MEDICINA
Staminali ad hoc
di SARA CAPOGROSSI COLOGNESI (fonte: Boiler)

MENTRE in Italia si avvicina il referendum sulla riproduzione assistita e l’uso delle cellule staminali embrionali, altri paesi già da tempo si sono lanciati nell’impresa di una clonazione terapeutica che possa fornire materiale in grado di risolvere patologie umane. Ed è di questi giorni l’annuncio su Science degli straordinari risultati ottenuti in Corea, dove alcuni ricercatori guidati da Woo Suk Hwang, professore della Seoul National University, hanno creato 11 linee di cellule staminali embrionali umane attraverso il trasferimento dei nuclei, disegnate appositamente per essere compatibili con il Dna nucleare dei pazienti. «Ciò che lo studio dimostra è che si possono ottenere cellule staminali specifiche per i pazienti, a prescindere dell’età o dal sesso; e queste cellule sono geneticamente compatibili a quelle del donatore», spiega Gerald Schatten professore della University of Pittsburgh School of Medicine e coautore dello studio coreano. «Se possono essere usate in modo sicuro nei trapianti, si avvicina la prospettiva di trattamenti – forse cure – di malattie devastanti».

Il nome Hwang non è certo una novità nel mondo della genetica: fu lui che nel febbraio 2004 annunciò la prima clonazione di una linea di cellule staminali embrionali all’incontro dell’Association for the Advancement of Science a Seattle. E in un solo anno i progressi sono stati impressionanti. I ricercatori hanno sostituito i nuclei di 185 oociti donati da volontarie, con i nuclei estratti da cellule non riproduttive fornite da pazienti anch’essi volontari. Gli oociti (con il materiale genetico del paziente) vengono lasciati sviluppare fino allo stadio di blastocisti (stadio primario dello sviluppo embrionale). A questo punto si possono prelevare le cellule staminali dalla massa centrale della blastocisti, staminali che mostrano compatibilità immunologia con quelle del paziente.
In tutto sono state ottenute 11 linee di cellule staminali: un’efficienza 10 volte maggiore di quella degli esperimenti del 2004.

Prima che questi risultati abbiano riscontri immediati in medicina, bisognerà procedere con cautela avvertono gli studiosi. Le linee derivate da pazienti malati mostreranno caratteristiche del morbo e non saranno quindi immediatamente disponibili per il paziente. Inoltre i ricercatori dovranno sviluppare metodi per dirigere in modo efficace la differenziazione delle staminali embrionali in tipi cellulari specifici. Infine sarà necessario eliminare dal processo i componenti animali usati nelle procedure di laboratorio, come per esempio enzimi e siero, che attualmente servono per isolare le cellule non riproduttive.
David Magnus e Mildred Cho della Stanford University in Palo Alto discutono i risultati dello studio su Science, evidenziando la necessità di un approfondimento dal punto di vista etico in ricerche che possono scavalcare i limiti. In questo caso Hwang e i suoi collaboratori hanno preso alcune precauzioni, come quella di proteggere i donatori degli oociti, chiedendo i necessari permessi a tutti i volontari che hanno partecipato alla ricerca. Il loro lavoro è stato supervisionato da Schatten, studioso proveniente da un altro paese, con regolamentazioni diverse. Infine hanno sottolineato la necessità di non abbandonarsi a speranze irrealistiche su cure miracolose. Seppure soddisfatti dei rapidi progressi, sottolineano che la strada da fare è ancora lunga e che la clonazione terapeutica è tutt’altra cosa dalla clonazione a fini riproduttivi (irresponsabile e improponibile). Ma come sostengono Magnus e Cho è anche responsabilità dei giornali e delle riviste scientifiche pubblicare solo quelle ricerche che possono facilitare un dialogo etico sulle frontiere della ricerca, incoraggiando così una seria riflessione su come dovrà essere condotta la ricerca del futuro, senza cercare lo scoop a tutti i costi.