Oggetto: [antiamericanisti] Insisto: perche' Ratzinger e' cento volte meglio di Pannella
Data: Mer, 25 Mag 2005 297


Omosessualità, aborto, famiglia.

A questo livello, effettivamente, Ratzinger non fa e non fara’ nessuna concessione, attestandosi su una posizione di difesa integrale dei principi etici e morali cattolici. Il problema che non sfiora certi miei critici è che questo sia un livello non il solo livello di analisi.
Comunque, a causa di questa difesa, la vulgata laicista liquida Ratzinger come un reazionario, sostenendo ad esempio che egli respinga la secolare divisione tra Stato e Chiesa e perori, magari in maniera felpata, un ritorno ad un sistema politico di tipo teocratico; che ricusi insomma le acquisizioni storiche, politiche e sociali delle lotte che gli oppressi hanno condotto per spazzare via il fardello del feudalesimo e della tirannia.
Ma le cose, ad uno studio attento dei suoi scritti e della sua opera, non stanno esattamente così, anzi, non stanno per niente in questo modo. Vi risparmio le citazioni che possono essere comuqnue facilmente reperite.

Il vero pomo della discordia, mi pare chiaro, e’ dunque il giudizio sulla grande sfida cattolica alla modernita’ capitalistica che I miei detrattori dipingono come oscurantismo, sanfedismo, vandeismo, irrazionalismo ecc.

Questa diatriba ha un luogo filosofico di residenza e una pietra angolare: l’illuminismo.
Criticare certe pretese imperative della pura ragione non equivale ad essere antirazionalisti, come non si è antilluministi solo perché non si accetta in blocco la controversa eredità dell’illuminismo. Né è concesso gettare alle ortiche le acquisizioni filosofiche del migliore marxismo del Novecento tra cui, ad esempio, quelle di Sartre, Benjamin o Marcuse.
Dopo il Concilio vaticano II la Chiesa, contrariamente a quanto affermano certi mangiapreti da strapazzo, non respinge affatto né l’illuminismo né la modernità, li accoglie piuttosto, ma non in modo neutro e incondizionato (come fanno i mangiapreti, I massoni e I pannelliani e certi marxisti incartapecoriti); non commette cioè l’errore di feticizzarli, cogliendone quindi, oltre al loro carattere storico (transeunte), pure il lato negativo e nichilistico, lato che in effetti era contenuto nell’illuminismo, o meglio in quello che chiameremo cattivo illuminismo. Qual’è infatti, anche per la Chiesa wojtyliana-ratzingeriana l’illuminismo buono? E’ appunto che ha assunto la piattaforma valoriale costitutita dalla triade etica della fratellanza, dell’eguaglianza e della libertà, ovvero l’idea che la ragione debba e possa pensare e modellare la società, che le forze economiche debbano ubbidire all’etica del bene comune. Non è forse su questa radice nuova che maturarono i frutti migliori della civiltà occidentale?
Disancorato da questa piattaforma valoriale (spero che Gino sia in ascolto), da questa radice, ogni discorso sul progresso diviene non solo aleatorio, ma ci conduce nel precipizio di un liberismo d’accatto, di in un relativismo etico che maschera un devastante nichilismo anticomunista oltreché anticristiano.
Non e’ dunque l’illuminismo o il prius della ragione che Roma (che resta pur sempre essenzialmente tomista, qui dissento da Tronti che vede piuttosto una ripresa dell’agostinismo) respinge, ma il suo distillato liberista, anzitutto nella sua versione utilitaristica e anglosassone, poiché esso non solo sgancia il concetto di libertà individuale dal principio del bene comune, ovvero da ogni criterio regolatore, ma astrattizza l’individuo separandolo dai suoi vincoli comunitari, pensando, attraverso un uso ossessivo della tecnica, di realizzare l’incubo nietzschiano del superuomo. Questo in verita’ sostiene la teologia ratzingeriana.
E quindi: non avvicina forse, questa impostazione filosofica, I “cristiani adulti” (come li definisce Ratzinger) e comunisti?
Affermo di si e ritengo, simmetricamente, che questa impostazione ci divida irriducibilmente dalla filosofia di cui Pannella e’ candidamente portavoce.

Pongo dunque una domada: la reale modernità capitalistica si è forse svolta tenendo ferma la piattaforma valoriale della fratellanza, dell’eguaglianza e della libertà? Essa ha forse inverato i principi universalistici giacobini? La risposta deve essere un categorico no. Che poi il “socialismo reale”, nemmeno esso, abbia saputo e potuto rispettarli, ciò non rappresenta un alibi per gli apologeti del capitalismo reale, né può giusitificare una curvatura del comunismo verso un relativismo etico per quanto imbellettato di materialismo pseudo-dialettico.

Insomma: di contro aia liberal-liberisti la nostra convinzione che esistano principi etici e diritti di portata universale (ove la comunita’, ripeto, e’ prius rispetto all’individuo, sia esso donna o maschio) non deve essere meno salda di quella dei cattolici; ci divide da essi il fatto che non li consideriamo tali in quanto portato della misericordia di un Dio immaginario, ma frutti storicamente determinati, acquisizioni e risultati di millenarie lotte di classe, ovvero imprescindibili conquiste sociali di cui gli oppressi sono stati la reale forza propulsiva.

Ove rimuovessimo il paradigma dell’universalità dei principi etico-morali di libertà, uguaglianza e fratellanza, e quindi (ripeto) del prius del vincolo comunitario, non resterebbe in effetti che precipitare nel liberalismo, accettando la sua antropologia fondativa individualistica hobbesiano-benthamiana, smarrendo così i criteri con cui guidicare non solo la modernità, la storia stessa dell’umanità, ma pure l’uomo in quanto essere. Questa eventuale rimozione condurrebbe altresì ad accettare il teorema basilare del positivismo liberale: ovvero la scissione tra giudizio di fatto e giudizio di valore —mentre non esiste giudizio sui meri fatti che non implichi anticipatamente un sotteso giudizio valoriale. Va infatti smascherata questa pretesa positivistica, più o meno weberiana, che si possa dare un giudizio “neutrale” sui fatti storico-sociali. Ogni ragionamento degli intellettuali liberali sulla modernità, ad esempio sulla globalizzazione, è infatti implicitamente apologetico, ovvero contiene una prescrizione concettuale, quella per cui questa modernità non soltanto è la sola, ma la migliore possibile e chiunque la contesti è arruolato suo malgrado nel campo dei passatisti, dei retrogradi se non dei reazionari.

Così scopriamo che, data la crisi indubbia del vecchio impianto concettuale che per comodità chiamiamo marxista ortodosso, intellettuali di sicura tradizione rivoluzionaria, finiscono per fare propria una dicotomia (se non addirittura una visione del mondo) che nulla ha mai avuto a che fare col marxismo: quella di dividere il mondo tra modernisti (progressisti) e antimodernisti (reazionari), ove il metro di misura adottato non è più quello della lotta per l’emacipazione dell’uomo, del proletariato e delle nazioni dalle catene dell’oppressione ma, appunto, quello di accettare, malgrado tutto, non solo l’idea di modernità ma questa concreta e oscena modernità capitalistica.

Il diavolo si nasconde infatti nel macroscopico dettaglio di questo “malgrado tutto”. Poiché, se si toglie di mezzo questo storicistico e provvidenzialistico “malgrado tutto”, il tutto appunto, appare nelle sue tenebrose sembianze.

A me pare che siamo davanti ad una vera e propria metabolizzazione simbolica finale del marxismo da parte del sistema.
In cosa consiste questa metabolizzazione? Nell’asserire (spero che Giulio Bonali sia in ascolto) che il marxismo null’altro sarebbe stato che un illuminismo radicale, ovvero una sua distorsione utopistica. Abbandonate, dopo le “tragedie del Novecento” le velleità rivoluzionarie, è ora che il comunismo venga reintegrato, riammesso come il Figliol prodigo nella onorata famiglia liberale. Reintegrazione simbolica che i comunisti sedicenti, nonché post o ex, hanno beninteso colto al volo e introiettato. Un’operazione di vera ingegneria genetica per cui, nell’embrione criocongelato comunista è stato inserito il nucleo di una staminale liberale, col risultato, appunto, che abbiamo ucciso l’embrione e ottenuto un clone mostruoso, ove la filosofia dell’emacipazione è stata soppiantata da quella utilitaristica. Scomparso in Europa quel potente soggetto che fu la comunità proletaria, portatrice di collettiva ed escatologica volontà sovversiva, non resta ai sinistri che l’Io, lo scarno individuo, il faucaultiano corpo. L’alfa e l’omega diventa il proprio utilitaristico piacere: il capriccio di un fallace edonismo assurto ormai a solo concetto morale, ad esclusivo criterio normativo per giudicare il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. L’estetica ha ormai soppiantato l’etica.

Chi pensa che questa mutazione riguardi soltanto l’opportunismo riformistico tradizionale si sbaglia di grosso: i reparti d’assalto di questo esercito liberale di salvezza sono piuttosto composti dagli sfasciacarrozze sessantottini, femministe fondamentaliste in primis i quali, con furia iconoclasta, da decenni si accaniscono contro il corpo straziato del comunismo per propinarci, vedi il Toni Negri, una provvidenzialistica accettazione della cybermodernità come l’ultimo dei totem possibili.

E’ in questo orizzonte, in cui noi vedo stagliarsi tangibili i segni del tramonto della civiltà europea, che la Chiesa cattolica ha lanciato la sua inaudita sfida alla modernità medesima, serrando i ranghi, scambiando il tramonto per eclissi, a torto ritenendo come indistruttibile il basamento indiscutibilmente cristiano della tarda civilizzazione greco-romana.

In conclusione.

Affermare che ogni “antimodernismo” sia di per sé passatista e reazionario disvela quale sia la radice più profonda della crisi senza precedenti di un certo marxismo dottrinario: la doppia miopia per cui non si vuol vedere che qui non siamo più nel Settecento a discutere di modernità alle prese col feudalesimo e Luigi XVI. Qui siamo da tempo nella fase della barbarie imperialistica, alle prese non con l’idea astratta di modernità, ma con la modernità concreta e inveratasi, storicamente compiuta. D’altra parte non si vuol vedere che già nel Settecento c’era nel pensiero rivoluzionario di allora un’idea di cattiva modernità, che è poi quella che si è materializzata dato il fallimento della pretesa rivoluzionaria di curvarla in modo socialista. Nominiamo dunque questa cattiva idea di modernità: essa stava nel progetto illuminista (antropocentrico e di evidente filiazione veterotestamentaria e per nulla evangelica —Genesi) di totale dominio dell’uomo sulla natura; nella fede empiristica in una razionalità scientifico-sperimentale del tutto strumentale e separata da ogni considerazione di carattere etico; la sordità radicale rispetto a qualsiasi riflessione sui fini; l’indifferenza riguardo all’idoneità e all’eticità dei mezzi per ottenerli; il rifiuto dogmatico di fare i conti con la connaturata domanda che l’uomo si pone riguardo al senso della prorpia esistenza.

Una cecita’ che rende incapaci di mettere in discussione il paradigma della modernità medesima (concepita invece come un valore in sé, a prescindere da ogni valutazione non solo sociale ma anche etico-politica); l’ipostatizzazione della modernità (assunta come valore neutro e principio guida); l’idea di progresso fondata, da una parte sullo sviluppo tecno-scientifico, e dall’altra sull’idea utilitaristica cioè individualistica del benessere sociale (che alla fine si misura in PIL, PNL ecc.); tuto questo non solo tradisce la propria matrice borghese, positivistica ed economicistica, implica un’effettiva apologia dello sviluppo capitalistico e impedisce di riconoscere che esso non è solo solo sperequato e antagonistico ma portatore di una vera e propria controrivoluzione antropologica.

Che questa modernità capitalistica sia stata messa sotto accusa da Papa Giovanni Paolo II e da Ratzinger in un modo sistematico, radicale e filosoficamente argomentato, non deve affatto spingerci, come per riflesso condizionato, a schierarci col liberalismo, a lasciare alla Chiesa il compito che e’ invece dei rivoluzionari. Questo ha fatto da tempo invece buona parte della sinistra comunista, che si è così sbarazzata della sua funzione critica del reale, consentendo alle religioni un vero e proprio sorpasso, così che essa, la sinistra, si è trovata a scimmiottare i Pannella di turno, divenendo la quinta ruota del carrozzone capitalistico (e ne abbiamo appunto una prova se guardiamo ai referendum sulla procreazione medicalmente assistita).

Tuttavia sentiamo di nuovo sussurrarci: aborto, omosessualità, matrimonio! È tipico di una posizione liberale giudicare il progresso in base al principio pass partout dei diritti dell’uomo, o meglio, dell’individuo. Ma altrettanto chiaro dovrebbe essere, per chi ancora si considerasse marxista, come questa impostazione sia ideologica e ingannevole. Che esistano diritti individuali inalienabili è un principio condiviso, ma è un dato che i liberali se ne servono come alibi per scagionarsi dal parricidio da essi compiuto, per occultare, assieme al cadavere del giacobinismo, le diseguaglianze sociali e di classe, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Venendo al concreto progresso capitalistico e considerando proprio i paesi in cui esso ha toccato da tempo il suo apice, vediamo che l’effettivo miglioramento delle condizioni del proletarito, in realtà il suo transitorio imborghesimento, proprio perché si è dato nella forma concreta dello scimmiottamento del borghese, ha causato un corto circuito: quello per cui l’inveramento della modernità coincide con un finale processo di disantropomorfizzazione e reificazione delle relazioni sociali —ovvero la riduzione delle relazioni interumane a rapporti tra merci, tra cose.

Se non rischiassi di venire accusato di essere un clerico-fascista mi verrebbe da dire che qui non solo siamo oltre, ma messi peggio che sotto il fascismo.

Mor.