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Discussione: Card. Martini

  1. #1
    torquemada
    Ospite

    Predefinito Card. Martini

    "Il Foglio": Wojtyla per la guerra giusta e contro l´Apocalisse di Martini


    di Giuliano Ferrara


    (Da "Il Foglio" del 12 dicembre 2001)


    Il capo della Chiesa cattolica ha parlato con linguaggio chiaro e semplice: inequivocabile. La Chiesa di Giovanni Paolo II è contro il terrorismo e, senza smarrire l´orizzonte d´amore del perdono cristiano al quale vincola innanzitutto la coscienza dei credenti, ne denuncia con inusitata durezza il retroterra ideologico fatto di fanatismo e di profanazione del nome di Dio. Per capire, basta leggere il testo integrale del messaggio pontificio per la celebrazione della giornata mondiale della pace.

    Il cardinale arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, la cui diocesi organizza per il 14 dicembre l´ennesima manifestazione di ambiguo pacifismo militante in piazza Duomo, ha parlato per Sant´Ambrogio in modo spiritualmente opposto. Il gesuita ha dato voce a una Chiesa di sinistra, a una Chiesa ideologica la quale perora valori schiettamente politici sotto il manto dell´evangelizzazione universale e all´ombra di una visione in cui uno spirito apocalittico alla Jerry Falwell, il predicatore della moral majority integrista americana, si combina con una denuncia ipocrita, priva di sbocchi morali e di afflato religioso, del capitalismo (specie nella sua versione americana). Per capire, basta leggere il testo dell´omelia del cardinale, pubblicato da "la Repubblica" venerdì 7 dicembre sotto il titolo: "Le nostre complicità".

    Il fulcro del discorso di Martini è la denuncia di una "dismisura" nella risposta della coalizione agli attentati dell´11 settembre. L´arcivescovo si schiera (naturalmente) contro il terrorismo e ammette il principio della legittima difesa, ma questa affermazione preliminare, per chi sappia leggere con animo sgombro da pregiudizi, è un codicillo retorico privo di peso e di sostanza, che occupa poco spazio nella pagina nervosa e nella visione così avara del predicatore ambrosiano, mentre è assolutamente centrale nel discorso del Papa e lo nutre di una grande energia politica e religiosa. Ciò che sta a cuore al cardinale, invece, è ben altro che la denuncia del terrorismo. Il terrorismo, anzi, è da lui inteso come un accidente che cela la sostanza del momento "apocalittico" vissuto oggi dal mondo. Apocalisse è disvelamento, e gli attentati dell´11 settembre, chiamando la reazione "smisurata" degli americani e portando allo "scavalcamento" della legittima difesa in un´ansia di vendetta e di ritorsione, rivelano un mondo che Martini rifiuta con disprezzo. L´Apocalisse è la "rivelazione del male in cui siamo immersi, dell´assurdità di una società il cui dio è il denaro, la cui legge è il successo e il cui tempo è scandito dagli orari di apertura delle borse mondiali. Una società che giunge quasi al ridicolo nella sua ricerca affannosa di investimenti virtuali, di transazioni puramente mediatiche e che pretende di esportare messianicamente questo modo di vedere in tutto il mondo".

    La pace di Martini è, seguendo il filo della sua omelia, il bene di una "umanità nuova" (formule rozze da propaganda cominternista latinoamericana, altro che Nuova Alleanza), che si definisce in opposizione ai beni della "famiglia, del clan, della tribù, della razza, dell´etnia, del movimento, del partito, della nazione". Niente come questo mettere sullo stesso piano nazione e tribù, famiglia e razza, dimostra le difficoltà, le aporie e il nullismo di una pedagogia che non ti spiega come si difenda la "nuova umanità" dagli agguati dei nemici della pace e dell´umanità stessa. Il Papa definisce "crimini contro l´umanità" le azioni terroristiche, nega che esse possano spiegarsi, se non con atto blasfemo, attraverso le ingiustizie del mondo, e loda apertamente le azioni umane che impongono un "risarcimento", che portano anche con la guerra giusta una "pace nella giustizia" (ricordate lo slogan della manifestazione del 10 novembre, cari amici novembristi?); il cardinal Martini, invece, vede il male, l´incomprensione, l´aggressività, il disconoscimento dei valori dell´umanità nella vita ordinaria del mondo occidentale, nelle vite di coloro che al World Trade Center vivevano l´11 settembre una "giornata scandita dall´orario di apertura delle borse", per procacciarsi il pane e per finanziare con le loro "transazioni mediatiche" il più gigantesco, per quanto squilibrato e riformabile, programma di sviluppo del mondo (chiamato "globalizzazione").

    Martini, con i suoi corifei laici, non si rende conto delle cose semplici che il Papa indica a dito con parole di cristallo. La Pace non è solo una "superstoria", formula martiniana, e dunque una visione della salvezza, è bensì anche, come dice Agostino "tranquillitas ordinis", è "frutto della giustizia, virtù morale e garanzia legale che vigila sul pieno rispetto dei diritti e dei doveri e sull´equa distribuzione di benefici ed oneri". La giustizia umana è un valore dalla parte del quale la Chiesa di Giovanni Paolo II milita, al contrario di quella del cardinal Martini, ed essendo imperfetta implica di essere "completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati".

    Questa sì che è una predica universale, questo sì che è il posto nel mondo di una grande Chiesa capace di messaggio, ma al tempo stesso in grado di contribuire, contro le ipocrisie politicamente corrette, a una via d´uscita per le nazioni e gli Stati, per chi ha la dolorosa responsabilità del governo e della decisione politica. Anche il Papa dubita del capitalismo come sistema e come orizzonte della storia, e meno male; ma non confonde il giudizio di valore sulla società con la denuncia del "messianesimo" imperiale degli americani che, secondo Martini, scristianizzerebbero il mondo per imporgli il loro modello con una guerra ingiusta. Follia nullista, che avrà la sua replica il 14 dicembre sul povero sagrato del Duomo di Ambrogio. Wojtyla per la guerra giusta e contro l´Apocalisse di Martini.

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  2. #2
    torquemada
    Ospite

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    Socci: Il cardinale in originale è peggio che su Repubblica (o anche meglio)
    Lettura molto diffidente di un discorso

    di Antonio Socci


    (Da "Il Foglio" del 19 dicembre 2001)


    Il discorso originale fatto il 6 dicembre dal cardinal Martini è perfino peggiore del riassunto fattone da Repubblica. Però anche migliore. Perché c´è tutto e il contrario di tutto, eccetto la stringente logica aristotelicotomista. C´è una pesantissima e netta condanna del terrorismo e del fanatismo, ma anche l´equidistanza fra Bush e bin Laden, c´è il riconoscimento del diritto alla legittima difesa e la critica pratica dell´intervento americano, insieme a una sorta di condanna metafisica dell´Occidente che somiglia a una fatwa islamica. Gesuitismo, dirà qualche maligno. O martinismo?

    Una pagina del vangelo di Luca (13, 15) è usata come testo chiave. In essa si parla di alcuni galilei che furono uccisi dai soldati di Pilato mentre stavano offrendo i loro sacrifici al Tempio. Un episodio storicamente tanto oscuro che alcuni testi lo attribuiscono a Erode. Ma Martini non ha dubbi, fa di quei galilei dei "terroristi disposti al sacrificio supremo" e definisce la risposta "una strage di Stato voluta dal rappresentante dell´imperatore e per di più perpetrata nel luogo sacro del Tempio".

    E´ una forzatura. Oltretutto, a prenderla per buona, sembra assurdo accostare una patriottica ribellione contro le truppe d´occupazione romane, alla immotivata strage di civili innocenti perpetrata a New York dai terroristi islamici. Né si può accostare la repressione sanguinosa fatta da Pilato, per di più nel Tempio, alla legittima difesa degli Stati Uniti contro Al Qaida. Nel primo caso infatti erano stati i romani a dichiarar guerra e a occupare uno Stato libero. Nel secondo sono stati i terroristi a dichiarar guerra agli Stati Uniti.

    Su questo parallelo storico abusivo Martini costruisce il suo discorso.

    Poi va a vedere come Ambrogio giudica la "strage di Stato" dell´Impero e dice: "Noto un particolare curioso. S. Ambrogio, che pure commenta con accuratezza e talora con pedanteria l´intero terzo Vangelo, su tale punto è reticente. Sorvolando su qualunque sentimento antiromano che poteva risultare dal crimine di Pilato, si limita a un´affermazione marginaleÉ".

    In sostanza il cardinale di Milano afferma che sant´Ambrogio fu talora "pedante" e a proposito di quella pagina del Vangelo "reticente" e - par di capire opportunista dal punto di vista politico. Una sciabolata passata inosservata, davvero sorprendente visto che Ambrogio è un grande Padre della Chiesa ed è il simbolo stesso della Chiesa milanese.

    Ma c´è di più. A rigor di logica quell´accusa dovrebbe finire pure a carico di Gesù. Anch´egli infatti, come Ambrogio, evita di scagliarsi contro i romani, che poi sarebbero gli americani del tempo nell´affresco martiniano. Gesù non pronuncia una parola contro Pilato e non inveisce parlando di "strage di Stato". Il cardinale definisce "sconcertante e inedito il comportamento di Gesù". E aggiunge: "Ciò può sorprendere, deludere, turbare".

    Sembrerebbe su una via senza uscita. Ma il gesuita vi si sottrae con un magistrale rovesciamento. Siccome Gesù non condanna neanche quei galilei significa che è super partes. Il lettore pensa che dunque oggi sarebbe equidistante fra vittime e carnefici. A questo punto il ragionamento, già viziato dalla forzata ricostruzione dell´episodio e dall´improprio paragone storico, si perde nella pura fantasia. Infatti a Gesù non era stato richiesto un giudizio politico su Pilato o i "terroristi", ma una spiegazione teologica sul nesso sciagurepeccati.

    A quel tempo infatti era molto diffusa l´idea che il dolore fosse dovuto ai peccati commessi dalla vittima o dai genitori. Allora Gesù afferma che le cose non stanno così. Ricorda "quei diciotto sopra i quali rovinò la torre di Siloe" e anche in questo caso spiega che essi "non erano più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme". Stesso concetto esprime parlando del cieco nato e spiegando che non c´era una colpa sua o dei genitori. Intendeva dire che non c´è relazione fra sciagure subite e peccati personali commessi. Il male, la morte e il dolore sono entrati nel mondo con il peccato originale, e nessuno - a partire dai giusti - può ritenersene esente perché è la comune condizione umana. Si tratta dunque di un giudizio teologico sull´origine del dolore, non c´entra nulla l´equidistanza politica.

    Ma nel discorso del cardinale si sovrappongono le due cose. Così al peccato originale, che è un mistero metastorico, viene attribuito un contenuto storicosociale. "Gli sforzi umani di distruggere il male con la forza delle armi" dice il prelato "non avranno mai un effetto duraturo se non si prenderà seriamente coscienza di come le cause profonde del male stanno dentro, nel cuore e nella vita di ogni per Branco? No grazie Dai maschi mi guardi Iddio che dalle femmine mi guardo io Soncini strappa il burqa rosa "Adesso che possiamo scegliere, torniamo in cucina: farsi mantenere è bello" sona, etnia, nazione, istituzione che è connivente con l´ingiustizia".

    E giù con le solite citazioni e i dati sui ricchi e i poveri. Quella che per Gesù è la condizione decaduta di ogni essere umano di ogni tempo, da Adamo fino alla fine dei tempi, diventa per Martini la condizione prodotta dal capitalismo occidentale di oggi, il quale dunque, avendo prodotto il "peccato originale", finisce per identificarsi con Satana.

    Infatti poi Martini evoca l´ "apocalisse" come "rivelazione del male in cui siamo immersi, dell´assurdità di una società il cui dio è il denaro, la cui legge è il successo e il cui tempo è scandito dagli orari di apertura delle Borse mondiali". Proprio come l´Anticristo, anche il capitalismo avrebbe pretese "messianiche".

    Basterebbe dunque abbattere il capitalismo per cancellare il peccato originale e avere il paradiso in terra. Ma il cardinale non è un ingenuo e si sottrae di nuovo alla via senza uscita, subito aggiungendo che c´è un po´ di male anche negli altri regimi, sia pure non precisati, e tutti sono un po´ colpevoli, non solo l´Occidente. Infine conclude con un fervorino evangelico, un invito al dialogo interreligioso, una messa in guardia dal "consumismo prenatalizio" e perfino un elogio dell´ "autonomia scolastica". Manca qualche pillola di buon senso sull´euro e sul ghiaccio nelle strade di questi giorni.

    Un discorso in cui emerge irrisolto il grande problema - in cui si dibatte tanto mondo cattolico - del rapporto fra natura e grazia. Quello che Agostino aveva ben chiaro spiegando la distinzione fra le due città e fondando la sana laicità dell´ordine terreno. Come illustra splendidamente il passo della Città di Dio citato, non a caso, nel discorso del Papa per la Giornata della pace.

  3. #3
    torquemada
    Ospite

    Predefinito

    RIFORMA DELLA CHIESA: UN TEMA CON PERMESSO DI CIRCOLAZIONE
    DOC-1339. ROMA-ADISTA. Fino a qualche anno fa, l'esigenza di una riforma della Chiesa era avvertita soprattutto a livello di base, innanzitutto laica. Era, per lo meno, la base ecclesiale a dar voce a questa esigenza. A partire dal 1995, con una serie di iniziative (Petizione Chiesa-Popolo, Noi siamo Chiesa, Sinodo delle Donne), i laici si sono rivolti alle più alte istanze chiedendo dialogo e manifestando il loro punto di vista su vari temi e situazioni: nomina dei vescovi, morale sessuale, sacramenti ai divorziati risposati, celibato obbligatorio dei preti, sacerdozio alle donne, ecc. Poi, il sogno di un'assise fraterna per affrontare una crisi che è sotto gli occhi di tutti è stato sognato dal card. Carlo Maria Martini: quasi un Concilio fu quello che invocò nel 1999 al Sinodo per l'Europa (v. Adista n. 73/99) per affrontare alcuni dei temi già proposti dalla base laicale. Decisamente un Concilio Vaticano III fu quanto chiesero l'anno scorso alcuni vescovi del Sud del mondo (v. Adista n. 33/02) che firmarono, insieme ad altre personalità (una cinquantina in tutto), una lettera inviata a Giovanni Paolo II.
    Dunque, da samizdat quale sembrava all'inizio, la questione di una nuova assise conciliare, pur se in forma tutta da inventare, e precisamente sui temi maggiormente sentiti dalla base ecclesiale, ha ora una sorta di "permesso di circolazione" in ambienti ecclesiali "ufficiali". Su "Vita pastorale", mensile dei religiosi paolini, è mons. Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia, ad avanzarne la necessità. Riproduciamo il suo articolo qua sotto, seguito da un analogo scritto di don Dino D'Aloia, di San Severo di Foggia.



    LA CHIESA HA BISOGNO DI UN VATICANO III?
    Di mons. Giuseppe Casale
    Da "Vita pastorale" di marzo 2003

    Il dibattito sull'opportunità di convocare un concilio ecumenico, a quarant'anni di distanza dal Vaticano II, non ha avuto in Italia un'eco adeguata all'importanza del tema. L'accenno, fatto dal cardinale Carlo Maria Martini durante il Sinodo per l'Europa, è svanito come un "sogno" (1). Né sorte diversa è toccata a incontri e documenti che hanno come protagonisti vescovi, teologi, studiosi, soprattutto dell'area ispano-brasiliana. In Italia ci siamo limitati a rievocazioni di tipo celebrativo, più preoccupate di correggere quelle che sembravano inesatte interpretazioni del Concilio (2), che proiettate a coglierne le implicazioni per un rinnovato impegno della Chiesa sulle frontiere di un mondo in rapido e profondo cambiamento.
    Il problema di fondo, a mio parere, non è di verificare se abbiamo attuato tutte le indicazioni del Concilio. Ma se ne abbiamo portato avanti lo spirito. Che non è quello di racchiuderci nella cittadella ecclesiale, erigendo nuovi baluardi, ma di intensificare la comunione ecclesiale all'interno e l'inserimento nella vita degli uomini, all'esterno. Si possono istituire consigli presbiterali e pastorali, secondo le norme del Concilio, che, nella sostanza, non ne assumono lo spirito. Restando, più o meno, immutati i rapporti vescovo-preti, clero-laici. Si tratta, dunque, di rivivere quella meravigliosa stagione, che caratterizzò gli anni del Concilio e del post-Concilio, senza rimpianti o timori. Con una grande fiducia nel cammino del popolo di Dio, che è maturo per assumere le sue responsabilità in una Chiesa al servizio del mondo.
    Per questo, la collegialità, a ogni livello, deve essere vissuta pienamente e senza paura di svilupparne tutte le implicazioni. Non ha senso indugiare nella difesa di privilegi o di prerogative. Bisogna condurre avanti la riflessione sulla collegialità, cogliendone tutta la fecondità per la vita della Chiesa. Non debbono prevalere atteggiamenti di timore, di conservazione. La tradizione più autentica ci spinge a recuperare quella corale partecipazione di tutto il popolo di Dio nella conservazione e nella crescita della fede.
    Ciò vale soprattutto nel rapporto tra collegialità episcopale e primato del papa. È necessario che il "servizio petrino", essenziale per l'autentica collegialità, non sia esercitato a mo' di direzione centralistica, ma di animazione autorevole e fraterna per l'unità e la crescita di tutto il corpo ecclesiale. La Chiesa non è una multinazionale con sedi decentrate, destinate a essere sorvegliate e controllate dall'alto. La mirabile comunione delle Chiese locali con la Sede di Pietro esprime e realizza l'unità di fede e di opere in una donazione reciproca, che garantisce la fedeltà al Vangelo e l'inculturazione della fede. Lo stesso Giovanni Paolo II ha chiesto di essere aiutato nel portare avanti la riflessione sull'esercizio del primato, affinché questo ministero possa realizzarsi come servizio d'amore, riconosciuto e vissuto nella Chiesa e nei rapporti con le altre comunità cristiane (3). Ormai, sono da ritenere superate quelle paure che, all'epoca della redazione della Lumen gentium, resero necessaria la famosa "Nota previa", quasi a fugare ogni rischio di pensare a una collegialità episcopale senza o contro il papa. Oggi, tale rapporto si vive in clima diverso. E un franco dibattito, in una sede, qual è quella di un concilio, autorevole e sostenuta dalla forza dello Spirito, troverebbe soluzioni in grado di esprimere al meglio l'armonia di quelle che non sono antitesi, ma antinomie. Cioè, aspetti di una realtà ricca e complessa, qual è la Chiesa, nel suo duplice aspetto, misterico e storico.
    Passi verso una maggiore collegialità sono stati compiuti. Ma non bastano. Bisogna sciogliere ancora alcuni nodi: la nomina dei vescovi, il ruolo della curia romana, le relazioni con le altre confessioni cristiane, il dialogo interreligioso, per fare alcuni tra gli esempi di maggior rilievo. In alcune lezioni - tenute a noi assistenti centrali di Azione cattolica nel lontano ottobre 1966 e di cui conservo gelosamente le note - don Giuseppe Dossetti, tra gli altri interrogativi, poneva proprio quello riguardante la curia romana; se, cioè, essa oltre a poteri amministrativi, potesse avere anche poteri legislativi e normativi. Egli riteneva che la funzione normativa dovesse essere esercitata dal papa con la partecipazione del collegio episcopale. Non si tratta di discutere se il pontefice debba avere o no dei collaboratori, ma di esaminare la teologia del primato per sapere a chi e in che misura teologicamente tale potere sia partecipabile. Certo, dopo il Vaticano II si sono fatti passi avanti, soprattutto con l'inserimento di vescovi diocesani nella curia romana e con l'istituzione del Sinodo dei vescovi. Ma, non bastano più frequenti contatti tra vescovi e curia romana per esprimere pienamente la collegialità. Un concilio ecumenico, in cui i vescovi sono maestri e legislatori insieme col papa (cum et sub Petro) è l'istanza che meglio risponde alla natura stessa della Chiesa e che consentirebbe di affrontare e risolvere, nella verità e nella carità, i problemi che oggi si pongono. E che non conviene ignorare o reprimere con atti autoritari. Sale dalla vita delle comunità cristiane una profonda esigenza di comunione, che va guidata e condotta a piena maturità. Perché la Chiesa adempia alla sua missione di sacramento di salvezza del mondo intero.

    * Monsignor Giuseppe Casale è arcivescovo emerito di Foggia-Bovino

    Note
    (1) Il cardinale Martini affermava: "Siamo indotti a interrogarci se, quarant'anni dopo l'indizione del Vaticano II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell'utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in questo quarantennio".
    (2) In questa direzione sono andate alcune critiche alla riforma liturgica del Vaticano II, su cui padre Falsini ha fatto opportune puntualizzazioni su questa rivista (cfr. interventi di aprile, pp. 47-48, e maggio 2001, pp. 50-51, e gennaio 2003, pp. 42-46). Più preoccupante, a mio parere, il tentativo di un ritorno indietro sul piano catechistico, compiuto da una rivista cattolica (articolo di C. Cappelletti su Trenta Giorni del dicembre 2000), con un giudizio negativo sul rinnovamento catechistico voluto dalla Cei e la pubblicazione di testi di catechismo di cinquant'anni fa, ancora fermi a un'impostazione mnemonico-dottrinale.
    (3) Proprio Giovanni Paolo II afferma: "Lo Spirito Santo ci doni la sua luce e illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero (il primato) possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri. Compito immane, che non possiamo rifiutare e che non posso portare a termine da solo" (Ut unum sint, nn. 95-96).



    IL SOGNO DEL CARDINAL MARTINI E UNA NUOVA RIFORMA NELLA CHIESA
    di Dino d'Aloia *

    Il 7 aprile 1999 il gesuita Carlo Maria Martini, allora vescovo di Milano, partecipando al Sinodo dei vescovi europei, tenutosi in Vaticano dall'1 al 23 ottobre, ebbe ad esprimere un suo grande sogno: l'apertura di una esperienza di confronto universale tra i vescovi, che potesse contribuire, a suo avviso, a sciogliere alcuni nodi disciplinari e dottrinali che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo. Per comprendere quali siano le questioni in ballo citiamo testualmente le sue parole: "Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell'ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla cura d'anime nel suo territorio con sufficiente numero di ministri del vangelo e dell'eucaristia. Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell'Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale".
    Come si può notare, le parole del cardinale sono piuttosto felpate, cioè dicono e non dicono. Proviamo a renderle un tantino più esplicite e comprensibili al grande pubblico. In quelle parole si indica il bisogno di ritornare su alcuni grandi temi:

    a) Le relazioni comunionali all'interno della Chiesa vista come Popolo di Dio dal Concilio Vaticano II e il rapporto del clero e dei laici, non più concepito in termini di subordinazione ma di mutua collaborazione.

    b) Il primato del servizio del Papa e la partecipazione collegiale dei vescovi alla guida del popolo di Dio. Nel Nuovo Testamento infatti vediamo che Pietro non decide da solo ma insieme ai Dodici (cfr. At 6,12; At 15: il famoso Concilio di Gerusalemme). Anzi Pietro, il primo Papa, dovette persino difendersi dalle contestazioni degli Apostoli e di altri fratelli in At 11,1-18, e sentire il rimprovero aperto e pesante di Paolo per il suo comportamento con i non circoncisi (Gal 2,11-14). Pietro non era quindi infallibile, correggeva e veniva corretto da altri.

    c) La grande difficoltà di garantire a tutti i cristiani regolarmente la celebrazione eucaristica a causa della carenza di preti soprattutto in quelle parti del mondo, ad esempio Zaire ed Africa Equatoriale, in cui il celibato non è accettabile per radicati motivi dalla cultura locale. Perché continuare ad imporre il celibato ai preti se con grande evidenza Gesù, pur essendo lui stesso celibe, ha scelto al suo seguito anche Apostoli sposati, tra cui il loro capo Pietro, che, come sappiamo dal vangelo, aveva una suocera guarita da Gesù (cfr. Mt 8,14-15), e che anche nei suoi viaggi apostolici portava con sé la moglie (1Cor 9,5)? Paolo era celibe (cfr. 1Cor 7,7), ma nelle lettere pastorali approva molto chiaramente il matrimonio dei vescovi e dei preti (cfr. 1Tm 3,2-5; Tt 1,6). Il prete insomma liberamente poteva accogliere il dono del celibato o del matrimonio. E, stranamente, lo stesso nostro Papa ammette ancora oggi il matrimonio dei preti nei territori dei riti orientali della Chiesa cattolica (Codice dei Canoni delle Chiese Orientali del 1990, can. 373: "…deve essere tenuto in onore lo stato dei chierici uniti in matrimonio"), e lo proibisce con forza nei territori, come il nostro, di rito latino (Codice di Diritto Canonico del 1984, can. 277: "I chierici sono tenuti all'obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato…"). È difficile da credere che sia lo stesso Papa ad aver approvato cose così diverse! Perché approvare una cosa in una zona e negare la stessa cosa in un'altra? Se una cosa è sbagliata, o è giusta, lo è per tutti, e non per alcuni sì ed altri no!

    d) La partecipazione sempre più attiva della donna nella vita della Chiesa sia in base a una recuperata coscienza odierna della pari dignità della donna e delle sue opportunità, sia in base a una migliore conoscenza del ruolo svolto dalla donna stessa nel Nuovo Testamento che ne cita diverse con differenti titoli: la diaconessa Febe, in Rom 16,1; profetesse, in At 21,9; l'apostola Giunia, in Rm 16,7; Evodia e Sintiche nominate da Paolo come sue collaboratrici, in Fil 4,2-3. Non sappiamo a cosa corrispondono esattamente quei titoli, ma di certo le donne in alcune comunità avevano un ruolo importante e riconosciuto. Il cardinale Martini qualche anno fa propose l'accesso al diaconato alle donne. La Chiesa anglicana ha ammesso le donne al sacerdozio. Noi potremmo certamente discuterne ancora.

    e) La sessualità, alla luce della riscoperta concezione positiva della stessa, nell'ottica del libro biblico del Cantico dei Cantici. La questione della contraccezione, all'interno dell'attuale vita di coppia e con le difficoltà imposte dall'attuale sistema sociale ed economico, potrebbe essere affrontata in modo leggermente diverso da quanto fece la Humanae Vitae di Paolo VI. Molte coppie cristiane oggi vi fanno ricorso, e non certamente sempre per capricci o per motivi futili ma, a volte, per un forte senso di responsabilità. A mio avviso anche sul tema della omosessualità bisognerebbe cominciare a parlare all'interno della Chiesa in modo meno astratto e ideologico, in ascolto innanzitutto delle concrete storie di vita dei gay.

    f) La disciplina attuale del matrimonio, in quanto sviluppo di una prassi antica, che, secondo alcuni recenti studi, all'interno di un'ottica più pastorale e meno burocratica di quella attuale, cercava di favorire in tutti i modi la stabilità matrimoniale, ma in caso di grave disordine e infedeltà, anche di uno solo dei due coniugi, concedeva la possibilità del ripudio, sulla base di Mt 5,32 e Mt 19,9, e la possibilità, dopo un dovuto percorso penitenziale per chi era considerato colpevole, di accedere a seconde nozze cristiane con un altro uomo o un'altra donna. Questa prassi che sembra sia stata la norma nell'antica Chiesa dei primi quattro secoli, è quella ancora attualmente seguita dalla Chiesa Ortodossa e da diverse Chiese protestanti.

    g) Il modo attuale in cui la Chiesa celebra la remissione dei peccati e in particolare il Sacramento della Penitenza. Anticamente, cioè nei primi sette secoli, il sacramento della Riconciliazione si celebrava una sola volta nella vita, in seguito a un peccato davvero grave, cioè a omicidio, apostasia, adulterio; era considerato il secondo battesimo, e si riceveva dopo essere stati sottoposti ad una lunga penitenza, che durava da uno a sette anni. Dopo il sesto secolo la antica pratica penitenziale è stata sostituita gradualmente dalla penitenza reiterata che è la pratica che noi oggi usiamo, con la relativa confessione individuale. Visto il modo banalizzato in cui oggi molti vivono questo sacramento, nulla vieta alla Chiesa di riprendere gli aspetti migliori della prassi antica, che certamente favorivano di più il collegamento tra sacramento e cambiamento di vita. Gesù ha dato agli apostoli il mandato di rimettere i peccati, e non necessariamente di confessare le persone una per una, una volta ogni mese o ogni anno, come facciamo attualmente in tanta parte della Chiesa cattolica, eccetto quelle terre, in cui, per mancanza di preti, si celebra anche oggi la assoluzione comunitaria.

    h) L'ecumenismo. Questo grande sogno e questa grande speranza fortemente esplosa al Concilio Vaticano II, oggi certamente stanno vivendo una chiara battuta d'arresto. Dopo gli entusiasmanti inizi il movimento ecumenico sembra arenato. Pare prevalere, anche da parte cattolica, l'atteggiamento difensivo e proselitistico, piuttosto che quello della politica dei piccoli passi, con cui, nella preghiera e nell'ascolto reciproco, si possa ritornare alle radici comuni che ci hanno uniti per tanti secoli. E poi, più volte nei documenti cattolici sta ritornando forte l'idea che non gli altri, ma noi, abbiamo la maggiore pienezza della verità. Con una impostazione simile nessuno avrà tanta voglia di mettersi a dialogare con noi, perché gli sembrerà tempo perso. E non avrà tutti i torti! Le altre confessioni cristiane, e anche le altre religioni, non hanno voglia di dialogare con chi pensa di avere più pienezza di loro. In più, oggi, ogni Chiesa dovrebbe comprendere che il dialogo ecumenico ed interreligioso sono un'assoluta priorità, anche per gli scenari internazionali che si aprono dinanzi a noi. Infatti, come spesso H. Küng ama ripetere, non ci sarà nessuna vera pace nel nostro futuro, senza un vero dialogo tra le religioni mondiali. Ecco cosa ci aspetta: o il dialogo, o la guerra.

    i) Rapporto tra leggi civili e leggi morali. Questo è un altro delicatissimo argomento che ha a che fare con il fatto che i cristiani vivono in un mondo abitato evidentemente anche da non cristiani e da persone che appartengono a fedi diverse o non si riconoscono in nessuna. E ciò che loro possono ritenere per giusto in campo etico può non essere condiviso dagli altri. Allora diventa importante per loro non abdicare al compito di annunciare ciò in cui credono per fede, senza per questo imporlo legislativamente ad altri che condividono altre fedi e posizioni ideologiche. Solo così potranno a buon diritto invocare il rispetto per le proprie scelte etiche e religiose quando abitano in terre di cultura non cristiana e sanno sulla propria pelle cosa voglia dire essere in minoranza.

    Dopo aver commentato il sogno di Martini, magari con qualche interpretazione un po' "mia", possiamo domandarci come mai un illuminato uomo di Chiesa come lui abbia deciso, quasi al termine del suo servizio episcopale, di fare un'uscita così forte. A mio avviso ha ben visto il fatto che, per dirla con un'immagine familiare a tutti, l'acqua in pentola ormai bolle davvero, cioè che ci sono delle questioni assolutamente urgenti da affrontare, con apertura di cuore e con grande fiducia in Dio. Ci vuol coraggio, e tanto amore per gli uomini del nostro tempo, altrimenti la Chiesa rischia di non dire più niente a nessuno e di cadere nella totale insignificanza. Chi vuol mettere la testa sotto la sabbia per non vedere, magari è in buona fede, ma, a mio avviso, non sta preparando un futuro roseo per la sua amata Chiesa. E comunque non invochi subito la malafede o il poco amore per la Chiesa stessa verso coloro che desiderano dibattito e rinnovamento, perché può darsi che qualche buona intenzione ce l'abbiano pure loro! Se si hanno idee diverse, non è detto che non ci si possa ascoltare vicendevolmente come fratelli. In fondo lavoriamo per la stessa causa.
    La ricerca e il dialogo, a mio avviso, devono essere allargati a tutti, secondo le possibilità di ciascuno. Perché mai questa ricerca dovrebbe svolgersi soltanto tra teologi, vescovi e addetti ai lavori? E perché mai il fruttivendolo, mia madre, l'infermiere, il professore universitario e il giovane non avrebbero cose belle da dire o da insegnare? Gesù diceva che ciò che conta essenzialmente per conoscere Dio, è l'essere puri di cuore (Mt 5,8). Ovviamente questo processo non è semplice, andrà fatto con saggezza, rispettando i diversi livelli e le diverse competenze, ma non può essere evitato. Altrimenti continueremmo ad avere una Chiesa medioevale, divisa in due parti: la gerarchia che insegna infallibilmente e tutti gli altri che sono infallibili solo quando obbediscono. Ma questo modello di Chiesa è finito, va sepolto. Oggi tutti studiano, hanno capacità critica, vogliono partecipare in prima persona ed essere trattati da adulti, altrimenti, anche se conservano il riferimento al loro Gesù, in Chiesa non ci mettono più piede.
    So bene che ad alcuni fratelli questo mio articolo risulterà indigesto e privo di prudenza. Questa virtù è importante. S. Tommaso d'Aquino la definiva come "la giusta considerazione delle conseguenze che derivano dalle proprie azioni". Se invece per prudenza si intende una tacito sospetto e ostilità davanti al nuovo, allora, a mio avviso, trasformiamo una virtù in un vizio e facciamo dello stesso Gesù il primo degli imprudenti. Ora, io credo che di questo tipo di prudenza, proprio non ne abbiamo bisogno nella Chiesa, perché è solo una brutta malattia di cui si può anche morire!

  4. #4
    torquemada
    Ospite

    Predefinito

    Donne prete scomunicate dal vaticano:
    La scomunica delle donne prete e’ un atto di "razzismo religioso"

    Ccomunicato stampa del Centro Studi Teologici di Milano



    di prof. Giovanni Felice Mapelli

    Grave la decisione del vaticano- a fronte di tante belle parole sulla "dignità della donna" si calpesta di fatto la sua specificità e si esclude la femminilità dai carismi e dai ministeri ordinati. Non ci sono ragioni teologiche per escludere oggi le donne dal ministero se non nel pervicace maschilismo interpretativo delle scritture- con ratzinger non c’é dialogo ma sordità.


    NOTA DIRAMATA ALLE AUTORITA’ VATICANE E AI VESCOVI DELLA CEI-
    La vicenda delle sette donne ordinate dal Vescovo Romulo Antonio Braschi in Austria e scomunicate dal Cardinale Ratzinger (al di là della validità effettiva dell’ordinazione che dipenderebbe dallo stato dell’ordinante quale episcopo autentico, per la successione apostolica) è una vicenda che ha radici molto lontane nel tempo: è infatti dagli anni del dopo Concilio che molti Teologi e Vescovi chiedevano la revisione dell’ anacronistica esclusione delle donne dai ministeri ordinati.
    In realtà ogni discussione teologica seguita al Concilio, da Paolo VI in poi fino all’attualee pontefice, ha sempre dovuto fare i conti con il maschilismo opprimente della Curia vaticana e della Congregazione per la Dottrina della fede : ciò che più stupisce è il tentativo di far dipendere tale esclusione dalla Parola stessa di Dio e dalla volontà stessa del Cristo.
    Proprio Papa Wojtyla aveva scritto una Lettera , la "MULIERIS DIGNITATEM", la Dignità della donna, una sorta di generico panegirico delle qualità femminili, per poi in realtà negare tutto alle donne sul piano dei ministeri ecclesiali.
    Questa negazione viene giustificata come voluta da Dio!....
    Infatti per discolparsi il cardinal Ratzinger afferma "che alla Chiesa non è dato modificare le norme fondamentali istituite dal suo fondatore..."
    Stessa cosa si dice dei Gay e delle Lesbiche, che essendo condannati dai testi sacri di un’epoca risalente a circa quattromila anni fa’ , alla Chiesa "non è dato in nessun modo modificare" a favore di un esercizio dell’affettivitòà e sessualità.
    Ma questa motivazione- affermano nella nota diramata alle Autorità vaticane e ai Vescovi- i Teologi del CENTRO STUDI TEOLOGICI- è errata sia sotto il profilo dogmatico ,sia sotto l’aspetto esegetico , poichè non vi può essere diretta conoscenza di ciò che Dio e Cristo intendevano indicare-una volta per tutte- alla Chiesa nella storia umana,ogni norma seguendo l’evoluzione dei tempi è relativa, poichè ogni epoca ha i suoi punti di riferimento culturali e le sue categorie di inclusione ed esclusione, che oggi sono completamente ribaltati.
    Il giustificare con la "volontà divina" l’esclusione della donna, che in realtà è dovuta alla lettura maschilista delle sacre scritture, nate in contesto umano e in un’epoca che era essa stessa maschilista, è un atto profondamente "disonesto", sia dal punto di vista teologico che interpretativo ed ecclesiale.
    Infatti la discrimminazione analoga, nella Bibbia, delle persone di colore che erano "figli di Cam" (uno dei figli del patriarca Noè), e quindi discendenti maledetti e "neri", è caduta da tempo, nè il Papa o Ratzinger si sognerebbero di ripristinarla!
    Ma ciò che vale per i neri,oggi,non vale per le donne e per i gay o le lesbiche che sono ancora discriminati e ritenuti "inferiori" o "diversi" per decisione divina.
    Va ricordato poi che nelle comunità primitive dei cristiani erano previste le figure del diaconato femminile, accanto a quelle maschili (i sette diaconi- cui il numero delle ordinate in Austria fa’ riferimento)
    (vedi Atti degli Apostoli) e che lo scontro con il "sacerdozio sacramentale" che esclude le donne, si deve alla visione sacrale, vicina all’Antico Testamento (i Leviti del tempio ebraico)- maschile e patriarcale- piuttosto che a Cristo, e che distingue la Chiesa Cattolica da quelle Riformate (evangelica, luterana, valdese ecc.) il cui servizio non ha mantenuto questa impostazione gerarchica e sacrale, ma l’accento di "servizio " alla comunità.
    Le donne dunque nelle Chiese riformate hanno la stessa dignità dei maschi e accedono agli stessi carsimi di servizio e di presidenza della comunità cristiana.
    Non è l’elemento sessuale-biologico che decide l’ammissione dei candidati.
    Purtoppo mentre altri hanno il burqa ,per i cattolici persiste questa esclusione anacronistica.
    Quando alcuni Vescovi e persino cardinali (ad esempio il card. Martini con altri Vescovi europei del Nord)avevano proposto almeno l’ammissione al diaconato per le donne, sono stati fatti oggetto di feroci attacchi e di isolamento.
    I TEOLOGI DI MILANO SI CHIEDONO,QUALE CHIESA VIENE AVANTI PER GLI ANNI DUEMILA?!
    SI DOVEVA ALMENO TROVARE QUALCHE VIA DI DIALOGO E DI COMUNICAZIONE POSITIVA ANZICHE’ L’INTERDETTO.
    IL VATICANO PERSISTE DUNQUE NELLA SUA OPPRESSIONE ED ESCLUSIONE DELLA DONNA, POICHE’ DANDO IL MALESEMPIO PER PRIMO, FAVORISCE LA DISCRIMINAZIONE DELLA DONNA NEGLI AMBITI SOCIALI DELLA STESSA VITA CIVILE.

    COMITATO DIRETTIVO DEI TEOLOGI
    Prof. Giovanni Felice Mapelli
    ***********************
    CENTRO ECUMENICO
    Via Varese,10
    20121 MILANO
    tel.339.52.800.21
    fax 02.90.96.5449
    centrostuditeologici@tiscali.it

 

 

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