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Discussione: Con amore...

  1. #1
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    Con amore...

    Padre, se anche tu non fossi il mio
    Camillo Sbarbaro

    Padre, se anche tu non fossi il mio
    Padre se anche fossi a me un estraneo,
    per te stesso egualmente t'amerei.
    Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
    Che la prima viola sull'opposto
    Muro scopristi dalla tua finestra
    E ce ne desti la novella allegro.
    Poi la scala di legno tolta in spalla
    Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
    Noi piccoli stavamo alla finestra.

    E di quell'altra volta mi ricordo
    Che la sorella mia piccola ancora
    Per la casa inseguivi minacciando
    (la caparbia aveva fatto non so che).
    Ma raggiuntala che strillava forte
    Dalla paura ti mancava il cuore:
    ché avevi visto te inseguir la tua
    piccola figlia, e tutta spaventata
    tu vacillante l'attiravi al petto,
    e con carezze dentro le tue braccia
    l'avviluppavi come per difenderla
    da quel cattivo che eri il tu di prima.

    Padre, se anche tu non fossi il mio
    Padre, se anche fossi a me un estraneo,
    fra tutti quanti gli uomini già tanto
    pel tuo cuore fanciullo t'amerei.

  2. #2
    Alessandra
    Ospite

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    Un giorno la Follia decise coinvolgere i suoi amici a giocare a "Nascondino".

    "Nascondino? Che cos'è?" - domandò la Curiosità.

    "Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete.
    Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare".

    Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia.

    "1,2,3. - la Follia cominciò a contare.

    La Fretta si nascose per prima, dove le capitò. La Timidezza, timida come sempre, si nascose in un gruppo d'alberi.
    La Gioia corse in mezzo al giardino. La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per nascondersi.
    L'Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un sasso. La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano. La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era già a novantanove.

    "... E CENTO ! - gridò la Follia - "Ora comincerò a cercare".

    La prima ad essere trovata fu la Curiosità, poiché non aveva potuto resistere all'impulso di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto. Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non sapeva decidersi da quale lato sarebbe stato meglio nascosto. E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza.

    Quando tutti erano nuovamente riuniti, la Curiosità domandò: "Dov'è l'Amore?" Nessuno l'aveva visto. La Follia cominciò a cercarlo. Cercò in cima a una montagna, nei fiumi e sotto le rocce, ma non trovò l'Amore. Cercando da tutte le parti, la Follia vide un roseto, raccolse un bastone e cominciò a cercare tra i rami.

    D'un tratto sentì un grido. Era l'Amore che urlava perché una spina gli aveva ferito un occhio. La Follia non sapeva più cosa fare.
    Cercò di scusarsi fino ad implorare l'Amore per avere il suo perdono. Arrivò a promettergli di seguirlo per sempre.
    L'Amore accettò le scuse e la proposta della Follia.

    Da quel giorno l'Amore è cieco ed è sempre accompagnato dalla Follia.

  3. #3
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    I "FURTI" CONCENTRICI

    Il raccontino sull'Amore e la Follia "rubato" da Alessandra da qualche parte del Web (è assai diffuso e quasi sempre in forma anonima) oltre a essere assai piacevole da leggere ha anche una storia "letteraria" abbastanza interessante, che possiamo far iniziare alla fine del '600 con Jean de La Fontaine.

    Amore e la Follia

    Amor giuocava un giorno in compagnia
    della Follia.
    Aveva il fanciullino in quell'età
    aperti gli occhi ch'ora più non ha.
    Nata una fiera disputa,
    voleva Amor portarla innanzi ai Numi,
    ma la Follia, perduta la pazienza,
    gli diè tal colpo che lo rese cieco.
    Venere, madre di Amore, a quella vista
    alza le grida e stordisce gli Dèi.
    Giove dal cielo e Némesi
    e tutti insieme accorrono con lei
    i giudici d'inferno.
    La madre piange e narra della trista Follia
    l'orrenda azione,
    e come il suo bambin non possa, ahi! moversi
    senza bastone.
    Non c'è pena sì grande,
    che corrisponda ad opre sì nefande;
    ma poi che riparata esser dovea
    l'ingiuria, visto il caso, il danno, il male,
    e visto l'interesse generale,
    la corte mise fuori questa grida:
    - Sempre Follia faccia all'Amor di guida!

    (Jean de La Fontaine, Livre XII - Fable 14)


    L' Amour et la Folie

    La Folie et l'Amour jouaient un jour ensemble :
    Celui-ci n'était pas encor privé des yeux.
    Une dispute vint : l'Amour veut qu'on assemble
    Là-dessus le conseil des dieux ;
    L'autre n'eut pas la patience ;
    Elle lui donne un coup si furieux,
    Qu'il en perd la clarté des cieux.
    Vénus en demande vengeance.
    Femme et mère, il suffit pour juger de ses cris :
    Les dieux en furent étourdis,
    Et Jupiter, et Némésis,
    Et les juges d'enfer, enfin toute la bande.
    Elle représenta l'énormité du cas :
    Son fils, sans un bâton, ne pouvait faire un pas :
    Nulle peine n'était pour ce crime assez grande :
    Le dommage devait être aussi réparé.
    Quand on eut bien considéré
    L'intérêt du public, celui de la partie,
    Le résultat enfin de la suprême cour
    Fut de condamner la Folie
    A servir de guide à l'Amour.


    Mi pare evidente che l'anonimo autore del raccontino postato da Alessandra conosceva la favola di La Fontaine, e ne ha "rubato" il tema finale; ma attenzione... anche Monsieur de La Fontaine amava "rubare" certi spunti e in questo caso non è stato per nulla originale.

    Nella storia della Follia che rende cieco l'Amore ed infine è costretta a seguirlo per sempre, c'è infatti un tocco squisitamente femminile; ed è proprio di una donna, la paternità (o la maternità?) di questa storia, tanto diffusa ancor oggi da essere perfino oggetto di una "Catena di S.Antonio" via internet.
    Naturalmente si tratta di una bellissima e appassionata poetessa francese: è Louise Labé.


    Louise Labé era il soprannome di Louise Charlin, nata a Parcieu presso Lione nel 1524, figlia di un ricco mercante di cordame.
    Fu nota anche come "la bella cordaia", per il mestiere del padre (o del marito).
    Ebbe vita breve; morì nel 1566 e di lei ci sono pervenute scarse e contraddittorie notizie poiché, a causa della sua vita spregiudicata, ebbe molti ammiratori ma anche molti denigratori, perciò risulta impossibile discernere tra le notizie fondate e quelle false.
    Tutti i suoi versi, di squisita fattura, furono composti tra il 1545 e il 1555.
    La sua opera poetica, comprende 24 sonetti, il primo dei quali curiosamente scritto in italiano, a testimonianza della grande ammirazione che nutriva per il Petrarca, e 3 lunghe elegie.
    Ma quella che più interessa a noi, è il Débat de la folie et de l'amour, un dibattito in forma dialogata tra Amore e Follia.
    La storia, è sempre la stessa: Amore e Follia litigano e la Follia acceca l'amore. Venere chiama in causa gli Dei che condannano la Follia a far da guida all'Amore:
    Così si chiude infatti il Débat:
    "Et ce pendant vous commandons vivre amiablement ensemble, sans vous outrager l'un l'autre. Et guidera Folie l'aveugle Amour, et le conduira par tout où bon lui semblera."

    ("E quindi vi ordiniamo di vivere amabilmente insieme, senza più offendervi. E la Follia farà da guida al cieco Amore e lo condurrà dove lui vorrà")
    Chi - con qualche conoscenza di francese - volesse leggerselo tutto, lo troverà qui http://www2.ac-lyon.fr/enseigne/lettres/lo.../discours0.html

    E già che ci siamo, visto che nessuno si ricorda più di lei (che pure in fondo è all'origine della storia che ha ancora tanto successo) a titolo di riparazione ecco anche uno dei suoi appassionati sonetti d'amore.
    In questo caso è la Morte e non la Follia che si accompagna all'Amore.

    Finché (Sonetto XIV)

    Finché i miei occhi piangere potranno
    l'ore con te passate a ricordare
    finché mute le labbra non saranno
    per troppo sospirar e singhiozzare,

    finché le mani mie consentiranno,
    sul liuto dolce amore mio cantare
    finché il mio cuor rifiuta ogni altro affanno
    ogni altra cura, fuor che a te pensare,

    io non domando ancora di morire.
    Ma quand'io senta agli occhi il pianto raro,
    la voce rotta, e la man mia languire,

    quando il mio cuore mostri di aver caro
    che Amore non vedrà mai più venire:
    venga la Morte, e affoschi il giorno chiaro"

    Sonnet XIV

    Tant que mes yeux pourront larmes espandre,
    A I'heur passé avec toy regretter :
    Et qu'aus sanglots et soupirs resister
    Pourra ma voix, et un peu faire entendre :

    Tant que ma main pourra les cordes tendre
    Du mignart Lut, pour tes graces chanter :
    Tant que l'esprit se voudra contenter
    De ne vouloir rien fors que toy comprendre :

    Je ne souhaitte encore point mourir.
    Mais quand mes yeus je sentiray tarir,
    Ma voix cassee, et ma main impuissante,

    Et mon esprit en ce mortel sejour
    Ne pouvant plus montrer signe d'amante :
    Prirey la Mort noircir mon plus cler jour.


    Fine della storia? beh, volendo si potrebbe indagare nell'opera di Pietro Bembo che fu assai imitato dalla Labé: la "disputa" tra sentimenti personificati come Amore, Follia , ecc. la inventò proprio lui, anche se nelle opere presenti in rete non ho trovato traccia dello spunto relativo alla Follia e Amore cieco.
    Che poi il Bembo era un petrarchista sfegatato e vuoi vedere che anche lui...

  4. #4
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    La poetessa virtuale

    Come in una puntata di Carramba che sorpresa!, anche nella storia di Amore e Follia troviamo alla fine (ma sarà poi la fine?) un clamoroso coup de théatre.

    Pare infatti che Mireille Huchon, docente alla Sorbona, abbia dimostrato con uno studio filologicamente e storicamente inattaccabile (Louise Labé. Une créature de papier, Droz, 2006, 483 p.)che la bellissima e appassionata poetessa francese Louise Labé è una creazione virtuale di un gruppo di poeti francesi guidati da Maurice Scéve.
    Il tocco "squisitamente femminile" che avevo colto nella storiella di Amore e Follia era dunque il frutto di un gruppo di nerboruti maschioni che si fingevano donna per invitare anche il sesso femminile a fare outing e darsi alla letteratura.
    Il Débat de la folie et de l'amour sarebbe quindi un esercizio di stile di Maurice Scève, barbuto traduttore e poeta del primo '500 francese.


    Ma questa attitudine all'inganno e quel "traduttore" apre naturalmente il campo all'ipotesi che la storia di Amore e Follia non sia poi farina del suo sacco, ma pescata altrove...

 

 

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