Strani laici e strani cristiani
A questo giornale non si può rimproverare di non essere uno dei luoghi più “moderni” d’Italia, per usare l’aggettivo preferito dei nullatenenti intellettuali, con il suo quorum al 53 per cento registrato tra redattori e collaboratori in prevalenza orientati al “sì”.
Ma nemmeno gli si dovrebbe rinfacciare la splendida e ironica litania delle Madonne calabre astensioniste intonata ieri dal gregoriano Camillo Langone.
Ci si può imputare di essere partiti presto e con foga nella odiosa guerra culturale al servizio esclusivo e osservante della Cei, che ha provocato il “naufragio dei laici” (il concetto è del direttore di Repubblica, Ezio Mauro); ma a pensarci bene, la funzione dei giornali corsari, dei giornali pilota, è quella di mettere tutti sull’avviso, provocare e allargare il discorso pubblico sulle cose che contano, non fare un po’ di lobby e fumare la pipa con il gilet a quadrettoni.
Partire presto ed essere tenaci nella difesa delle idee in cui si crede è almeno altrettanto onorevole che leggere avidamente e opportunisticamente e malamente i sondaggi, illudersi su un paese che non c’è, inventarsi donne inesistenti e incapaci di ragionare liberamente su tutto, portare la bioetica all’Ambra Jovinelli e parlare il linguaggio sciatto degli idoli culturali del momento, come fanno coloro che non hanno niente da dire ma lo dicono male.
Con un piccolo sforzo, si potrà riconoscere al Foglio di essersi clericalizzato per tempo, ma solo per dare voce a un dissenso laico che tiene insieme il pellegrinaggio comodo di Frate Indovino e dodici ore di predicazione “in partibus infidelium” a Radio radicale, un’alluvione di parole credute sui temi eugenetici e del relativismo volgare e uno spazio libero per tutti e tutte in un linguaggio anche molto disinvolto: dialogare, dissentire, studiare, provocare, leggere la Fallaci senza troppa supponenza, stampare Chargaff e Leo Strauss, capire l’America e nominare le cose con il loro nome non sono attività specialmente clericali, medievali, crudeli, barbare e feroci (come recita la giaculatoria delle forze che hanno perso il referendum sull’embrione e i suoi diritti, bilanciati secondo legge con quelli degli altri soggetti della fecondazione assistita).
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Se vogliono continuare pigramente a chiamarci teocon, facciano pure.
Se gli è piaciuta la autodefinizione ironica di atei devoti, facciano pure.
Se pensano che il sarcasmo dell’Unità sull’embrione grasso e cattivo porti acqua al loro mulino, s’accomodino.
Se vogliono continuare a fraintenderci e attribuirci machiavellici disegni politici, naturalmente al servizio di Berlusconi e di Bush, non c’è problema.
Però non trascurino, in tempi di cattivi studi e di poca memoria, di dare uno sguardo ai manuali di storia italiana: non è la prima volta che pezzi di mondo laico e liberale convergono con politiche sposate dai cattolici, con battaglie culturali in cui si identificano i vescovi, andiamo, via, non è possibile che non ricordino il ’48, De Gasperi e Peppino Saragat, La Malfa e tanti altri anticomunisti e atlantici che hanno contribuito a costruire con i democristiani almeno un pezzettino dell’Italia che c’è, e che fa meno schifo di quanto loro raccontino con i titoli dell’Unità (“Italiani al guinzaglio”, come i cani; oppure “Bari è cattolica e conservatrice, non ha capito e s’è disinteressata”, detto da un sindaco diesse appena eletto nella regione in cui i cattolici e i conservatori che si disinteressano e non capiscono hanno anche scelto il modernissimo Vendola dal cuore antico). E se ai laici alleati stretti dei democristiani aggiungiamo Togliatti che votò a favore del Concordato in Costituzione, vedrete che la storia della Repubblica non comincia e non finisce con il referendum sul divorzio.
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Il delizioso e svampito ma attivissimo filosofo Vattimo ha detto in tv che questo non è un paese maturo, è “un paese marcio”.
E va bene che il filosofo da ragazzo cadde preda dei comitati civici di Luigi Gedda e dell’Azione cattolica, va bene che ogni volta che polemizziamo con un amico relativista scopriamo che ha studiato dai preti, esperienza da cui certuni stentano chissà perché a risollevarsi nella laicità vera, che accetta la religione e perfino l’obbedienza come elemento della libertà umana, ma se marciume ha da essere, si sappia almeno che è un marciume antico, che ha fatto la storia italiana.
Va di moda tra i laici bigotti, esclusi i radicali, la nostalgia per la Dc.
Piace loro il tiepidismo catto-politicista di Follini, silenzioso nella battaglia, querulo nell’incassare e nel misurare sulla sua botteguccia la vittoria. Vabbè.
Non amano i ragazzi e le ragazze di cielle, provano orrore per l’unità tormentata e precaria ritrovata dalla Chiesa post conciliare dopo le grandi ferite del passato, ma non è che cattolico sia sinonimo di stupido: hanno capito bene, i cattolici di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che la Dc ha salvato il salvabile, ma al prezzo di deprimere quell’orgoglio nutrito di libertà della coscienza che rendeva più ricco e libero questo paese, e che il vituperato bipolarismo politico sta restituendo radici sepolte, culture negate e linguaggi traditi a tutti gli italiani, fedeli e infedeli, anche ai non cattolici, anche ai non credenti stufi di pensare un solo pensiero.
Ezio Mauro, che dedica attenzione a queste cose perché nasce comunista e cattolico, dunque è in buona posizione per capire, dovrebbe riflettere su questo semplice fatto, più chiaro anche alla luce delle controversie strategiche in corso nella società americana e nella vecchia Europa della laicità di Stato francese e di Theo van Gogh: gli strani cristiani, così li ha battezzati il timoniere di Repubblica, sono semplicemente i cristiani, e gli strani laici che non danno retta ai ministri del culto relativista sono semplicemente i laici.
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La cagnara sull’aborto, per esempio, non è laica, è solo imbrogliona.
Sua Eminenza Reverendissima Camillo Ruini ha detto che è “una favola” inventata da chissà chi e chissà perché. Vero.
Qualche pierino ne avrà anche parlato, ma la questione non è mai stata autorevolmente posta, non esiste. E’ uno spettro agitato a fini elettorali, come lo sfilatino dimezzato dalla fuga della farina americana se avesse vinto il Fronte garibaldino del ’48. Invece che per fame, volevano prendere le donne per ignoranza, questi laici qui. Ma peggio dello sbandieramento dello spettro, c’è la costruzione del tabù. Il ritorno dell’aborto alla clandestinità illegale è impensabile, è follia, ma la sua trasformazione in strumento di controllo delle nascite e in banale mezzo tecnico eugenetico un laico serio è disposto a discuterla, visto che è contro lo spirito e la lettera della legge 194. Per esempio, un po’ di rispetto e qualche denaro pubblico per gli “integralisti” che aiutano le donne a decidere consapevolmente e in un contesto solidale se abortire o no, quello sarebbe un gesto laico e anche femminista, vista la solitudine barbarica in cui molte donne vivono questa tragica e dunque difficile libertà.
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Spiacenti, ma la scuoletta delle nostre guerricciole culturali non la chiudiamo. Siamo sempre in attesa che qualcuno della famiglia di centrodestra, a parte i pochi già iscritti e docenti, ne capisca la rilevanza e l’autonomia. Pare che ci sia movimento, con un ritardo notevole, intorno al presidente della Camera. Si vedrà. Intanto abbiamo offerto una cattedra di visiting professor a Francesco Rutelli e ai tanti quadri del suo partito multiculturale che non si preoccupano dei sarcasmi di D’Alema sulla “mastellizzazione” (lunga vita al divino Clemente); non si preoccupano perché hanno altro da pensare, perché da cattolici e da democratici, con tutto il peso della loro cultura che non è conservatrice ma progressista, si sono dati da fare per un obiettivo analogo al nostro: stroncare le velleità panlaiciste dei sapientoni e dei dotti ginecofaustiani che scambiano uomini e scimpanzé, e non conoscono la relazione in divenire tra uova e galline, embrioni e bambini, questi inconsapevoli cannibali.
La scuoletta per ora resta aperta perché, se dovessimo scommettere adesso, non ci sarà in Italia un soggetto politico in grado di captare, intercettare e guidare le trasformazioni di mentalità e di cultura diffusa che il voto referendario segnala, e che prima del voto aveva segnalato la gioiosa e apocalittica energia con cui i cattolici e non solo loro si erano compostamente mobilitati contro il fronte eugenetico-edonista.
Negli anni Settanta e Ottanta fu Pannella, con il suo pattuglione radicale, a guidare la ultra-secolarizzazione del paese a cavallo tra divorzio e aborto. Tipi come lui, con quella spettacolare vocazione a governare le cose da posizioni di minoranza, non se ne trovano sul mercato. Adesso.
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Quanto ai giornali, che un piccolo foglio ignaro di avere straperso definisce senza eleganza “grandi perdenti”, è vero e non è vero. E’ vero che si sono schierati con qualche sguaiataggine rispetto al loro esibito codice deontologico dell’obiettività autorevole, ma questo non soltanto non è un reato, è una delle possibili varianti della libertà di stampa in un regime culturale come il nostro, lontano dall’editoria anglosassone (a suo modo, peraltro, schierata anch’essa sui grandi temi, eccome).
Il problema non è quello, in fondo il Corrierone ha pubblicato una lenzuolata assassina, apportatrice di discussione e di copie in quantità, a firma di Oriana Fallaci. Il problema è semmai una certa mancanza di curiosità, in molti altri quotidiani, quella strana incapacità di sorprendere con qualche strappo alla regola dell’osservanza ideologico-sindacale, insomma la dittatura della cultura da cidierre, dell’offensiva sindacalizzata in nome delle donne che ci sono e non ci sono (not in my name). Insomma, non è lo spirito di battaglia che inquieta, al Corriere ci sono tante firme allegre e smagate che fanno il loro mestiere anche con vena corsara, Barbara Spinelli e Miriam Mafai hanno per così dire salvato l’onore culturale di Stampa e Repubblica, è il passaggio strategico dalla pirateria di Pasolini alla banale copertina dell’Espresso con la top list antiembrione che sconcerta.
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Ora alle polemiche più aspre, non senza il gusto di perseverare con sacrosanto accanimento in quelle messe bene a fuoco, si metterà un po’ la sordina.
Non si vive di solo pane. Deve ricominciare una discussione civile, seria, con le posizioni di coloro che sapevano e si sono presi la responsabilità di tacere quanto sapevano, gli Amato, i Tonini, le Claudia Mancina e tanti altri fra coloro che non irridono alle idee degli altri, che non srotolano il rosario laico da mane a sera con l’impressionante superficialità che s’è vista.
Non era una guerra culturale contro i diritti delle donne, dei ricercatori, dei cattolici adulti e in genere dei vivi; era, come dice il filosofo conservatore Roger Scruton, il tentativo di affermare
che noi vivi siamo al servizio di chi sta per arrivare, senza imporre odiosi lacci alla società ma sapendo, ecco un’altra acquisizione importante del referendum, che quando si fa l’elogio astratto del bimbo sano all’origine, bebé doc, baby doc, in realtà si nega la medicina come cura e si fa l’elogio dello scarto dell’imperfezione e della differenza umana, e a quel punto si pone il problema che tutti vorrebbero sempre eludere: il divieto.
Ferrara su il Foglio
saluti




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