la ragione che la cosa ormai troppo spesso ha assunto i caratteri di un luogo comune. Forse in poche epoche come nell’attuale si è parlato tanto di ‘spirito’ un po’ dappertutto, quasi come una specie di salsa destinata a condire compiacentemente ogni sorta di ingredienti: cosa, che, peraltro, sta in singolare contrasto con un fatto assai positivo, cioè con la constatazione, che se vi è un’epoca pressoché priva di visuali e di principi veramente trascendenti, essa è proprio l’epoca contemporanea. Nella gran parte degli anzidetti riferimenti moderni alla spiritualità si deve dunque veder meno qualcosa di positivo, che non una confusa aspirazione, la quale in tanto può avere un valore, in quanto riceva, in uno sviluppo ulteriore, un vero orientamento in senso di ferma autocoscienza per il contatto con qualcosa di più alto. Qui noi vogliamo svolgere alcune considerazioni circa quel che, specificamente, riguarda appunto la montagna e lo sport alpino, secondo le possibilità di vera spiritua-lità che essi contengono.
    Anzitutto, che queste possibilità siano reali, che esse nulla abbiano a che fare con una voga dell’epoca e con la proiezione del passeggero entusiasmo di nuove generazioni, lo prova il fatto che la spiritualità della montagna corrisponde a ciò che, nel senso più alto, severo e universale, può chiamarsi una tradizione.
    Abbiamo già avuto occasione di raccogliere documentazioni precise volte a dimostrare che dai tempi più remoti in quasi tutte le civiltà la montagna valse uniformemente come simbolo di stati interiori trascendenti e come sede allegorica di nature divine, di eroi, in genere di esseri trasfigurati e portati di là della condizione umana: tanto che l’ascendere le vette o l’essere rapito nelle vette nei miti più vari dell’umanità tradizionale figura secondo il valore di un misterioso processo di superamento, di integrazione spirituale, di partecipazione alla ‘super-vita’ olimpica e all’immortalità. Per chi non partecipa alla opinione falsificatrice del precedente secolo materialista e illuminista, secondo la quale il mito degli Antichi non sarebbe stato altro che poesia e arbitraria fantasticheria, tutto ciò assume il valore di una precisa testimonianza, da investigare nel suo significato nascosto. Tutte queste figurazioni antiche, ove torna il tema della sacralità della montagna, a costui appaiono adombramenti di una realtà spirituale,la connessione della quale col simbolismo della montagna non può essere stata accidentale.
    I’uomo antico non scelse a caso la montagna come mezzo d’espressione simbolica di significati nettamente trascendenti: a ciò fu portato da ragioni di analogia, ma, in più, da un presentimento di ciò stesso che l’esperienza della montagna può suggerire alla parte più profonda del nostro essere,una volta che essa venga realizzata adeguatamente. Per precisare questo contenuto superiore, giova anzitutto eliminare a una a una le interpretazioni oggi più correnti idealismo convenzionale e stereotipo. Qui entra in quistione essenzialmente la montagna-panorama vista da lontano con tutti gli aggeggi del ‘pittoresco’ più di dubbio gusto; entra in questione l’Alpe come oggetto di pirotecniche liriche tanto brillanti, alate e ‘elevate’, quanto vuote di ogni serio contenuto e di ogni base di schietto e diretto sentire. Questa retorica della montagna non la conosce né l’uomo dei monti, né il vero alpinista. Essa resta confinata nel mondo libresco estetizzante e, per fortuna, oggi è da considerarsi in gran parte sorpassata, essa ci appare come un residuo del romanticismo ottocentesco, come la compensazione di una generazione borghese la quale non sapeva aspirare alle altezze che attraverso i facili slanci e i luoghi comuni di un lirismo parolaio. In secondo luogo, abbiamo la spiritualità della montagna concepita in termini di naturismo. È una concezione propria a una generazione di spirito opposto a quello cui abbiamo ora accennato e che si può chiamare la ‘generazione della crisi’. In larga misura, questa è soprattutto una specialità tedesca. Per una specie di oscuro bisogno di compensazione organico-biologica e anche psichica, per un istinto di rivolta contro una civiltà divenuta sinonimo di arido intellettualismo, di meccanicità, di utilitarismo, di conformismo, si è avuto una specie di esodo nella natura e di bisogno assoluto della natura come anti-città e anticultura, presso cui naturalmente la montagna e l’alpinismo hanno avuto una parte importante. Così è sorta una specie di nuovo misticismo primitivista della natura e della vita sportiva in natura, che in buona parte riprende le stesse premesse di un J.J. Rousseau e lo stesso processo di un Nordau, di un Freud, di un Lessing, di un Bergmann, di un Klages.
    Ora, dinanzi a un fenomeno del genere è importante che non nascano malintesi. È evidente che non si può avere nulla in contrario a che delle masse si ristorino, si distendano e si rianimi-no in una ripresa di contatto con la natura e con la montagna.
    Anzi, ciò è senz’altro desiderabile e lo sport qui assurge a una funzione di protezione sociale di valore indiscutibile. Ma non si debbono scambiare cose molto distinte, non si deve credere che
    delle sensazioni più o meno fisiche di benessere, dì ristoro organico e di riconquistata forza abbiano qualcosa a che fare con la spiritualità e che l’uomo in un clima di pratica primitivistica e
    naturistica si trovi troppo più vicino alla parte essenziale del proprio essere, che non nelle discipline e nelle lotte della vita civilizzata. Già il carattere di evasione e di reazione che, nella gran parte dei casi, ha questo fenomeno e questa esaltazione della natura, basta, nella sua negatività, a limitarne la portata. Al di là sia della civilizzazione nel suo senso limitato, materialistico-sociale intellettualistico che questo termine ha assunto nei tempi ultimi, sia dell’anticivilizzazione, cioè della ‘natura’ intesa come mera antitesi di essa, sta il piano in cui la personalità spirituale può cogliere o rafforzare il senso di sé. Ed è questo piano che noi qui abbiamo in vista, non quello delle condizioni e dei mezzi migliori per riparare o preservare organismi e cervelli minati dai veleni materiali e psichici della vita moderna.
    Passiamo a un terzo punto. Si tratta di superare anche l’atteggiamento, per il quale la spiritualità della montagna e l’ascesa alpina vien data in termini di semplice sensazione e di eroismo fisico. Qui entra in quistione l’élite costituita da tutti coloro che praticano seriamente e attivamente l’alpinismo e si tratta di una delle interpretazioni più diffuse e, in fondo, non banali. La montagna è spirito per tutto ciò che essa implica quale disciplina dei nervi e del corpo, ardimento lucido, disprezzo e insieme esatta misura del pericolo, spirito di conquista e insomma impulso all’azione pura in un ambiente di pure forze. Ora, di tanto è certo che tutto ciò racchiude un alto valore educativo, di altrettanto è opportuno venire a una distinzione ulteriore.
    Questa distinzione, anzitutto, riguarda ancora una volta le finalità. Come il naturismo ha la sua, già indicata ragion d’essere su di un dato piano, parimenti ha la sua ragion d’essere l’alpinismo quale scuola per le qualità già indicate; e indubbiamente è desiderabile che le nuove generazioni si facciano il più possibile capaci di quello spirito di ardimento e di quelle doti psicofisiche, quali la pratica attiva della montagna possono largamente propiziarle. Ma è questo il più alto livello a cui si può aspirare?
    Esaminando il lato interno della cosa, cioè prescindendo dalle qualità da apprezzarsi al fini della salute e dell’energia e della disciplina fisica di una nuova generazione, sta di fatto che
    esiste un amore per il rischio e perfino un eroismo, il cui valore è quello dì una mera sensazione e il cui risultato spesso è esasperare una percezione puramente fisica, chiusa, dura della
    personalità e della virilità, la quale nell’uomo moderno è già anormalmente sviluppata e non costituisce certo la condizione migliore per la riconquista di una spiritualità vera, liberata,trascendente.Si deve ben riconoscere che lo stesso alpinismo vissuto secondo questo solo spirito non si potrebbe troppo distinguere dalla caccia all’emozione per l’emozione stessa, che provoca, specie in America, ogni sorta di stravaganze e di frenesie, miracoli di ardimento e dì acrobazia in salti da aeroplani, corse alla morte ecc., ma che, alla fine, non significa cosa troppo diversa di una specie di eccitante o di stupefacente, il cui uso ci dice più dell’assenza che non della presenza di un vero senso della personalità, un bisogno più di stordirsi, che di possedersi.
    Anche l’interesse tecnico dell’ascendere può facilmente degene-rare, e non di rado si incontrano degli scalatori portati automaticamente per abitudine a studiare vie di possibile ascesa per ogni dove, perfino di fronte a facciate di palazzi. Tuttavia è certo che se si deve indicare un elemento suscettibile a propiziare, nell’esperienza della montagna, una realizzazione di carattere superiore, esso è costituito appunto dall’elemento ‘emotivo’, dall’elemento ‘sensazione’.
    Ma l’essenziale sta allora nel vedere in esso solo il punto di partenza e la ‘materia prima’, sta nel considerare la sensazione come un mezzo e non come un fine.
    Qui trovano luogo alcune considerazioni generali.Specialmente l’uomo moderno dinanzi a ciò che egli sente ha un atteggiamento completamente errato. La sensazione è per lui un fatto che comincia e finisce in se stesso e rispetto a cui egli è passivo. Egli è troppo debole per separare dalla sensazione o emozione l’elemento puramente irrazionale, ciò che in essa si riduce a una mera impressione o scuotimento dell’anima, e per cogliere in essa, con un atto interiore, qualcosa che valga direttamente e attivamente per lo spirito come conoscenza in senso superiore. E ciò vale anche per l’esperienza della montagna. Chi dalla montagna si trova irresistibilmente preso, spesso non ha saputo cogliere che come una emozione, una grandezza che ancora egli non sa concepire: egli non ha saputo impadronirsi di un nuovo stato interiore affiorante dal profondo e realizzarvi una sua propria natura. Così egli non saprebbe dire perché egli abbia cercato gli orizzonti sempre più vasti, i cieli sempre più liberi, le vette sempre più aspre, perché di cima in cima, di parete in parete, di pericolo in pericolo attraverso la sua vicenda abbia visto miste riosamente svanire e fuggire dietro di sé anche tutto quel che nella sua ordinaria vita gli sembrava più vivo, più importante, più appassionante. Ciò che gli parla e che lo muove, è il possente messaggio interiore direttamente evidente in tutto quel che la natura alpina ha di più non-umano, quasi di distruttivo e di sgomentante nella sua grandezza, nella sua solitudine, nella sua inaccessibilità, nel suo immane silenzio, nella primordialità scatenata delle sue tempeste, nella sua immutabilità attraverso il monotono seguirsi delle stagioni e il vano alternarsi delle caligini e dei liberi cieli solari: vicenda infondente il senso più immediato di quel che è caduco e che come tale si eclissa difronte a un presentimento dell’eterno.
    E così che la montagna potrebbe agire come ‘simbolo’ e che come simbolo potrebbe avviare a una realizzazione interiore corrispondente. Ma, d’ordinario, l’uomo si arresta all’aspetto emotivo, il quale ha sempre più il carattere di un turbamento che non quello di una conquista e di una conoscenza.
    È dall’irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi che egli vien portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d’interiorità. È in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie, insuscettibile a esser spiegato con i fallaci determinismi della fisiologia, una indomabile volontà di procedere ancora, di impegnarsi ancora, di sfidare nuove altezze, nuovi abissi, nuove pareti, poiché appunto in ciò si traduce l’inadeguatezza della azione materiale rispetto alle condizioni esterne, alle imprese, alle visioni, alle audacie che ne hanno propiziato il risveglio e che ancora costi tuiscono la materia necessaria per la estrinsecazione concreta di quell’impulso stesso.
    E non ci sembra azzardato dire che questo deve essere anche stato il segreto delle più grandi imprese di montagna, di quelle che sembrano aver davvero trasceso i limiti delle comuni possi
    bilità umane. Ma anche a questo grado dovrebbe subentrare la vera realizzazione, il superamento dell’elemento istintivo e irrazionale, la piena, ferma autocoscienza, cioè la trasformazione dell’esperienza della montagna in un modo d’essere. E allora che sorgerebbe, nei migliori, il senso, che ogni andare, ogni ascendere, ogni conquistare, ogni osare è solo contingente mezzo di espressione di una realtà immateriale la quale ne potrebbe avere infiniti altri: e ciò sarebbe la forza di coloro che, in fondo, può dirsi che mai ritornano dalle vette alla pianura, di quelli, per i quali non vi è più né l’andare né il tornare, perché la montagna è nel loro spirito, perché il simbolo è divenuto realtà, perché la scorza è caduta. La montagna per essi non è più né novità d’avventura,né romantica evasione, né sensazione contingente, né eroismo per l’eroismo, né sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega invece a qualcosa, che non ha principio né fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sé dovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana.
    E per tal via che di là del simbolo naturale, cioè direttamente offerto ai sensi, della montagna, si può accedere al simbolismo dottrinale e tradizionale che le si riferisce, cioè al contenuto più profondo dell’insieme dei miti antichi sopra ricordati, ove la montagna appare come ‘luogo’ di nature divine (l’Olimpo ellenico, la Walhalla come monte, il buddhistico ‘monte degli eroi’),di sostanze immortalanti (1’haomae il soma della tradizione indoiranica), di forze di regalità solare e sovrannaturale (il monte solare di cui nelle tradizioni della romanità imperiale ellenizzata,
    il monte quale sede della ‘gloria’ mazdea ecc.), di ‘centralità spirituale’ (il Monte Meru e gli altri monti simbolici concepiti come ‘poli’) ecc. Infatti in tutto ciò altro non deve intendersi che la
    varia figurazione, personificazione o proiezione di stati trascendenti di coscienza, di risvegli e di illuminazioni interiori, che sono vere, quando non rappresentano più qualcosa di vago, di
    ‘mistico’, di fantastico, ma appaiono invece secondo i caratteri di una evidenza e di una normalità d’ordine superiore, tale da fare apparire, piuttosto, come anormale tutto ciò che prima ap
    pariva più comune, familiare e abituale.
    E possibile che gli Antichi, i quali ignoravano l’alpinismo ovvero ne conoscevano solo le forme rudimentali, e quindi avevano dinanzi la montagna secondo i caratteri di una reale inaccessibilità e inviolabilità, appunto per questo furono portati a sentirla secondo il carattere di un simbolo e di una trascendente spiritualità. Oggi che la montagna è materialmente conquistata e poche sono le vette che ancora l’uomo non ha violate, è importante far sì che questa conquista non equivalga a una profanazione e a una ‘caduta’ di significato. Per questo, è essenziale che e nostre generazioni poco a poco giungano a elevare l’azione al valore di un rito, che poco a poco esse riescano a ritrovare quel punto trascendente di riferimento, attraverso il quale le vicende di ardimento, di rischio e di conquista, le discipline del corpo, della sensibilità e della volontà fra l’immota e simbolica grandezza montana assurgano al valore di vie per la realizzazione di ciò che nell’uomo sta di là dall’uomo, epperò ricevano la loro più alta giustificazione nei quadri del nuovo moto ascendente e spiritualmente rivoluzionario della nostra stirpe.

    Julius Evola

    (decisamente scannerizzare non è il mio forte... )

  2. #22
    Orazio Coclite
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    In origine postato da Fenris
    Orà... non ricominciamo, sai bene come la penso. Anche gli animali si mangiano tra di loro, ma nessuno di loro ha la concezione della natura come un insieme di oggetti da sfruttare, così come non ce l'ho io. E pure i vegetali che mangi tu fanno parte della natura. Oltretutto, che il comportamento antropocentrico si espliciti addirittura soprattutto nel mangiare carne mi pare un'esagerazione messa a bella posta per motivi propagandistici. Altrimenti dovrei pensare che sia più grave mangiare carne che radere sl suolo o incendiare foreste, riversare in mari, fiumi e laghi ogni genere di immondizia biologica e chimica, inquinare l'aria con ogni tipo di veleno, ecc. ecc.
    Che tu la pensi in un modo può essere legittimo, ma che a causa di ciò io debba smettere di perorare quella che è una causa giustissima e sacrosanta mi sembra chieder troppo.
    Per fare un parallelismo calzante, così come noi tutti qui ci lamentiamo della 'gente' incapace di guardare oltre il proprio naso nello sfacelo circostante, così io al pari mi domando quanto è ottuso il mondo in cui vivo da non comprendere l'assoluta necessità di passare oltre queste dannose e assurde abitudini alimentari.
    Una società di vegetariani che rispettano la vita in ogni sua forma non potrà che essere un mondo migliore, questo è un dato di fatto incontrovertibile (anche se detta così suona un po' newage, ma era per amor di sintesi...).

    La centralità della necrofagia (= mangiare carcasse) è lampante e facilmente constatabile dall'unico contatto diretto che giornalmente noi esseri umani abbiamo con gli animali, quel contatto è a tavola, ce li mangiamo.

    Le tue considerazioni sull'argomento sono decisamente blande, e forse più adatte a un contesto differente, a dimostrazione forse di quanta poca voglia c'è di intrudere 'realmente' questa questione. Certo che gli animali si mangiano tra di loro, ma: a) noi NON siamo animali, e, b) il nostro apparato digestivo non è adatto al consumo di carne (come già ampiamente spiegato altre venti volte, ma sembra che ci si debba costantemente tornare).
    Sui vegetali che "fanno parte della natura", come ci spiega la scienza, questi una volta mangiati non fanno altro che assolvere alla funzione che hanno in natura. Colore, odore e sapore dei frutti sono dovuti a precise cause ed esistono per precise ragioni, ossia nutrire alcuni animali, tra cui l'uomo.
    La concezione dell'uomo che domina la Natura si esplicità oggigiorno principalmente attraverso la schiavizzazione e la riduzione ad oggetto degli animali. La dicotomia Natura/animali è in realtà una falsa concezione di qualcosa che è invece da intendersi come unito e correlato. Solo attraverso la piena concezione del nostro ruolo nel mondo come partecipi della ricchezza della vita, piuttosto che come sfruttatori della stessa, potremo sperare in un futuro. Perché allo stato attuale delle cose, e con buona pace di chi si batte tra comunismo-fascismo-eurasismo-etuttoilresto, il futuro della Terra ha un termine molto vicino.
    Per rispondere al tuo ultimo quesito, posso tranquillamente dirti che, allo stato attuale delle cose, l'adozione nel mondo della nefasta e squilibrata dieta 'occidentale', per numero e quantità, ha risultati devastanti non meno delle cose da te sopra elencate. Anzi, sovente le due cose sono correlate. Come abbiamo il disboscamento di foreste in Amazzonia per far spazio ad allevamenti di bovini (le cui emissioni di metano influiscono non poco sull'ambiente), così abbiamo l'inquinamento di fiumi da parte di concerie di pelli, l'estinzione degli animali che vivono ancora allo stato brado, la diffusione dell'obesità e di un'umanità sempre più debole e preda di ogni sorta di farmaco.
    Il problema è che sono buoni tutti a lanciare un paio di slogan sull'ambiente quando poi questa posa non comporta alcun serio impegno. Facile lamentarsi contro lo stato delle cose quando poi si continua a fare tranquillamente quello che si faceva prima. Il vegetarismo è un passo difficile che richiede impegno autentico, e non blandi slogan. Ed è uno dei passi essenziali sulla strada che può portare alla salvezza del pianeta dall'incubo della devastazione ecologica.
    Questo va capito e messo in pratica adesso, altrimenti sarà troppo tardi.
    Questo andrebbe capito anche nell'ambiente, ma, come dice anche Alessandra Colla nel DVD allegato a 'I colori del nero', da queste parti si è sordi a certe tematiche essenziali, e, al solito, si arriverà con estremo ritardo su questioni vitali che altri hanno compreso con anni di anticipo.

    Saluti.

  3. #23
    Il Gran Camposanto
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    Tra Fenris e Orazio Coclite, mi sa tanto che qualche volta ci scappa una bella gita "estrema", tra i forumisti!
    Partecipe o meno (più no che si), altruisticamente parlando, sarebbe un'iniziativa gratificante sia per l'esperienza che per gli annali del Forum!
    Mai avuto l'idea!?

    No-social


  4. #24
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    In origine postato da Orazio Coclite
    Che tu la pensi in un modo può essere legittimo, ma che a causa di ciò io debba smettere di perorare quella che è una causa giustissima e sacrosanta mi sembra chieder troppo.
    Per fare un parallelismo calzante, così come noi tutti qui ci lamentiamo della 'gente' incapace di guardare oltre il proprio naso nello sfacelo circostante, così io al pari mi domando quanto è ottuso il mondo in cui vivo da non comprendere l'assoluta necessità di passare oltre queste dannose e assurde abitudini alimentari.
    Una società di vegetariani che rispettano la vita in ogni sua forma non potrà che essere un mondo migliore, questo è un dato di fatto incontrovertibile (anche se detta così suona un po' newage, ma era per amor di sintesi...).

    La centralità della necrofagia (= mangiare carcasse) è lampante e facilmente constatabile dall'unico contatto diretto che giornalmente noi esseri umani abbiamo con gli animali, quel contatto è a tavola, ce li mangiamo.

    Le tue considerazioni sull'argomento sono decisamente blande, e forse più adatte a un contesto differente, a dimostrazione forse di quanta poca voglia c'è di intrudere 'realmente' questa questione. Certo che gli animali si mangiano tra di loro, ma: a) noi NON siamo animali, e, b) il nostro apparato digestivo non è adatto al consumo di carne (come già ampiamente spiegato altre venti volte, ma sembra che ci si debba costantemente tornare).
    Sui vegetali che "fanno parte della natura", come ci spiega la scienza, questi una volta mangiati non fanno altro che assolvere alla funzione che hanno in natura. Colore, odore e sapore dei frutti sono dovuti a precise cause ed esistono per precise ragioni, ossia nutrire alcuni animali, tra cui l'uomo.
    La concezione dell'uomo che domina la Natura si esplicità oggigiorno principalmente attraverso la schiavizzazione e la riduzione ad oggetto degli animali. La dicotomia Natura/animali è in realtà una falsa concezione di qualcosa che è invece da intendersi come unito e correlato. Solo attraverso la piena concezione del nostro ruolo nel mondo come partecipi della ricchezza della vita, piuttosto che come sfruttatori della stessa, potremo sperare in un futuro. Perché allo stato attuale delle cose, e con buona pace di chi si batte tra comunismo-fascismo-eurasismo-etuttoilresto, il futuro della Terra ha un termine molto vicino.
    Per rispondere al tuo ultimo quesito, posso tranquillamente dirti che, allo stato attuale delle cose, l'adozione nel mondo della nefasta e squilibrata dieta 'occidentale', per numero e quantità, ha risultati devastanti non meno delle cose da te sopra elencate. Anzi, sovente le due cose sono correlate. Come abbiamo il disboscamento di foreste in Amazzonia per far spazio ad allevamenti di bovini (le cui emissioni di metano influiscono non poco sull'ambiente), così abbiamo l'inquinamento di fiumi da parte di concerie di pelli, l'estinzione degli animali che vivono ancora allo stato brado, la diffusione dell'obesità e di un'umanità sempre più debole e preda di ogni sorta di farmaco.
    Il problema è che sono buoni tutti a lanciare un paio di slogan sull'ambiente quando poi questa posa non comporta alcun serio impegno. Facile lamentarsi contro lo stato delle cose quando poi si continua a fare tranquillamente quello che si faceva prima. Il vegetarismo è un passo difficile che richiede impegno autentico, e non blandi slogan. Ed è uno dei passi essenziali sulla strada che può portare alla salvezza del pianeta dall'incubo della devastazione ecologica.
    Questo va capito e messo in pratica adesso, altrimenti sarà troppo tardi.
    Questo andrebbe capito anche nell'ambiente, ma, come dice anche Alessandra Colla nel DVD allegato a 'I colori del nero', da queste parti si è sordi a certe tematiche essenziali, e, al solito, si arriverà con estremo ritardo su questioni vitali che altri hanno compreso con anni di anticipo.

    Saluti.
    Mai detto che tu debba smettere di perorare la tua causa, Orazio. Ti stavo solo ricordando che ne abbiamo già discusso, e ciò non è servito a farmi cambiare idea. Non concordo con te quando dici che l'unico rapporeto che abbiamo con gli animali è a tavola. Può valere forse per qualcuno, per tanti, ma non necessariamente per tutti. Al di là del fatto che ho un animale che mi fa compagnia in casa (un gatto), io sono il tipo di persona che quando entra in casa la mosca, l'ape, la falena o il ragno, perde anche una mezz'ora per cercare di dirigerli verso la finestra appositamente aperta e farli uscire piuttosto che liberarsene con un rapido colpo di giornale schiacciandoli. Giusto per fare un esempio.

    Non ho mai posto una dicotomia Natura/animali, e sarebbe ingenuo da parte tua ritenere che io l'abbia posta. Ed altrettanto, non pongo la dicotomia Natura/uomo. Ritengo che noi, come uomini, siamo della natura e non nella natura, e che proprio per questo motivo non vi sia nulla di innaturale nel far parte della catena alimentare. L'uomo non è solo mangiatore di animali, è anche potenziale preda di animali, così come qualunque essere vivente della Natura. Dici che il nostro apparato digerente non è adatto al consumo di carne, ma io alla prova dei fatti questa inidoneità non la vedo. Mangio carne da sempre, e questa non è mai stata rifiutata dal mio organismo, dov'è dunque l'inidoneità? Se mangiassi della corteccia d'albero, come fanno certi animali, il mio organismo, che non è in grado di digerire la cellulosa, al contrario di quello di tali animali, la rifiuterebbe e la espellerebbe così come l'ho mangiata. Ciò non avviene con la carne, che viene regolarmente assimilata.

    Posso capire il discorso etico relativo allo sfruttamento degli animali, alle condizioni penose cui sono purtroppo sottoposti negli allevamenti intensivi, e lo condivido anche, del resto non è certo a me che bisogna ricordare come lo sfruttamento capitalistico ed intensivo della natura sia dannoso per la stessa. Ma è lo stesso danno che provoca l'agricultura intensiva, che inaridisce e desertifica territori, causa abbattimenti e/o incendi di foreste primarie, prosciuga risorse acquifere, impesta l'ambiente di veleni chimici, per produrre i vegetali che tu mangi. Quindi da questo punto di vista non ritengo che un vegetariano possa puntarmi il dito contro. Anzi, se vogliamo, a livello di danno ambientale, fa molto peggio l'agricoltura intensiva dell'allevamento intensivo.

    Se volessimo essere del tutto coerenti, dovremmo tornare a sistemi primitivi di allevamento ed agricoltura compatibili con l'ambiente, cioè all'orto nel giardino di casa ed al pollaio di fianco. Autarchia alimentare familiare, per farla breve, strozzando definitivamente lo sfruttamento intensivo della Natura da parte di chi ci lucra sopra. Altrimenti, finchè non facciamo ciò, credo fermamente che tra un vegetariano ed un carnivoro non vi sia poi questa grande differenza.

    Se poi la carne mi aumenta il colesterolo e mi raddoppia le possibilità di prendermi un cancro, al di là del fatto che ciò dipende dal consumo equilibrato o meno che ne faccio e dal parallelo consumo di vegetali (che non mi faccio personalmente certo mancare), credo che comunque siano affari miei. Del mio apparato digerente sono responsabile ed interessato io solo e nessun altro.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  5. #25
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    anche il Mare e l'Oceano in particolare...per chi l'ha conosciuto è un'esperienza indimenticabile...ho varcato le Colonne d'Ercole e sono giunto nelle americhe con un guscio di noce con 4 pazzi come me...come un branco di lupi cercando con lo sguardo una torreta di un sommergibile d'altura uscito dalla Base di Bordeaux...

  6. #26
    Orazio Coclite
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    In origine postato da Fenris
    Mai detto che tu debba smettere di perorare la tua causa, Orazio. Ti stavo solo ricordando che ne abbiamo già discusso,
    Inutile tornare per la millesima volta sugli stessi argomenti.
    Mi si consentano però alcune rapide considerazioni mentre Battiato canta in sottofondo che lo sapeva bene Paganini, che il diavolo è mancino, e subdolo, e suona il violino...


    Non concordo con te quando dici che l'unico rapporto che abbiamo con gli animali è a tavola. Può valere forse per qualcuno, per tanti, ma non necessariamente per tutti.
    E' valido per il 95% degli abitanti di questa nazione.


    Al di là del fatto che ho un animale che mi fa compagnia in casa (un gatto)
    Stesso scenario.
    Ci troviamo di fronte a una situazione di addomesticamento e manipolazione della vita per i nostri bisogni. Gli animali domestici sono esseri che solo lontanamente ricordano i fieri animali liberi da cui discendono.


    Non ho mai posto una dicotomia Natura/animali, e sarebbe ingenuo da parte tua ritenere che io l'abbia posta.
    Era un riferimento alla concezione che si ha generalmente dell''ambientalismo' (ma sarebbe più corretto parlare di 'ecologismo'), dove solitamente si separa il rispetto per la natura da quello per gli animali, che dell'ambiente sono parte.


    e che proprio per questo motivo non vi sia nulla di innaturale nel far parte della catena alimentare.
    Rimando a quanto già scritto sulla presunta 'naturalità' del consumo di carne. Ossia il solito discorso della carne cruda mangiata direttamente a lembi staccati con le zanne (quali?) tra zampilli di sangue e viscere ancora tremule. Questo fanno gli animali 'carnivori' inseriti nella catena alimentare.


    Dici che il nostro apparato digerente non è adatto al consumo di carne
    Vedere quanto già scritto più volte sulle similitudini tassonometriche tra uomo frugivoro e animali carnivori ed erbivori.


    Mangio carne da sempre, e questa non è mai stata rifiutata dal mio organismo, dov'è dunque l'inidoneità?
    Il discorso, più in generale, può essere allargato ad ogni tipo di cibo 'trattato' (cotto, non come la natura ce lo pone) introdotto nell'apparato digerente umano. Ogni alimento che non sia crudo viene recepito come una minaccia dall'organismo umano (dovrei andare a ricercare il passaggio che spiega esattamente la cosa...).


    l'agricultura intensiva, che inaridisce e desertifica territori, causa abbattimenti e/o incendi di foreste primarie, prosciuga risorse acquifere, impesta l'ambiente di veleni chimici, per produrre i vegetali che tu mangi.
    Io dilapido da anni i miei soldini in supporto dell'agricoltura biologica.
    Fosse per me la vieterei l'agricoltura intensiva, e con me la vieterebbero la maggioranza dei vegetariani/vegani di questo pianeta. La nostra mente già guarda oltre.


    Quindi da questo punto di vista non ritengo che un vegetariano possa puntarmi il dito contro. Anzi, se vogliamo, a livello di danno ambientale, fa molto peggio l'agricoltura intensiva dell'allevamento intensivo.
    Un vegetariano un dito lo può puntare tranquillamente verso quasi ogni necrofago di questo pianeta. Per tanti e vari motivi. Non confondiamo ciò che sta in 'alto', o che all'altezza tende, con ciò che invece si trova a proprio agio in 'basso'.
    Esistono comportamenti che aiutano l'uomo ad innalzarsi dalla ganga in cui stava invischiato fino a poco prima.


    Se volessimo essere del tutto coerenti, dovremmo tornare a sistemi primitivi di allevamento ed agricoltura compatibili con l'ambiente, cioè all'orto nel giardino di casa ed al pollaio di fianco. Autarchia alimentare familiare, per farla breve, strozzando definitivamente lo sfruttamento intensivo della Natura da parte di chi ci lucra sopra. Altrimenti, finchè non facciamo ciò, credo fermamente che tra un vegetariano ed un carnivoro non vi sia poi questa grande differenza.
    Discorso condivisibile e importante. Guardare alla lezione bioregionalista per maggiori dettagli e attuazioni pratiche.


    Se poi la carne mi aumenta il colesterolo e mi raddoppia le possibilità di prendermi un cancro, al di là del fatto che ciò dipende dal consumo equilibrato o meno che ne faccio e dal parallelo consumo di vegetali (che non mi faccio personalmente certo mancare), credo che comunque siano affari miei. Del mio apparato digerente sono responsabile ed interessato io solo e nessun altro.
    Non v'è dubbio che ognuno dovrebbe essere libero di uccidersi come meglio ritiene. Stesso discorso non può essere fatto quando questo comporta anche la sofferenza e la morte di altri esseri viventi (gli animali), del contesto circostante (la natura) e della rovina di una specie votata alla debolezza, alla lassezza, all'egoismo e al vizio (l'umanità).
    Ci sono degli standard che tengono separato il cosidetto 'terzo mondo' dal 'primo mondo', sei miliardi di esseri umani che si alimentano a cadaveri, come avviene oggi in Europa e Nord America, non sarebbe possibile, e mangiare prodotti animali con regolarità rimane un privilegio per pochi possibile soprattutto grazie allo sfruttamento globale che toglie il minimo a chi già non ha nulla per dare il superfluo a chi già ha troppo.

    Comunque, a concludere, l'argomento è secondo me in bianco e nero, da una parte abbiamo una soluzione, una via benefica, e dall'altra una strada verso la rovina. Alle persone dotate di coscienza ed intelligenza capire qual'è il proprio dovere e la strada da intraprendere.

    Saluti.

  7. #27
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    In origine postato da Orazio Coclite
    E' valido per il 95% degli abitanti di questa nazione.


    E con ciò? Sono il il 95% di questa nazione, o posso aspirare alla mia individualità?

    Stesso scenario.
    Ci troviamo di fronte a una situazione di addomesticamento e manipolazione della vita per i nostri bisogni. Gli animali domestici sono esseri che solo lontanamente ricordano i fieri animali liberi da cui discendono.
    Animali che pur tuttavia si affezionano al proprio compagno (mi rifiuto di chiamarlo padrone) e mai lo lascerebbero, e che spesso sacrificano la propria vita per proteggerlo. Il tutto seguendo il proprio naturalissimo istinto. Il che non può non indicare quanto il rapporto tra uomo ed animale cosiddetto "addomesticato" (io preferisco dire "reso amico") non abbia nulla di innaturale.

    Era un riferimento alla concezione che si ha generalmente dell''ambientalismo' (ma sarebbe più corretto parlare di 'ecologismo'), dove solitamente si separa il rispetto per la natura da quello per gli animali, che dell'ambiente sono parte.
    E chi ti ha detto che io non abbia rispetto per gli animali? Ti ho pur detto che non ammazzo neanche l'insetto che mi entra in casa.

    Rimando a quanto già scritto sulla presunta 'naturalità' del consumo di carne. Ossia il solito discorso della carne cruda mangiata direttamente a lembi staccati con le zanne (quali?) tra zampilli di sangue e viscere ancora tremule. Questo fanno gli animali 'carnivori' inseriti nella catena alimentare.
    Quali zanne? I canini, fatti apposta per stracciare carne. L'uomo, poi, ha mangiato carne cruda prima i imparare a cuocerla. Il fatto che la nostra intelligenza ci abbia insegnato un metodo per renderla più appetibile non vuole affatto dire che il consumo che ne facciamo sia innaturale. Tu lenticchie e fagioli li mangi crudi?

    Vedere quanto già scritto più volte sulle similitudini tassonometriche tra uomo frugivoro e animali carnivori ed erbivori.
    Fatto sta che un animale erbivoro rifugge la carne, l'uomo no. E la natura ci ha fornito degli strumenti necessari per assimilarla.

    Il discorso, più in generale, può essere allargato ad ogni tipo di cibo 'trattato' (cotto, non come la natura ce lo pone) introdotto nell'apparato digerente umano. Ogni alimento che non sia crudo viene recepito come una minaccia dall'organismo umano (dovrei andare a ricercare il passaggio che spiega esattamente la cosa...).
    Ribadisco: fagioli, lenticchie, zucchine, melanzane, spinaci, broccoli, ecc. ecc. li mangi crudi o cotti?

    Io dilapido da anni i miei soldini in supporto dell'agricoltura biologica.
    Fosse per me la vieterei l'agricoltura intensiva, e con me la vieterebbero la maggioranza dei vegetariani/vegani di questo pianeta. La nostra mente già guarda oltre.
    Tu. Ma ciò non vale per il 95% dei vegetariani di questo paese (giusto per parafrasarti).

    Un vegetariano un dito lo può puntare tranquillamente verso quasi ogni necrofago di questo pianeta. Per tanti e vari motivi. Non confondiamo ciò che sta in 'alto', o che all'altezza tende, con ciò che invece si trova a proprio agio in 'basso'.
    Esistono comportamenti che aiutano l'uomo ad innalzarsi dalla ganga in cui stava invischiato fino a poco prima.
    Slogan ad effetto e niente altro.

    Discorso condivisibile e importante. Guardare alla lezione bioregionalista per maggiori dettagli e attuazioni pratiche.
    Eh, è condivisibile. Quand'è che vai via da Roma e ti costruisci una cascina in campagna dove coltivare l'orto?

    Non v'è dubbio che ognuno dovrebbe essere libero di uccidersi come meglio ritiene. Stesso discorso non può essere fatto quando questo comporta anche la sofferenza e la morte di altri esseri viventi (gli animali), del contesto circostante (la natura) e della rovina di una specie votata alla debolezza, alla lassezza, all'egoismo e al vizio (l'umanità).
    Ci sono degli standard che tengono separato il cosidetto 'terzo mondo' dal 'primo mondo', sei miliardi di esseri umani che si alimentano a cadaveri, come avviene oggi in Europa e Nord America, non sarebbe possibile, e mangiare prodotti animali con regolarità rimane un privilegio per pochi possibile soprattutto grazie allo sfruttamento globale che toglie il minimo a chi già non ha nulla per dare il superfluo a chi già ha troppo.
    Uccidersi? Mio nonno ha mangiato carne per tutta la sua vita ed è morto alla veneranda età di 92 anni. In quanto al terzo mondo, scusami, ma non ritengo che siano affari miei. E non mi è mai parso che tu te ne preoccupassi chissà quanto finora.

    Comunque, a concludere, l'argomento è secondo me in bianco e nero, da una parte abbiamo una soluzione, una via benefica, e dall'altra una strada verso la rovina. Alle persone dotate di coscienza ed intelligenza capire qual'è il proprio dovere e la strada da intraprendere.
    Non ti permetto di dubitare della mia intelligenza. Tieniti pure le tue idee e mettile in pratica quanto ti pare, nessuno mette in discussione le tue personalissime convinzioni. Ma non cercare di assolutizzarle, quanto meno con me.

    Saluti.
    Saluti a te.
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    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
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    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
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  8. #28
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    In origine postato da Oberdan
    anche il Mare e l'Oceano in particolare...per chi l'ha conosciuto è un'esperienza indimenticabile...ho varcato le Colonne d'Ercole e sono giunto nelle americhe con un guscio di noce con 4 pazzi come me...come un branco di lupi cercando con lo sguardo una torreta di un sommergibile d'altura uscito dalla Base di Bordeaux...
    Un emulo di Thor Heyerdal , complimenti!

 

 
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