fino al 2004, dal 1968 (in totale forse più anni di te, o sbaglio?)
Tex Willer


fino al 2004, dal 1968 (in totale forse più anni di te, o sbaglio?)
Tex Willer


è fra chi crede che possa averne altri cento anni dal 2004 in avanti e chi invece pensa sia finita la sua corsa. Su questa differenza si fanno i repubblicani di domani.


Il 1945 "sconosciuto" di Pansa/L'assassinio del repubblicano ravennate Marino Pascoli
Se denunci gli eccessi dei partigiani rossi sei morto
di v. r.
L’ultimo libro di Giampaolo Pansa, “Sconosciuto 1945", ci riporta alla memoria l’omicidio del dirigente repubblicano ravennate Marino Pascoli che, per questo giornale, è doveroso ricordare.
“Marino Pascoli, è nato a Santerno, una frazione di Ravenna, sta per compiere 25 anni ed è un attivo militante del Pri. Nato in una famiglia umile d’impronta mazziniana, con il padre calzolaio e mutilato di guerra 1915 - 18, Pascoli è stato partigiano prima dell’8° Gap di Forlì e poi nella 29esima Brigata Garialdi 'Gastone Sozzi', operante nella pianura forlivese. Dopo la guerra, si è messo a commerciare in legname, ma dedica molto tempo al lavoro di partito. E’ un giovane volitivo intelligente e di grande coraggio. Scrive bene, con vigore e lucidità politica. E sulla 'Voce di Romagna', il giornale del Pri di Ravenna, pubblica articoli polemici nei confronti dei comunisti della zona. Che sono davvero forti, una macchina organizzativa formidabile, un treno in corsa, capace di travolgere chiunque”. Chi vuole documentarsi meglio su di lui può leggere un libro di Gianfranco Stella, "Il caso Marino Pascoli e vicende del dopo-liberazione in Romagna”, pubblicato a Rimini con la prefazione di Oddo Biasini. Esiste anche uno studio più recente, per i tipi della Longo Editore, “Marino Pascoli”, dell’amico Sauro Mattarelli.
Pansa scrive che “gli obiettivi degli articoli di Pascoli sono molto espliciti. Come tutti i repubblicani romagnoli, il secondo partito dopo il Pci, vuole contenere l’egemonia comunista in quell’area. Ma la sua azione di contrasto si colloca su uno sfondo ben più ampio”. Secondo la ricostruzione di Pansa sono tre “i cardini della battaglia politica di Pascoli: la denuncia degli eccessi compiuti dai partigiani rossi durante e dopo la guerra civile, la critica al massimalismo politico e sindacale del partito di Togliatti, la difesa del sistema politico occidentale contro l’Unione Sovietica". Ma negli articoli e nell’azione politica di Pascoli "c’è la rivendicazione di una verità che a lui sembra lampante: essere anticomunisti non vuol dire essere di destra o fascisti”. La cosa non veniva gradita dal Pci romagnolo. “Contro di lui si aprì una violenta campagna di denigrazione politica e morale. Lo accusarono di non essere mai stato partigiano, anzi, di aver fatto la spia per conto dei fascisti di Salò. Non era vero, naturalmente. Però le calunnie non cessarono. E si accompagnarono a minacce di morte, che però non riuscirono a zittire il giovane dirigente repubblicano. Neppure quando, nel 1947, alla periferia di Ravenna, proprio dove comincia la strada per Mezzano, qualcuno gli sparò un paio di rivoltellate, senza colpirlo". Come annota Pansa, tanto nel libro di Mattarelli che nel lavoro di Stella è citato un articoli di Pascoli pubblicato sulla “Voce di Romagna” del 6 dicembre 1947”. L’articolo era intitolato “Il Partigiano”. Pansa ne riproduce un brano: “Prima di tutto dobbiamo distinguere i partigiani veri dai partigiani falsi. I partigiani veri sono quelli che hanno corso sul serio dei rischi, che hanno combattuto con fede per la liberazione dell’Italia e questi, a dire il vero, sono pochi. I partigiani falsi, che purtroppo sono la maggioranza, sono coloro che hanno fatto i teppisti mascherati, i collezionisti di omicidi e che andarono in giro con il mitra quando non vi era più pericolo a fare gli eroi. Questa gente, anche se è riuscita a munirsi di un brevetto o di un certificato, anche se oggi milita indebitamente nelle file dei partigiani, non bisogna avere nessuna esitazione a chiamarla teppa”. Questo articolo, che si concludeva con un appello ai partigiani veri, “a non seguire coloro che vogliono vendere l’Italia allo straniero, altrimenti il loro sacrificio sarebbe stato vano”, fu la sua condanna a morte. La sera della domenica 4 gennaio 1948, Pascoli subisce un nuovo agguato e questa volta viene ucciso. L’"Unità" di Milano e “Milano sera” lanciano una campagna depistatoria utile a confondere le indagini. Alla fine del mese vengono arrestati il segretario dell’Anpi di Santerno ed un ex partigiano comunista. Fu indiziato anche il segretario del Pci di Santerno, poi prosciolto in istruttoria. Tutto finì in un’assoluzione quando il testimone chiave, un operaio agricolo "si rimangiò la deposizione". E' questo un episodio della guerra civile italiana che viene ricordato a noi ed ai repubblicani di Ravenna.
[mid]http://www.vasconvolti.it/Suoni/Vasco_Buoni_o_cattivi.MID[/mid]


intellettuali contro
di Luciano
Non è molto chiara la ragione per la quale l’editore tedesco Beck, nonostante un contratto già firmato, non abbia voluto pubblicare l’ultimo saggio di Luciano Canfora già in stampa per i tipi di Laterza. E’ chiaro invece il contenzioso storiografico che accompagna questo caso, così come lo leggiamo nel confronto sul "Corriere della Sera" fra lo stesso Canfora e Victor Zaslavsky. Per Zaslavsky non è serio e nemmeno responsabile descrivere il patto Ribbentropp - Molotov come un semplice tentativo di prendere tempo da parte della Russia sovietica per prepararsi ad un’offensiva contro Hitler, come invece ritiene Canfora. Al contrario, il protocollo firmato fra i ministri di Stalin e di Hitler era aggressivo e concerneva in particolare una spartizione della Polonia. Potremmo anche aggiungere, a proposito, che la ragione vera della rottura dello stesso avvenne quando l’Urss andò oltre, invadendo territori del Caucaso meridionale su cui Hitler aveva messo gli occhi da tempo. Ma crediamo sia più corretto lasciare libera l’interpretazione di questo passaggio così rilevante della storia europea del secolo scorso, rifiutando invece interpretazioni riduttive. Anche Hitler aveva bisogno di tempo per impegnarsi in una guerra con l’Urss, mentre ci è difficile non pensare alla tentazione staliniana di un accordo sostanziale con il dittatore tedesco a danno delle democrazie europee. Stalin dalla sua poteva avere la delusione per la mancata reazione all’invasione della Cecoslovacchia ed il timore che Hitler e le potenze occidentale si accordassero ai suoi danni. Anche questa ipotesi andrebbe messa in cantiere. Il punto è che se Hitler odiava il bolscevismo e temeva che Stalin fosse un ebreo, Stalin ammirava Hitler per come aveva preso il potere ed aveva saputo mantenerlo. E ci sembra davvero difficile capire chi fosse meglio fra i due dittatori, vedendo la scia di sangue che hanno lasciato entrambi sul continente. A questo proposito l’obiezione di Canfora per la quale Hitler portò l’Europa alla rovina, mentre il sistema sovietico si è semplicemente dissolto, ci pare almeno un po’ azzardata. I costi di questo dissolvimento in vite umane e risorse, equivalgono - se non li superano - ai danni del nazifascismo, e ancora si pagano. Vedi la Cecenia e, in forme diverse, l’Ucraina, l’Uzbekisthan.
E vero che Stalin contribuì alla sconfitta del nazifascismo, ma per i paesi che rimasero al di là della Cortina di ferro, forse si rivelò un male altrettanto grave del regime nazista. Questo, per lo meno, ci dicono i lettoni, ci hanno detto i polacchi. Ci è quindi impossibile non concordare con le conclusioni di Zaslavsky: “La cultura italiana ha sviluppato solidi anticorpi contro il nazifascismo, ma non ha fatto i conti con lo stalinismo, forma non meno pericolosa di totalitarismo”. Forse anche più grave, dal momento che è per contrastare la rivoluzione bolscevica che si sviluppano i regimi totalitari ed i loro sostenitori nel continente europeo ad ovest. Poi, se leggiamo Canfora, ci si accorge facilmente che questi conti con lo stalinismo non si vogliono fare, per lo meno in alcuni ambienti, nemmeno oggi.


Straordinario apporto di Boesso alla diffusione della "Voce"
"La Voce Repubblicana" ringrazia l'Amico Rolando Boesso per il suo storico impegno di dirigente e attivista politico e il suo amore per la diffusione del nostro quotidiano.
Rolando Boesso è da alcuni decenni il leader indiscusso dei Repubblicani di Bolzano e dell'Alto Adige e negli anni ha ricoperto svariati ruoli politici e istituzionali, fino a diventare Consigliere Regionale e presidente del Consiglio.
Ha saputo rappresentare degnamente il Pri anche nei momenti più difficili e qualche settimana fa ha condiviso con tutto il Partito la soddisfazione di riportare un rappresentante al Consiglio comunale di Bolzano.
Da presidente di un network nazionale di tv non manca mai di sottolineare la essenzialità del mezzo di comunicazione di massa come traino indispensabile al messaggio politico. La sintesi della sua professionalità e della sua militanza nel Pri si traducono nello straordinario apporto al nostro giornale con il sostegno e la diffusione di un centinaio di abbonamenti ogni anno.
Grazie ancora Rolando!


Bisogna dare atto a Adriano Sofri, quale che sia la sua posizione giudiziaria, di essersi comportato con grande serietà e rispetto nei confronti della giustizia italiana. Egli infatti non ha cercato di sottrarsi dal suo debito, e l’ha pagato, e lo sta pagando fino all’ultimo. Consideriamo più che comprensibile la sospensione della pena a causa delle condizioni di salute e non ci pronunciamo sull’ipotesi di grazia, che certo però non consideriamo come qualcosa di immeritato, anzi. Noi siamo convinti che egli, come leader di Lotta Continua, ebbe responsabilità gravissime nell’omicidio Calabresi, indipendentemente dal fatto se poi abbia armato direttamente o meno la mano che colpì il commissario di pubblica sicurezza. E’ vero però che in tutti questi anni Sofri ha esercitato un magistero morale profondamente inserito nella vita democratica, sostenendo tesi degne della libertà che spetta ad un onesto cittadino. Anche questo andrebbe considerato, soprattutto quando dal suo campo di provenienza vi sono individui che si sono sottratti alle maglie della giustizia, godendo di protezioni e privilegi inaccettabili, e che ancora predicano le tesi che hanno avvelenato la vita del Paese. Quando ad esempio abbiamo ascoltato la lezione politica del professor Toni Negri, domenica scorsa in una intervista a Lucia Annunaziata, ci siamo chiesti se forse quello che andava chiuso in galera fosse un altro, non Sofri. E qui capiamo anche che si rischia di mettere a rischio il diritto di opinione che una democrazia rispetta, ma c’è anche una pubblica decenza che andrebbe rispettata, una volta tanto.


Il futuro incerto del centrosinistra
di r. b.
Le dichiarazioni del sindaco di Roma Walter Veltroni sulla necessità del partito democratico potrebbero essere un viatico per la formazione del nuovo partito. Fanno però comprendere, intanto, che Veltroni è preoccupato per le possibilità di riuscita del governo di Prodi, visto che ritiene indispensabile un partito unitario per spianare la strada al candidato premier della sua coalizione. Veltroni ha detto: Prodi è in difficoltà; e se il partito democratico non vedrà la luce, un suo eventuale governo patirà le tante contraddizioni interne al centrosinistra. E visto che per ora il partito democratico non c’è, che la sua costituzione non avverrà certo dall’oggi al domani, il progetto del centrosinistra per il governo del Paese presenta già un’ala rotta.
Se non la si ripara, si ripara almeno Veltroni dall’insuccesso, avendo denunciato la situazione. Ma che cosa impedisce la formazione di un partito democratico, seppure ristretto ai Ds e alla Margherita? Quella che Claudia Mancina definisce sul "Riformista" l’ostinata difesa dell'"identità socialista - socialdemocratica”. Perché, come è evidente, se si vuole essere socialisti, si fa un partito socialista, non si fa un partito democratico. E i Ds a proposito sono divisi: ad esempio tra Salvi, socialista tout- court e il calabrese Mimmo Lucà, che ritiene la tradizione socialista un’eredità del passato inaccettabile. La segreteria di Fassino è stata dunque di mediazione fra queste due anime, non volendo rinunciare all’identità, senza per questo sposarla pienamente. Ecco però che l’equilibrio fornito finora rischia di saltare. Veltroni ne ha già minato i sostegni. Perché se si stringono le maglie dell’alleanza con la Margherita e si mette da parte l’eredità socialista - come ha chiesto a gran voce Rutelli - chi può dire che non esca la componente socialista dai Ds e si strutturi autonomamente? E' quello che in fondo ha fatto Boselli, alzando il tiro sulla Chiesa cattolica, proprio per mettere in difficoltà la Margherita.
Una lettura corretta di un impianto progettuale coerente pretenderebbe che si facesse prima il partito, poi il programma e, da ultimo, il leader. Qui invece abbiamo il leader, poi si cerca il programma, il partito seguirà. Un’operazione un po’ troppo complessa che potrebbe sfuggire di mano. Ecco le ragioni delle sortite di Parisi, la reticenza di Prodi, gli appelli di D’Alema all’elettorato a rafforzare i Ds. Ma se poi i Ds si rafforzassero davvero, dov’è scritto che questi siano disposti a sciogliersi nel nuovo partito, per sostenere un governo Prodi, quando potrebbero esprimere un loro leader su cui far convergere il sostegno degli alleati?
Forse anche in base a questo timore, Parisi ha messo le mani avanti, ricordando i veleni che accompagnarono le prime dimissioni di Prodi.
Non ci sono molte certezze nel centrosinistra. Lo stesso Mastella appare preoccupato da un quadro così confuso, tale da poter compromettere un successo troppo presto annunciato. Se poi, come scrive sempre Claudia Mancina, il nuovo partito deve essere “il più possibile simile al partito neolaburista di Blair e di Brown”, ecco spuntare altri problemi ancora. Intanto bisogna avere un leader di impronta blairiana: e dunque Prodi non va bene. E poi una revisione dell’identità socialista, non certo il suo abbandono. Su questa base si vede più il conflitto con la Margherita che l’accordo, senza nemmeno prendere in considerazioni che le politiche di Blair appaiono odiose al grosso del centrosinistra. Appurato che i Ds sono ancora in movimento e devono di “nuovo cambiare il nome” - questo il titolo dell’articolo di Claudia Mancina - molte altre cose non sono affatto chiare. Il cambiamento infatti comporta dei margini di incertezza molto ampi, tali da compromettere il percorso fatto fino ad ora. Magari anche le basi delle alleanze contratte. L’impressione che ne caviamo è che, nell’Ulivo e dintorni, si sia ancora in alto mare. Forse troppo per una navigazione tranquilla del “loro” futuro governo.
[mid]http://www.mujweb.cz/www/musicitaly/midi/Elio e le Storie Tese - la terra dei cachi.mid[/mid]


mi pare di capire che il nostro r.b. sostenga che veltroni dica che senza partito democratico prodi è debole, e visto che il partito democratico ora non c'è, c'è solo la debolezza del governo prodi. Mi pare di ricordare che è veltroni quello che disse a parisi che i voti c'erano per chiedere la fiducia al suo governo nel '99![]()


Ma il partito come si prfesenta alle elezioni nel 2006?Originariamente Scritto da calvin
Potresti spiegarmelo che non mi e' chiaro.
Andiamo da soli o con altre liste?
Grazie.


E' deceduto all'eta' di 64 anni l'amico
Giancarlo Colanicchia
un Repubblicano convinto e coerente che ha sempre creduto nei principi mazziniani e nell'impegno nel Pri. Alla famiglia le condoglianze della Direzione Nazionale e della Redazione della Voce.