Al cuore del referendum: chi o cosa è l'embrione?
di Stefano Caredda/ 10/06/2005
Le due posizioni a confronto: chi o cosa è l'embrione umano? Il cuore del dibattito bioetico che sta alla base del referendum di domenica e lunedì. Con più spazio alle ragioni dei difensori della 40, ma solo perchè serve per spiegare meglio...
E’ il cuore stesso della discussione bioetica, la domanda cruciale che divide: chi o cosa è l’embrione umano? Dalle risposte, molteplici, dipendono le idee e i comportamenti, i dubbi e le certezze. Risposte che dividono i favorevoli e i contrari al prossimo referendum in materia di fecondazione assistita.
Alcuni sostenitori del SI affermano che l’embrione umano è un semplice “grumo di cellule”, un “ricciolo di materia”, una “cosa che ingrandita centoventi volte al microscopio sta sulla punta di uno spillo”. Altri sostengono che l’embrione è indubbiamente “vita”, come vita è l’ovulo, vita è lo spermatozoo, vita è il sangue, ma che sicuramente l’embrione non è un individuo. E poi “tutto è vita”, sostengono, e la vita, in definitiva, è un processo iniziato miliardi di anni fa e che giorno dopo giorno continua. L’embrione è un progetto di vita, è un potenziale essere umano, ma non è (anzi non è già) una persona. L’embrione è potenza, e non atto. L’embrione è un progetto di uomo, ma non lo è ancora completamente. L’embrione è la radice di un essere umano, ma non è ancora un essere umano. Richiamandosi poi a quanto affermato nei secoli scorsi da illustri filosofi e studiosi (nonché santi), ricordano che l’embrione non ha un’anima, perché Dio introduce (introdurrebbe) l’anima razionale solo quando vi è un corpo già formato, e dunque allo stadio fetale. Insomma, concludono alcuni, l’embrione umano merita il massimo rispetto, merita una tutela, ma non ha e non può avere diritti, che devono essere subordinati all’evento della nascita.
I contrari ai quesiti referendari portano un altro genere di argomentazione. Anzitutto sostengono che non è possibile negare che dal momento della fecondazione abbia inizio la storia di un nuovo essere umano, cioè di un nuovo appartenente alla specie umana. L’incontro fra i gameti maschile e femminile (i quali sono mere cellule riproduttive del padre e della madre) dà origine ad un nuovo “sistema biologico” di tipo individuale, chiamato embrione unicellulare o zigote, che non presenta più le caratteristiche genetiche, biochimiche e citologiche dei due gameti dai quali ha avuto origine ma possiede la capacità intrinseca di svilupparsi in modo coordinato, continuo e graduale se collocato nella sua sede naturale o in un idoneo mezzo di coltura artificiale. Ogni uomo e ogni donna è stato un embrione, e non sarebbe esistito se non fosse stato quel singolo embrione. Insomma – dicono – è il momento della fecondazione quello che divide il “non essere” dall’”essere”. Successivamente a tale istante, si assiste solamente ad un graduale processo di crescita e di sviluppo, segnato da moltissime fasi (in corrispondenza delle quali lo zigote diventa “morula”, poi “blastocisti”, poi “embrione”, poi “feto”) ma che sono sempre riferite alla stessa entità ontologica, a quello stesso essere umano. E non è possibile individuare alcun altro momento che segni un salto qualitativo simile a quello che avviene con la fecondazione. Per farla breve: “Il processo vitale del nuovo soggetto umano sorto con la fecondazione è unico e continuo dallo stadio unicellulare alla morte individuale”. Qui si ferma l’argomentazione principale. L’embrione umano è un essere umano, è un uomo, è un appartenente alla specie umana. Per consequenzialità logica, non per verità di fede. Dunque, in quanto essere umano, ha il diritto di essere tutelato, ha il diritto di non essere trattato come un oggetto, ma come un soggetto. Perché – dicono – la nostra civiltà si basa sul principio di uguaglianza e di non discriminazione di tutti gli esseri umani, si fonda sui diritti umani, e la qualifica di essere umano, la dignità dell’appartenere alla specie umana non dipende dal grado di sviluppo o dal luogo in cui ci si trova, ma è connaturale all’essere. E l’embrione è un essere umano.
La qualifica di “persona”, affermano per rispondere alle obiezioni dei promotori del SI, ha un sostrato filosofico che esula da questa argomentazione. La qualifica di persona non ha una evidenza biologica, ma è un dato di cultura, di filosofia, e come tale può essere attribuito o meno per pura convenzione. Nella storia – fanno notare – la qualifica di “persona” è stata negata ad intere categorie di esseri umani, e gli stessi referendari, a domanda, si contraddicono sul momento in cui tale qualifica dovrebbe essere concessa (c’è chi dice al 14esimo giorno, chi alla fine del terzo mese, chi alla nascita). Insomma: i sostenitori della legge 40 non si spingono a definire certo il fatto che l’embrione sia una persona, ma accolgono l’invito del Comitato nazionale di Bioetica che nel 1996 riconobbe – all’unanimità – il “dovere morale di trattare l'embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e di tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone”. E al fondo, comunque, si fanno una domanda: “E’ possibile che vi siano esseri umani che non siano anche persone?”. E se ciò è possibile, quando, in quale preciso momento un essere umano diventa una persona?
Ci tengono molto – i difensori della legge 40 – alla razionalità delle loro argomentazioni. E’ per questo che rifiutano l’etichetta di “difensori di dottrine puramente religiose” ed è per questo che generalmente non fanno ricorso ad argomentazioni di fede per difendere la loro posizione, che è quella dell’umanità del concepito. E si stupiscono molto che siano i sostenitori del SI a chiamare in causa la Chiesa (e San Tommaso in particolare) sulla questione dell’esistenza dell’anima. “Ma che c’entra l’anima?”, si chiedono. Che c’entra una entità non verificabile, alla quale si può credere o non credere, che non si vede e non si conosce? Anzi – dicono con una certa fierezza – “la loro argomentazione è facilmente rovesciabile: San Tommaso è nato nel 1226, la scoperta della fecondazione (unione di ovulo e spermatozoo) è del 1843. Pretendere da Tommaso una preveggenza di sei secoli forse è davvero troppo… Comunque, per noi conta di più il microscopio che San Tommaso. Alla faccia di chi ci dà del medievale…”.
In conclusione, dunque, i sostenitori della legge 40 difendono il testo perché riconosce semplicemente che fra i soggetti coinvolti nelle tecniche di fecondazione artificiale vi sia certamente la coppia che desidera un figlio, vi sia certamente il medico che li aiuta, ma vi sia anche il figlio concepito, colui che è creato per esplicita volontà della coppia. La legge non stabilisce al suo art. 1 quali diritti fanno capo all’embrione: semplicemente afferma che è titolare di alcuni diritti. Sicuramente il primo e fondamentale diritto di ogni essere umano è quello alla vita. La legge 40, in forma comunque limitata e nient’affatto assoluta, assicura tale diritto alla vita, prevedendo che ogni embrione – creato per nascere – possa avere una possibilità di nascere. Da qui il divieto di quelle tecniche che comportano la sua soppressione deliberata, voluta, intenzionale: congelamento, sperimentazione, diagnosi pre impianto, riduzione fetale.
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