| Martedì 31 Maggio 2005 - 17:08 | Siro Asinelli |
La Francia motore d’Europa. La Francia dei diritti e dello Stato sociale. La Francia dell’alleanza strategica alternativa alla Nato. La Francia che si oppone all’aggressione all’Iraq. La Francia che stringe patti commerciali con gli ‘Stati canaglia’. La Francia che ci piace. Quella del NO: secco, deciso, severo, insormontabile. NO. Una parola breve breve che si trasforma nell’ostacolo più grande della marcia di Bruxelles verso il definitivo addio ai sogni europeisti. Quelli veri.
La Francia motore d’Europa, con il Pas de Calais e il marsigliese in prima fila. Un voto deciso contro la mercificazione della res publica, il primato delle banche, la fine dei diritti dei lavoratori, la morte dello Stato sociale. Contro un Trattato che si fonda sul concetto di libero mercato e competitività a discapito delle conquiste sociali, ancora troppo poche, a fatica raggiunte in poco più di due secoli.
La Francia motore d’Europa. Testarda nazione che combatte per il proprio destino e per quello dei suoi sordi vicini. La Francia che tra un SI ed un SI imposto dalla propaganda martellante euroatlantica sceglie un NO: secco, deciso, severo, insormontabile.
La Francia motore d’Europa. Dove il 70% degli elettori si esprime in seguito ad un dibattito rovente, sul filo del rasoio, a colpi di comparsate presidenziali in TV. La Francia del confronto e del dialogo politico e civile. Del dialogo sociale. La Francia che dimostra all’Europa che c’è ancora spazio per una scelta che vada al di là della retorica imposta dal verbo liberista. La Francia che se la ride delle convention trasversali in stile Usa, simil europeiste ed internazionali per promuovere un masochistico SI e che vota NO: secco, deciso, severo, insormontabile.
La Francia motore d’Europa. Pronta all’assalto delle fameliche élites di Bruxelles e di Washington che ora vogliono la testa del popolo rinnegato. Il popolo che ha il coraggio di opporre un simbolico NO. La Francia che decide che è tutto da rifare. Dall’altra parte un muro. Barroso, Prodi, Schroeder, Blair e chi più ne ha ne metta. Gli sconfitti sanno che la vittoria è solo rimandata. La cittadella cadrà sotto i colpi del semestre britannico e del suo principale attore, quel Gordon Brown che chiede “un maggiore impegno per ridurre gli aiuti pubblici che conducono alla distorsione del concetto di competitività”.
Gireranno la frittata, sottrarranno uno per caricare il doppio, cambieranno le carte in tavola, stipuleranno accordi sotto banco, giungeranno a compromessi ancora più nefasti. Giocheranno più sporco che mai. La Carta passerà, prima o poi.
Eppure questo NO rimbomba da Lisbona a Varsavia, da Dublino a Roma come un monito inflessibile. Un segnale che l’arroganza atlantica non ha intenzione di recepire, ma che è un allarme assordante per i nemici della vera Europa.
Ha commentato lo storico transalpino Max Gallo: “Per la prima volta assistiamo alla fine di questa democrazia strana che funzionava nel continente, che si può paragonare al dispotismo illuminato dove c’è chi sta in alto e fa capire al popolo che deve soltanto dire di SI”. Come accaduto in Italia, in Germania, in Spagna. Come non accaduto in Francia. “La scelta finora era tra un SI ed un SI. In Francia si è detto che la scelta deve essere tra un SI ed un NO”.
La Francia motore d’Europa. La Francia che si oppone con fierezza e dignità lanciando nell’etere globalizzato il suo NO: secco, deciso, severo, insormontabile.




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