STEFANO STEFANI
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La tragica fine del ragazzo di Varese, ucciso da un clandestino albanese, e le reazioni che questo luttuoso evento ha provocato in tutt’Italia, non solo al Nord, ampliano un dibattito, mai sopito, su come il nostro Paese affronta, o meglio cerca di affrontare, la piaga dell’immigrazione irregolare. Davanti alla bara di Claudio, davanti al dolore dei genitori, davanti a quei tanti giovani con il volto fiero rigato dalle lacrime, c’è da interrogarsi sull’efficacia di quanto è stato fatto sino ad oggi per contrastare l’immigrazione clandestina. L’Italia è stata per decenni, a cavallo della seconda metà dell’800 e sino agli anni ’60 del secolo scorso, terra di emigrazione e le braccia, le intelligenze, l’onestà e la dedizione al lavoro che abbiamo “esportato” hanno fatto ricche e potenti altre nazioni, nelle quali, peraltro, spesso i nostri connazionali erano trattati alla stregua di cittadini di serie B o C, quando non addirittura di schiavi.
E ricordiamo tutti, con dolore, come anche negli Stati Uniti molti connazionali finirono uccisi in esplosioni di rabbia popolare dopo fatti di cronaca alimentati da singoli, non certo dalla comunità italiana. Dico questo perché credo sia necessario chiarire che l’atteggiamento della Lega Nord nei confronti dell’immigrazione clandestina o irregolare non è dettato - come speciosamente detto ai nostri antagonisti - da cieca xenofobia, quanto dal conclamato timore che ormai si è ad un passo dal “troppo tardi”, anche se uno Stato degno di tale nome non potrebbe mai consentirlo.
In un Paese come l’Italia, dove il tasso di natalità è ormai negativo e, quindi, l’anzianità della popolazione è una palla al piede per le future generazioni (che dovranno fare i conti con un numero di pensionati elevatissimo), anche l’immigrazione è una risorsa. Ma una immigrazione pulita, cioè che non viola le nostre leggi, che non ritiene che il solidarismo che ha caratterizzato le politiche sociali degli ultimi trent’anni sia il sintomo di un sistema di controllo allentato, permeabile, lassista.
Anche ieri, quando ancora la bara di Claudio girava per le strade della sua città, davanti alle lacrime e al dolore, c’erano esponenti della sinistra radicale che, incredibilmente, chiedevano l’abolizione della Bossi-Fini e la chiusura dei centri di prima accoglienza. Mi domando, a questo punto, cosa questi “professionisti dell’opposizione” propongano in alternativa. Perché, una volta abolita la Bossi-Fini e chiusi i centri, non resterà che consegnare le chiavi delle città a migliaia e migliaia di clandestini molti dei quali onesti, sino a prova del contrario, ma che non riescono essi stessi a fare pulizia nelle loro comunità. Il caso di Varese è emblematico perché ad essere accusati della morte del barista sono due albanesi, uno regolare, l’altro clandestino. E, come recita una legge dell’economia, è stata la moneta cattiva (l’irregolare) a scacciare (cioè a rendere complice l’amico) quella buona (il ragazzo in regola con le nostre leggi).
Non penso che l’Italia debba sigillare le sue frontiere, ma certamente non può non tenere conto che non tutta l’immigrazione è la stessa, non tutti coloro che chiedono di entrare nel Paese sono eguali, e non solo per le loro storie personali.
In molti Paesi - travolti da crisi economiche gravissime - ci sono consistenti comunità di italiani di seconda, terza o quarta generazione che chiedono di potere fare ritorno nella terra dei loro antenati in cerca di un futuro più equo e, quindi, migliore.
Penso agli italo-argentini, penso agli italo-brasiliani, penso agli italo-venezuelani per i quali, oggi, finite le bolle di ricchezza virtuale, tornare nel nostro Paese da figli lontani, e non già da immigrati, è una speranza più che un’illusione.
È giunto il momento di aprire loro le braccia, di riaccoglierli tra di noi in virtù di una comune radice culturale, storica e religiosa: è giunto il momento di guardare ai nostri connazionali all’estero come ad una ricchezza che darà nuova e pulita linfa al nostro Paese. Non si tratta di mettere due immigrazioni contro, si tratta, piuttosto, di valutare quella che per l’Italia è la migliore. I ragazzi che hanno avuto i nonni o i bisnonni emigrati dalla Lombardia, dal Veneto, dal Friuli, dalla Campania, come dalla Sicilia e che ci chiedono oggi di tornare possono essere non una scommessa da vincere, ma una certezza da regalare al nostro Paese.
Stefano Stefani
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[Data pubblicazione: 18/06/2005]