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Discussione: S.B. e C.D.B.

  1. #1
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    Predefinito S.B. e C.D.B.

    Sono passati quasi vent’anni dalla guerra di Segrate, quando Berlusconi sfilò a De Benedetti la Mondadori, e poi gli restituì malvolentieri Repubblica con la mediazione di Peppino Ciarrapico, sostenuta dal principe Caracciolo e dagli onorevoli Craxi e Andreotti.
    Scalfari e i fondatori, per alcune settimane dipendenti malmostosi del Cav., erano pronti a andarsene, e la fantastica circostanza di una Repubblica edita dall’Amor Nostro non si poté realizzare.
    Così ci toccò fare il Foglio. Troppa grazia.
    Ora Berlusconi e De Benedetti si sono rivisti a cena e fanno sapere di essersi persino non troppo dispiaciuti l’uno dell’altro. Oddio, trattasi di incontro mondano, nessuno sa precisamente in quale equilibrio siano stati nella conversazione convenevoli e interessi.
    Fatto sta che nel palazzo, non senza qualche morbosità, l’incontro reso noto nella rubrichina sociale del Foglio ha suscitato curiosità, e una rincorsa di ipotesi.
    La nostra ideuzza è questa. Ci sono incontri che servono a fare l’Italia e ci sono incontri che servono a decongestionare l’Italia: la cena del Cav. e dell’Ing. potrebbe servire a questo secondo scopo, e non è poco.
    In questi vent’anni Repubblica è stato un partito potente, oltre che un giornale di successo popolare. E’ là che s’impaginano le guerre alla destra e le guerre nella sinistra, ed è sempre là che si coagula in titoli e testi la legittimazione quotidiana del politicamente corretto, dell’ideologicamente corretto, del giudiziariamente corretto, dello storiograficamente corretto e di tutti gli altri fatui ma persistenti correttismi di cui siamo acerrimi nemici.
    Se non ci fossero il Corriere e i suoi editorialisti (non sempre), le letterine di Arbasino, gli articoli di Ceronetti, qualche buon libro qualche buon film e qualche buona giornata con un Berlusconi in vena, oltre che Bush, Blair, Benedetto XVI e altre grandiosità culturali e politiche, staremmo freschi.
    Ma anche il berlusconismo, declinante o no, è stato in questi vent’anni un fattore potente di creazione e rigenerazione politica e culturale del paese.
    Quando si distraggono dalla pugna e dalla propaganda, mostrano di intuirlo anche a Repubblica.
    Il problema è se si possa decongestionare, cioè rendere meno ripetitivo e noioso, il modello conflittuale sottopelle che da quasi due decenni avvolge in una spirale di fumo la transizione da un paese all’altro.
    Cavaliere e Ingegnere sono due imprenditori che fanno editoria e politica a pieno tempo, l’uno in chiaro l’altro in obliquo, e chissà che un incontro di interessi, generato dal riconoscimento di un equilibrio delle forze che comunque vadano le cose è destinato a durare, non possa portare a qualche sapida novità.
    Di novità c’è un discreto bisogno, da queste parti.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rep. ama ancora il Prof.?

    Roma. Cosa succederebbe se il Direttore, il Fondatore e l’Editore di Repubblica fossero costretti dalla forza delle cose a pronunciarsi in modo pubblico e definitivo sulla leadership di Romano Prodi? In parte è già avvenuto, in parte sta avvenendo anche se si nota poco ma prima o poi la cosa potrà essere inevitabilmente illuminata.
    Cosa? Il fatto che i tre, Ezio Mauro, Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti (CDB), sul candidato leader dell’Unione non hanno il medesimo punto di vista.
    Se conosciute e quasi immutate sono le opinioni di Scalfari e Mauro, prodiani a vario grado e con i distinguo del caso, fa notizia il cambiamento d’opinione di CDB, che sul professore bolognese sta attualmente spandendo perplessità. Tanto da sognare in forma semi privata un ricambio generazionale che con gli intimi giustifica più o meno così: “Prodi non convince più, non come Walter”.
    Sia chiaro, nessuno confermerà mai le parole dell’Editore. Non l’interessato e frequentatissimo Veltroni, non gli altri fra i politici giovani come Walter di cui CDB ama vedersi circondato nelle serate conviviali – per esempio Dario Franceschini ed Enrico Letta della Margherita – e nemmeno il collega di vela Massimo D’Alema o il più ritirato Pier Luigi Bersani. Un po’ tutti gli amici hanno ascoltato i dubbi dell’Editore, compreso il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, ma figurarsi se possono ammettere.
    Gli elementi visibili dicono che, a differenza degli altri organi del gruppo più appassionatamente prodiani (dall’Espresso ai numerosi quotidiani locali), il partito di Rep. assicura un appoggio freddo e pensoso al candidato premier.
    Ezio Mauro fa l’uomo di sintesi e si attiene ai principi della dirigenza diessina, tendenza torinese-fassiniana: convinti o rassegnati, Prodi va coperto finché possibile in nome di una comune fede riformista.
    Quanto alla Margherita, si critica senza massacrarla mai.
    Più complesso lo Scalfari pensiero che si stende di volta in volta su Prodi, un misto d’intelletto alto e umori del momento.
    Il Fondatore non disdegnò il manager pubblico quando questi presiedeva l’Iri. Offrì la propria benedizione all’ideatore dell’Ulivo nel ’96 (secondo alcuni illudendosi di assistere al prolungamento di Alleanza democratica in versione liberal-europeista).
    Nel ’98 sopraggiunse la stagione degli equivoci e dei veleni che incoraggiò il doloroso ricambio con D’Alema a palazzo Chigi. Oggi quella di Scalfari è una sofferta partecipazione alle vicissitudini di Prodi. Sul piano politico il Fondatore crede che tra Ds e Margherita sia utile una divisione virtuosa del lavoro: i primi tengano la sinistra, l’altra il centro.Ma per equilibrare il meccanismo nella casa del centrosinistra – pensa Scalfari – è utile un leader che non offra l’impressione di concedere alla Margherita l’esclusiva sul ricco paesaggio collaterale (finanziario e industriale) che si modella attorno al centro moderato. Questo leader, in mancanza d’altro, è Prodi. Verso il quale Scalfari manifesta domenicalmente simpatia politica e, dopo la rottura con Rutelli e Marini, particolare solidarietà.
    Lo ha fatto due domeniche fa con incedere spazientito (“Rutelli non è il solo ad aver mangiato pane e cicoria”;
    “Prodi ha mangiato pane e cioccolata?”).
    Sul piano umano e anche per questioni generazionali, il Fondatore decisamente non prova entusiasmo per Rutelli (semmai parla più volentieri con Ciriaco De Mita). Eppure, nell’ultimo editoriale-fiume di domenica scorsa, Scalfari ha mostrato severità e circospezione anche nei confronti di Prodi, comunque nessuna condiscendenza per gli errori recenti. Riposizionamenti?
    Vai a capire. Perché De Benedetti osserva ancora da lontano Rep. tirare avanti nel suo flebile prodismo.
    CDB intanto coltiva amicizie vecchie e nuove (o si fa avvicinare da ex nemici come il Cav.). Ma da imprenditore qual è, alimenta in sé la speranza di battere Berlusconi senza sottilizzare sul come e anzi con la certezza che i politici invecchino facilmente.
    CDB lascia perfino che i prodiani ingrossino le voci d’un complotto in arrivo con la sua complicità. E lascia che nel Palazzo si diffonda il sillogismo: se CDB vota Margherita come qualcuno giura, e CDB non ama Prodi, se ne deduce che favorisce Rutelli.
    Senza il trasporto riservato a Walter, ma un domani chissà.

    Su il Foglio

    saluti

 

 

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