ALEXANDER
Sono sempre stato un soldato. Non ho mai pensato ad altro, in vita mia. Il richiamo delle armi l’ho seguito sin da ragazzo. Altri richiami, non ne ho mai cercati.
Ho avuto amanti, generato figli, partecipato a giochi e, da ubriaco, compiuto atti vergognosi. Ho sconfitto imperi, soggiogato continenti, sono stato incoronato come un immortale al cospetto degli dei e degli uomini. Ma sono sempre rimasto un soldato.
Il campo d’addestramento e la stalla, l’odore di cuoio e di sudore: queste le cose che mi sono più congeniali. Lo strofinio della mola sul ferro, per me, è come la musica per i poeti. È sempre stato così. Non ho memoria di tutti i tempi in cui così non fosse.
Uno come me deve aver imparato molto, potrebbe pensare qualcuno, dalla guerra e dall’esperienza. Eppure io posso affermare con la più assoluta sincerità : tutto quel che so lo sapevo già a tredici anni... Anzi, a dire la verità, già a dieci o ancor prima. Nulla ho scoperto, da condottiero adulto, che non avessi già appreso da bambino.
Da ragazzo ero dotato di una cognizione istintiva del terreno, della marcia, delle circostanze e degli elementi. Sapevo come guadare un fiume e come approfittare della conformazione del territorio; capivo quante unità, e di che tipo, sarebbero riuscite a coprire una certa distanza, a quale velocità, con quante armi e in quali condizioni sarebbero giunte al combattimento. La disposizione delle truppe mi veniva naturale: mi bastava dare un’occhiata, e tutto risultava immediatamente chiaro.
Mio padre era il più grande generale dei suoi tempi, forse di tutti i tempi, eppure quando avevo dieci anni gli annunciai che l’avrei superato. A ventitré lo avevo già fatto. Da ragazzino ero geloso di mio padre, perché temevo che potesse procurarsi così tanta gloria da non lasciarne neanche un po’ a me. Non ho mai avuto paura di nulla, se non di quella sventura che mi avrebbe impedito di realizzare il mio destino.
L’esercito che ho avuto il privilegio di guidare si è dimostrato invincibile in Europa e in Asia. Ha unificato gli stati della Grecia e le isole dell’Egeo; ha liberato dal giogo persiano le città greche della Ionia e dell’Eolia. Ha sottomesso Armenia, Cappadocia, Frigia minore e maggiore, Paflagonia, Caria, Lidia, Pisidia, Licia, Panfilia, Siria mesopotamica, Celesiria e Cilicia. Le grandi roccaforti della Fenicia Bibli, Sidone, Tiro (e la città filistea di Gaza) sono cadute ai suoi piedi.
Ha vinto l’impero centrale di Persia Egitto e Arabia occidentale, Mesopotamia, Babilonia, Media, Susina, nonché il corrugato territorio della Persia medesima e le province orientali di Ircania, Aria, Partia, Battriana, Tapuria, Drangiana, Aracosia e Sogdania. Ha attraversato l’Hindu Kush ed è penetrato in India. Non ha mai conosciuto sconfitta.
Questa forza si è dimostrata insuperabile non per il numero, dato che i suoi fanti e i suoi cavalieri hanno sempre attaccato battaglia in inferiorità numerica, né per l’acume strategico o tattico, che pure hanno avuto la loro importanza, né per la validità del sistema di approvvigionamenti o dei corpi addetti alla logistica, in assenza dei quali nessun esercito schierato può sopravvivere e tanto meno vincere.
Questo esercito ha trionfato grazie alle qualità marziali dei suoi singoli soldati e, in particolare,grazie a quella virtù che trova espressione nel concetto greco di dynamis, la volontà di combattere. Nessun generale, di questa o di altra epoca, ha mai avuto come me la fortuna di guidare uomini del genere, posseduti da un tale spirito guerresco, così ricchi di risorse e di iniziativa, altrettanto devoti ai comandanti e agli ordini ricevuti. Ora, però quel che da sempre temevo è accaduto. Questi uomini sono sazi di conquiste. Se ne stanno attestati sulle rive di un fiume indiano, e manca loro la voglia di attraversarlo. Si sono spinti fin troppo in là, sostengono. Ne hanno abbastanza. Vogliono tornare a casa.
All’età di sedici anni, cavalcando per la prima volta alla testa del mio corpo di cavalleria, ero così commosso da non poter trattenere il pianto. Il mio aiutante si allarmò e mi implorò di spiegarli a che cosa fosse dovuto il mio conforto. I cavalieri, però, raggruppati a squadroni, compresero. Mi ero commosso alla vista di quegli uomini disposti in un così splendido ordine, per le loro cicatrici e il loro silenzio, per i solchi lasciati dall’esperienza sui loro volti. Quando costoro si avvidero del mio stato d’animo, ricambiarono la mia devozione, perché capirono che avrei dato la vita per loro. In fatto di strategia e di tattica, potranno esistere dei condottieri al mio livello. In una cosa, però, nessuno mi supera: nell’amore per i miei compagni. Amo persino coloro che si dichiarano miei nemici. Disprezzo solo la bassezza e la malvagità. Il nemico che si oppone lealmente, invece, me lo stringo al petto, caro come un fratello.
Chi non capisce la guerra la crede una contesa fra eserciti, tra amici e nemici. Si sbagliano. Amico e nemico, piuttosto, duellano insieme contro un antagonista invisibile, il cui nome è Paura, e cercano, anche se stretti in un abbraccio di morte, di scalare quella vetta il cui emblema è l’onore.
Il soldato è mosso dal cuore, kardía, e dalla volontà di combattere, dynamis. Null’altro ha importanza in guerra. Né armi né tattica, né filosofia né patriottismo, e neppure il timore degli dei. Solo l’amore per la gloria, questo imperativo originario della stirpe mortale, connaturato all’uomo quando lo è al lupo e al leone e senza il quale non siamo nulla.
Al di là dell’Indo si incontra a un certo punto la riva dell’oceano: la fine della Terra. Quanto dista? È oltre il Gange? Oltre i monti delle nevi perpetue? Ne sento la presenza. Mi chiama. Là dovrò arrivare, dove nessun principe è mai giunto prima. Là dovrò piantare lo stendardo del leone di Macedonia. Solo allora il mio cuore avrà pace, e io non potrò concedere un po’ di libertà al mio esercito.
Che cos’ha riservato all’uomo Zeus onnipotente, a parte questa terra? Il cielo l’ha tenuto per sé. Ma questa sfera, qui, sotto questo cielo, noi mortali possiamo percorrerla senza nulla che ci ostacoli se non la nostra volontà e la nostra immaginazione. Mi ritengo superiore a ogni altro rivale non per l’abilità in guerra, né per le conquiste. E, certo, neppure per l’acume politico. Per l’immaginazione.
Io riesco a vedere l’estremo limite della Terra. Risplende davanti al mio occhio interiore come una città di cristallo, anche se so che, quando l’avrò raggiunto, non sarà che una riva ciottolosa sotto un cielo straniero. Non importa. È la fine della Terra che neppure Eracle o Perseo hanno mai sognato. Solo io.
Che cosa avrò ottenuto, alla fine, quando sarò arrivato a quel punto? Nulla. Non mi chinerò neppure a raccogliere una pietra o una conchiglia, per limitarmi a tenere la mano dei miei compagni scrutando con loro l’Oceano Orientale. È questo che voglio. Solo questo.
Al di là dei titoli e delle conquiste, io sono in fondo solo un ragazzo che non desidera nient’altro se non vagare con i propri amici per andare a vedere quel che lo attende al di là della collina successiva.
Il mondo che noi vediamo non è che un’ombra, un fantasma del Mondo Vero e invisibile che sta sotto di esso. Che cos’è questo regno? Non è Ciò-che-è, bensì Ciò-che-sarà. Il futuro. Necessità è il nome che noi diamo al meccanismo con cui l’infinito genera le proprie opere, con cui il mondo fenomenico emerge dall’altro mondo nascosto. La divinità regna su entrambi i mondi, ma solo agli eletti concede la visione del mondo che verrà. In Egitto mi sono sentito a casa. Sarei stato felice di diventare un sacerdote. In verità, io sono un sacerdote-guerriero, che marcia là dove lo dirige la divinità, al servizio della Necessità e del Fato. E in questa idea non si cela vanità o presunzione. L’epoca della Persia è finita. Nel mondo invisibile, l’impero di Dario è già caduto. Chi sono io se non l’agente di quel fine che già esiste nell’altro regno e alla cui nascita io assisto in questo mondo?
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