GIOVANNI GENNARI, «PRETE ROSSO» ANNI SETTANTA
«Ai laici manca un Berlinguer»


AH, se ci fosse Berlinguer...». Giovanni Gennari, il “prete rosso” degli Anni 70, che perse la cattedra di teologia all'Università del Laterano per aver difeso la legge sul divorzio, svela il suo ruolo di “consulente teologico” nascosto di Enrico Berlinguer ai tempi del referendum sull'aborto. Una vita trascorsa ad assumere posizioni scomode nella Chiesa (è stato uno dei più tenaci difensori dell'opzionalità del celibato per i sacerdoti), e adesso è a favore dell'astensione.


Un cambiamento di fronte?

«Può apparire paradossale, ma oggi il mio atteggiamento è lo stesso del 1974 e del 1981: difendo una legge che è un male minore, e facendo così difendo anche la dignità del Parlamento e la laicità vera dello Stato. Questa legge è stata approvata dal Parlamento, e nelle parti ancora insoddisfacenti può e deve essere cambiata, ma dal Parlamento laico. E l'unico modo per lasciare il cerino acceso in mano al Parlamento, stavolta, è astenersi dal voto, giacché tutti sanno che se si raggiunge il quorum, chiunque vinca, la legge non può più essere toccata per parecchio tempo».

Lei ha vissuto soprattutto il referendum sull'aborto. Come fu affrontato allora dai vertici del Pci?

«Insegnavo al Laterano teologia morale e filosofia della religione, e avevo un bel gruppo di amici che erano militanti del Pci senza essere marxisti. Tonino Tatò, Franco Rodano, con le loro mogli venivano tranquillamente in chiesa. Per loro il discorso era molto chiaro. Un cattolico poteva essere comunista, nel senso di una scelta sociale, senza accettare la filosofia immanentista e materialista. In genere dopo la messa discutevamo di cristianesimo e politica. Per esempio, discutemmo molto sulla famosa lettera di risposta di Berlinguer a Bettazzi. Nel 1976 monsignor Bettazzi aveva scritto una lettera a Berlinguer e Berlinguer ci mise un anno per rispondere. Quella lettera fu preparata da noi ragionando insieme sui problemi della presenza politica dei cattolici in Italia. E controllare la parte più strettamente religiosa della lettera fu mio compito. Dopo la messa mi facevano vedere le bozze, si discuteva, si limavano le parole. Per esempio, la formula famosa: "partito non ateo, non teista, non antiteista, uno stato non ateo, non teista, non antiteista" fu trovata insieme a loro».

E qual era la posizione di Berlinguer?

«Credo che fosse presente anche in lui il desiderio di un futuro incontro al meglio del mondo cattolico impegnato in politica e il Pci... C'era una grande delicatezza da parte di Berlinguer nel trattare divorzio e aborto, e in particolare l'aborto. C'erano due leggi, già votate dal Parlamento. Mi ricordo un discorso di Berlinguer sull'aborto, fatto alle donne, a Villa Borghese; fu attentissimo a non presentare l'aborto come un diritto. Tanto è vero che la legge è per la tutela della maternità e la prevenzione dell'aborto: non è una legge che sancisce un principio. Fu approvata e delle sei firme in calce cinque erano di democristiani. Berlinguer diceva che era la scelta di un male minore; un tentativo di non ritornare all'aborto clandestino e di massa. Tonino Tatò mi faceva vedere le bozze dei discorsi che preparavano, e mi chiedeva: c'è qualche cosa che tocca questioni di principio inaccettabili per un cattolico? Io dicevo no; certo l'aborto è sempre una tragedia, è soppressione di vita innocente».

Perché Berlinguer era così cauto?

«Perché aveva un grandissimo rispetto per la coscienza cristiana e cattolica, che i dirigenti di adesso non hanno. Era convintissimo che in Italia una posizione di principio che andasse contro la coscienza cristiana e cattolica non sarebbe mai passata. Non sarebbe mai diventata maggioranza. Era convinto che l'aborto è una tragedia, che non può essere un diritto; presentato come un diritto, diventa assolutamente inaccettabile. Non sono temi che si possano decidere per referendum».

E adesso?

«Quello che mi sorprende è l'assoluta mancanza di rispetto per i principi cattolici della sinistra attuale. L'elemento più preoccupante è questo: c'è uno spirito antireligioso, anticlericale, un'incapacità di capire i diritti di parole della Chiesa e dei cattolici in quanto tali. Il che fa sì che i cattolici impegnati a sinistra o sono silenziati, completamente nascosti; oppure se parlano, parlando dicono quattro sì; opponendosi radicalmente alle posizioni di principio. Mi hanno sorpreso la Livia Turco, e Giorgio Tonini. Dicono che hanno cercato la mediazione; e allora continuino. Dicendo: voto quattro sì, non si media. Ci si sdraia semplicemente sulla poltrona».

Rimpiange Berlinguer?

«Ci vorrebbe un sussulto di dignità nei cattolici impegnati a sinistra per dire al partito: se volete che io resti, il partito come tale non deve prendere posizioni in diretta collisione con i principi cristiani. Come fece Berlinguer. Sono del parere che, finito il partito unico dei cattolici, non è finito il dovere cristiano di testimoniare. E la testimonianza si fa dove dà fastidio».