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    Predefinito Piazza Fontana, i segreti in un covo Br?

    Articolo interessante (seppure di parte), in quanto finalmente si ritorna a parlare della documentazione che fu ritrovata nel covo di Robbiano di Mediglia relativa alla controinchiesta delle stesse BR su Piazza Fontana.
    Non che cio' debba essere preso per oro colato, ma resta un interessante spunto di discussione. Quantomeno è da chiedersi perche' quella documentazione spari'......


    Piazza Fontana; tutti i segreti in un covo delle br ?

    di Gian Paolo Pelizzaro

    Il 3 maggio, dopo sei giorni di esame e circa otto ore di camera di consiglio, la Seconda sezione penale della Suprema Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dal sostituto procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, e della parti civili contro la sentenza di assoluzione emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano nei confronti di Giancarlo Rognoni, Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, accusati di aver compiuto la strage alla filiale di piazza Fontana della Banca nazionale dell’agricoltura, il pomeriggio del 12 dicembre 1969. In due parole: tutti assolti. La Cassazione ha condannato le partici civili (fra le quali, i familiari delle vittime, la Provincia e il Comune di Milano e il Comune di Lodi) al pagamento delle spese processuali. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro questo mese. A scrivere il verdetto che ha messo la parola fine a questo lungo, controverso e discusso troncone d’inchiesta (che puntava alla “pista nera”) sarà il consigliere relatore Alberto Macchia, che in passato ha condotto, presso la Procura di Roma, molte indagini sul terrorismo di destra, lavorando insieme ai giudici Giancarlo Capaldo, Loris D’Ambrosio, Pietro Giordano e Michele Guardata (il pool romano raccolse l’eredità lasciata dal giudice Mario Amato, assassinato il 23 giugno del 1980). Il collegio giudicante della Seconda sezione penale è composto, inoltre, dal presidente Francesco Morelli e dai consigliere Luca Morgigni, Pietro Sirena e Giuliano Casucci.

    Il procuratore generale della Cassazione, Enrico Delehaye, nella sua requisitoria, dopo un momento di commozione provata nell’affrontare questo processo che segnò l’inizio del suo ingresso in magistratura, ha dichiarato: “Mi dolgo di occuparmi, ora, a così tanti anni di distanza dal fatto della strage di piazza Fontana, perché non ritengo che la Suprema Corte sia la sede più adatta per accertare la verità, quando la verità non è accertata nelle fasi precedenti di giudizio”. Delehaye ha poi aggiunto di “non ritenere che si possa sostenere, come fa il procuratore di Milano nel suo ricorso, che due persone assolte con una sentenza passata in giudicato (Franco Freda e Giovanni Ventura) siano i responsabili di un reato: dunque viene meno quello che è l’anello di congiunzione delle diverse censure avanzate dal procuratore generale milanese alla sentenza di secondo grado, ossia aver trascurato i rapporti tra Ordine nuovo del Veneto e la destra eversiva milanese”. Questa la lapidaria conclusione di Delehaye: “Ritengo che il processo sia arrivato ad una conclusione. Non possiamo andare oltre un certo limite sulla valutazione dei fatti e le critiche alla sentenza d’appello per la strage di piazza Fontana, non possono trovare spazio in sede di legittimità perché tutto si può dire del verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Milano tranne che abbia trascurato qualche elemento. Siamo davanti ad una sconfitta investigativa, che evidenzia come non sia stato possibile dichiarare nessuno colpevole della strage di piazza Fontana”.

    Termina così, dunque, l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana (che provocò 17 morti e 85 feriti) iniziata nell’aprile del 1995 dall’allora giudice istruttore Guido Salvini. Quella sulla madre di tutte le stragi è una vera e propria odissea giudiziaria (vedi box a pag. 44-45). Negli anni, ma sarebbe meglio dire nei decenni, se ne sono dette e scritte di tutti i colori. Ma un dato, fatalmente, sembrava inesorabile nell’accanimento con cui si è voluto accreditare questo doppio teorema: strage di Stato e matrice fascista dell’attentato. Su questa “verità” sono state costruite fortune politiche, nuovi equilibri di potere e demoliti molti santuari istituzionali. L’Italia, dopo il 12 dicembre 1969, è entrata in un’altra dimensione, in un’era della storia buia e inquietante. Attraverso le inchieste giudiziarie e giornalistiche (memorabile e nefasta per la sua portata diffamatoria fu quella rappresentata dal noto pamphlet dal titolo La Strage di Stato che attribuiva senza formule dubitative, facendo nomi e cognomi, la responsabilità della strage ad una serie di militanti della destra radicale dell’epoca), sono stati messi in circolazione indizi, sospetti e illazioni che hanno, come tarli nel legno, rosicchiato dall’interno le strutture difensive dello Stato, soprattutto alcuni apparati deputati alla sicurezza nazionale (come l’allora Sid e gli Uffici politici delle Questure di Roma e Milano), coinvolgendoli - direttamente o indirettamente - in quelle che venivano definite le trame oscure.

    Ma, come in tutti i misteri che si rispettino, anche quello legato alla bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura conserva, nascosto nelle mille pieghe dell’inchiesta, un elemento cruciale, risolutivo che fin dalle prime battute - se utilizzato e valutato nel modo corretto - avrebbe potuto fornire una risposta coerente e risolutiva al perché della strage. Si tratta del dossier della controinchiesta condotta dalle Brigate rosse sulla strage del 12 dicembre 1969 e ritrovato nel covo di Robbiano di Mediglia (comune della cintura esterna di Milano), scoperto nell’ottobre del 1974, al termine di una brillante operazione di polizia giudiziaria iniziata l’8 settembre con la cattura a Pinerolo di Renato Curcio e Alberto Franceschini e che aveva segnato il debutto dei nuclei antiterrorismo coordinati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

    Tuttavia, quello di Robbiano di Mediglia non era solo un semplice nascondiglio, ma una delle basi più importanti della colonna milanese delle Br. La scoperta della base costò la vita al maresciallo Felice Maritano, ucciso nel conflitto a fuoco con Roberto Ognibene. All’interno dell’appartamento, i militari rinvenivano quello che è stato definito l’archivio delle Brigate rosse, contenente una mole spaventosa di documentazione, frutto di un’intensa attività d’intelligence svolta in parte per alimentare il mensile Controinformazione, diretto da Antonio Bellavita, e in parte da militanti regolari e irregolari, come Michele Galati, per potenziare le capacità offensive dell’organizzazione terroristica.

    Come sottolineava il collega Pierangelo Maurizio all’allora Commissione Stragi, uno degli aspetti tutt’altro che chiari dell’intera vicenda era il perché Bellavita avesse passato alle Br tutto l’archivio della rivista da lui diretta. Comunque, fra i documenti ritrovati dai carabinieri a Robbiano di Mediglia c’erano anche gli esiti della “controinchiesta” sulla strage di piazza Fontana, articolata in relazioni, documenti provenienti dalla Questura di Milano, testimonianze (molte inedite e mai vagliate dai magistrati) e nastri audio registrati. Al termine di questa “controinchiesta” (all’epoca le Br avevano all’interno della propria organizzazione anche una colonna denominata “Contro” e deputata proprio alla raccolta delle informazioni e allo studio degli eventuali obiettivi), le Brigate rosse, secondo quanto racconterà ai magistrati un pentito della colonna veneta delle Br, Michele Galati, erano giunte a conclusioni clamorose: Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico esponente del circolo Ponte della Ghisolfa, precipitato dalla finestra della questura di Milano intorno alla mezzanotte del 15 dicembre 1969, al termine di un lungo interrogatorio sui suoi rapporti con il ballerino anarchico Pietro Valpreda, all’epoca il sospettato numero uno della strage, si era realmente suicidato perché rimasto, involontariamente, coinvolto nel traffico di esplosivo destinato agli anarchici e molto probabilmente utilizzato negli attentati del 12 dicembre 1969.

    Sempre secondo la “controinchiesta” delle Br sulla strage di piazza Fontana, la bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura era stata messa materialmente da Valpreda e, comunque, negli attentati del 12 dicembre (altre bombe furono ritrovate non solo a Milano, ma anche a Roma, dove una esplose sull’Altare della Patria, provocando fortunatamente solo lievi danni materiali) era coinvolto il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, nel quale militava, come dicevamo, lo stesso Pinelli. Nonostante le gravi conclusioni alle quali era arrivata l’inchiesta interna, quasi a voler mettere una toppa a tutto il lavoro, i vertici delle Brigate rosse concludevano con l’ipotesi che l’attentato culminato nella strage del 12 dicembre facesse parte di un piano eversivo di vasta portata in cui sarebbero stati coinvolti i cosiddetti servizi deviati (la stessa versione fornita dal libro La strage di Stato) e le cui fila sarebbero state tirate da Stefano Delle Chiaie, all’epoca leader di Avanguardia nazionale.

    Ma a parte il “teorema interno”, che prescindeva in modo inspiegabile dalle informazioni precise e dettagliate raccolte e dalle evidenze sui retroscena dell’attentato, le Br rinunciarono a rendere pubbliche le conclusioni della “controinchiesta” nel timore che, come disse in seguito lo stesso Galati, “non saremmo stati capiti”. Questo resta uno dei più impenetrabili segreti di questa incredibile vicenda. Ma un altro mistero si aggiunge a questo e riguarda non tanto la scomparsa di alcuni reperti della “controinchiesta” brigatista (come gli stessi nastri registrati dai militanti-fiancheggiatori delle Br contenenti l’intervista-interrogatorio del professor Liliano Paolucci il quale raccolse, nell’immediatezza dei fatti, le confidenze di Cornelio Rolandi, il tassista che riconobbe in Valpreda l’uomo con la borsa che entrò nella filiale della Banca nazionale dell’agricoltura poco prima dell’esplosione - la trascrizione della cassetta venne ritrovata fra i documenti dell’avvocato Odoardo Ascari, ex difensore di parte civile nel processo sulla strage del 12 dicembre 1969) dall’ufficio corpi di reato del Tribunale di Torino e dall’archivio della Corte d’Assise di Catanzaro, quanto la loro totale inutilizzazione nelle indagini su piazza Fontana.

    Infatti - così come è risultato da un’accurata attività ricognitiva svolta dall’allora Commissione stragi - con procedura del tutto anomala, tutti i reperti di Robbiano di Mediglia dall’ottobre 1974 all’ottobre 1992 sono stati trattenuti presso una caserma dei carabinieri di Torino anziché essere versati - tranne un breve periodo di poche settimane risalente alla primavera del 1981 - all’Ufficio corpi di reato del Tribunale di Torino. Nell’ottobre del 1992, i reperti di Robbiano sarebbero stati distrutti sulla base di una richiesta del comandante della Sezione anticrimine di Torino, inoltrata il 12 ottobre 1992 (per esigenze legate all’imminente trasloco della Sezione). Tale richiesta venne accolta e autorizzata dalla Corte d’Assise di Torino il 13 ottobre, seguita nei giorni successivi dalla materiale distruzione dei reperti, insieme ad altri sequestrati in molte altre basi terroristiche nel corso degli anni Settanta e Ottanta.

    Rispetto a questa ricostruzione, nel 2000 il Comando generale dell’Arma dei carabinieri, rispondendo a delle interrogazioni parlamentari, escluse che i reperti di Robbiano fossero stati distrutti in quanto - nell’ottobre del 1992 - all’allora comandante la Sezione anticrimine di Torino aveva sì chiesto la distruzione dei reperti, ma di quelli provenienti da altre basi terroristiche e non certo quelli di Robbiano. Non solo. Né nella richiesta di autorizzazione alla distruzione del materiale presentata dalla Sezione anticrimine il 12 ottobre 1992, né nell’autorizzazione concessa dalla Corte d’Assise di Torino e né dai verbali di distruzione appare alcun riferimento ai reperti provenienti da Robbiano. Ebbene, grazie al lavoro svolto dall’organismo parlamentare d’inchiesta su questi reperti, nell’aprile del 2000 è stato possibile rinvenire presso l’Ufficio corpi di reato di Torino i nastri registrati sequestrati a Robbiano. Di questi, due riguardano piazza Fontana e sono: il cosiddetto “Memoriale” del professor Paolucci (che, come abbiamo accennato, raccolse a caldo le confidenze del tassista Rolandi e lo convinse ad andare dalla polizia) e una lunga intervista ad Amedeo Bartolo, amico dell’anarchico Pinelli ed esponente di primo piano del circolo Ponte della Ghisolfa. Questo è tutto quello rimane dei reperti di Robbiano.

    Altri dubbi e interrogativi emergono dagli esiti di ulteriori accertamenti svolti dal Ros dei carabinieri e comunicati alla Commissione stragi il 19 luglio del 2000. Rispondendo con sollecitudine ad una nuova richiesta dell’organismo con sede a Palazzo San Macuto a Roma, il Raggruppamento operativo speciale dell’Arma avviò un’attenta ricerca tra i fascicoli del primo processo alle Brigate rosse, celebrato a Torino e riguardante fra l’altro il covo di Robbiano di Mediglia. Questi i risultati ottenuti dai carabinieri, comparando questo materiale con quello recuperato presso l’Ufficio corpi di reato di Torino. Primo: mentre è stato possibile ricostruire buona parte della documentazione sequestrata a Robbiano, la sola parte che non è stato possibile ricostruire è quella della “controinchiesta” delle Br su piazza Fontana. Secondo: dall’esame svolto dal Ros della corrispondenza intercorsa tra l’allora giudice istruttore di Torino, Giancarlo Caselli, e gli uffici giudiziari di Catanzaro impegnati nell’istruzione del processo sugli attentati del 12 dicembre 1969, vennero ritrovate le lettere di trasmissione a Catanzaro di una copia della cassetta con il “Memoriale” del professor Paolucci. Non è stato trovato alcun riferimento né ai documenti cartacei relativi alla “controinchiesta” delle Br, né al nastro con incisa l’intervista ad Amedeo Bartolo.

    Questo è un tassello molto importante, perché nel racconto di Bartolo erano presenti le dichiarazioni sulla personalità di Valpreda, le dichiarazioni sull’improvvisa svolta politica dello stesso Valpreda nei mesi precedenti al dicembre 1969: svolta, questa, che lo aveva portato a diventare un convinto assertore dell’“azione diretta” (attentati) e che aveva indotto una parte del movimento anarchico a diffidare di lui e degli altri militanti del circolo 22 Ottobre (anche se Bartolo ha voluto escludere che il nome di Valpreda fosse coinvolto negli attentati del 12 dicembre). E ancora, nel racconto di Bartolo vi erano riferimenti e dichiarazioni sulla malattia (il morbo di Burger che provoca violenti e paralizzanti crampi alle gambe, per cui la profonda amarezza e tristezza per la sua stroncata carriera di ballerino) del quale soffriva Valpreda e che rendeva plausibile un elemento relativo alla testimonianza di Cornelio Rolandi, particolarmente preso di mira dagli uomini della “controinchiesta”: e cioè la circostanza riferita dal tassista secondo la quale il presunto autore della strage, da lui riconosciuto in Pietro Valpreda, aveva preso il taxi per un tragitto molto breve (poche centinaia di metri) dalla Galleria Vittorio Emanuele a piazza Fontana, a causa dei crampi che lo avrebbero assalito alla vigilia dell’azione. Ma tutto questo, come accade in tutti i delitti perfetti, rimane una pista senza esito, appesa nel vuoto in un alone di mille indizi e sospetti.
    E' questo l'idolo no global????

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    Ieri intanto sono state depositate le motivazioni della sentenza di assoluzione per Zorzi, Rognoni e Maggi. Motivazioni che convergono anch'esse (come il processo di appello) sulle responsabilita' di Freda e Ventura.

    www.corriere.it

    La sentenza di assoluzione della Cassazione: accertate le responsabilità dei due neofascisti, non più punibili

    «Freda e Ventura erano colpevoli»

    Strage di piazza Fontana: inattendibile il pentito che accusò Zorzi e Maggi

    «Il giudizio circa la responsabilità di Freda e Ventura in ordine alla strage di Piazza Fontana non può che essere uno: la risposta è positiva». Meglio tardi che mai, anche la Cassazione ora conferma che l’eccidio del 12 dicembre 1969 fu organizzato da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura»: un verdetto storico ma tardivo, che non può avere «effetti giuridici» in quanto i due neofascisti veneti sono già stati «irrevocabilmente assolti dalla corte d’assise d’appello di Bari», che li ha condannati solo per le bombe sui treni. Nel primo famoso processo che la stessa Cassazione, negli anni ’70, aveva sottratto ai giudici di Milano per trasferirlo a Catanzaro e Bari. E’ questa condanna solo morale dei due terroristi di destra non più punibili a chiudere l’ultimo processo su piazza Fontana, riaperto negli anni ’90 a Milano proprio nel tentativo di trovare i complici di Freda e Ventura. In 73 pagine di motivazioni depositate ieri, il giudice Alberto Macchia spiega perché è diventata definitiva l’assoluzione, decisa in appello, dei neofascisti veneziani Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, «perché la prova è rimasta incompleta», e del milanese Giancarlo Rognoni, «per mancanza di indizi». Ai familiari delle 17 vittime, tuttora convinti dei tre ergastoli inflitti in primo grado, la Cassazione ribatte che il primo pentito di Ordine Nuovo, Carlo Digilio, si è rivelato «totalmente inattendibile» nelle sue «accuse ad altri».
    Confermando il suo proscioglimento solo per «prescrizione», la Corte contesta a Digilio di aver rifiutato una «confessione catartica» nel tentativo di «ritagliarsi un ruolo di osservatore spinto da un incarico di intelligence», bocciando come «falsa» la sua «pretesa appartenenza ai servizi americani». La nuova pista della Cia, insomma, si è rivelata un boomerang così come l’eccesso di «colloqui investigativi con i carabinieri», che risultano «fornire i dati sugli esplosivi» poi «riversati» dal pentito al giudice Salvini».
    Criticata così l’istruttoria, la Cassazione conferma invece «la veridicità e genuinità» delle accuse del supertestimone Martino Siciliano. E quindi certifica, come i giudici d’appello, che anche «la cellula veneziana di Maggi e Zorzi» nel 1969 organizzava attentati, però «non è dimostrata la loro partecipazione alla strage del 12 dicembre». La Corte attesta infatti che «Siciliano ha partecipato alla riunione con Zorzi e Maggi dell’aprile ’69 nella libreria Ezzelino di Padova» in cui «Freda annunciò il programma degli attentati ai treni». Ma visto che quelle bombe non provocarono vittime, resta indimostrato «il coinvolgimento di Zorzi e Maggi nella successiva «strategia stragista di Freda e Ventura» e negli «ulteriori e più significativi atti di terrorismo». Per la Cassazione è quindi «pacifico» che «i tragici fatti del 12 dicembre 1969 non rappresentano una "scheggia impazzita" ma il frutto di un coordinato "acme" operativo iscritto in un programma eversivo ben sedimentato, ancorché di oscura genesi, contorni e dimensioni».
    La sentenza ricorda che è la legge a far gravare le spese processuali sui familiari delle vittime, ma dimentica di scrivere che i morti furono 17 e i feriti 84. E dà ragione al giudice Gerardo D’Ambrosio definendo «sorprendente e deprecabile» la decisione di far saltare la seconda valigia con la bomba inesplosa,

    Biondani
    E' questo l'idolo no global????

 

 

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