“Se smettiamo di volerne essere i profeti, possiamo diventare gli artefici del nostro destino”.
“Dobbiamo fare progetti per la libertà e non soltanto per la sicurezza, perché solo la libertà può rendere sicura la sicurezza”.
“Non esiste nessuna storia dell’umanità, ma soltanto storie di tutti i vari aspetti della vita umana. E uno di questi è la storia del potere politico”.
“Il marxismo è soltanto un episodio, uno dei tanti errori che abbiamo commesso nella perenne e pericolosa lotta per costruire un mondo migliore e più libero”.
“La frammentaria ingegneria sociale assomiglia all’ingegneria fisica in quanto ritiene i fini al di là del campo della tecnologia”.
Karl Popper nacque in una famiglia ricca e colta: suo padre era un avvocato di Vienna e sua madre, grande appassionata di musica, si era convertita dal giudaismo al luteranesimo “per gentilezza nei confronti della maggioranza cristiana”. Tuttavia l’iperinflazione post-bellica ridusse la sua famiglia in povertà e la rese nuovamente vittima dell’antisemitismo.
Un suo cugino lo convertì al socialismo quando aveva dodici anni. Annoiato dalla scuola, scappò di casa ed entrò in una comune. Poi si iscrisse all’università, anche se passava più tempo a leggere che a seguire corsi, ma poiché per lui un socialista doveva fare lavori manuali, lavorò come operaio in una ditta di riparazioni stradali e poi in una fabbrica di mobili.
La cosa che gli rendeva di più, però, era il tutoraggio agli studenti americani. Con una fuga da lui composta vinse un posto al conservatorio, dove studiò con Bruno Walter e Arnold Schoenberg. Popper, per il quale Schubert era il compositore supremo, era affascinato dalla musica per la stessa ragione per cui, fin dall’età di 17 anni, era affascinato dallo sviluppo scientifico: per il gioco fra pura invenzione e scoperta della verità obiettiva.
Riteneva che l’invenzione della polifonia musicale fosse un’impresa maggiore dell’invenzione della scienza. Tuttavia, a 21 anni, si convinse di non avere abbastanza talento per la carriera musicale.
Fu attratto sia dal marxismo sia dalla psicoanalisi, in particolare quando lavorava come assistente di Alfred Adler.
Ma dopo una conferenza di Einstein sulla relatività si convinse che è molto più virtuoso per la scienza andare in cerca di smentite piuttosto che di conferme.
Popper comprese ben presto che il marxismo non aveva alcuna base scientifica: la rivoluzione d’ottobre aveva confutato le teorie di Marx.
Ottenuto un diploma di insegnamento, Popper lavorò con i bambini abbandonati e nel 1925 divenne un dottorando in psicologia e musica presso il Pedagogical Institute, dove incontrò la sua futura moglie: “Henne” Henniger.
In questi anni cominciò a dedicarsi allo studio della logica della scoperta scientifica e fece due affermazioni che lo resero famoso.
Innanzitutto, ciò che distingue la scienza dalla pseudo-scienza non è il fatto che la scienza si fonda su prove estremamente concrete o su inferenze induttive, ma il fatto che le affermazioni scientifiche possono essere dimostrate false.
Secondo, non esiste alcuna inferenza induttiva.
Popper ritenne, con la pubblicazione di “Logik der Forschung”, di aver distrutto il positivismo logico del circolo di Vienna. Ma nella Vienna degli anni Trenta un ebreo non aveva possibilità di carriera. Invece, grazie al suo libro, nel ’35 e nel ’36, fu invitato da Susan Stebbings a tenere delle conferenze a Londra, dove incontrò due altri esuli di grande importanza per il suo futuro, Ernst Gombrich e Friedrich Hayek, nonché autorevoli filosofi inglesi, come Berlin, Ayer, Ryle, Moore e Russell.
Le idee pericolose della filosofia
Popper lavorò nove anni come lettore alla Canterbury University in Nuova Zelanda, unico filosofo di tutto l’ateneo, non assunto per fare ricerca ma per insegnare.
Amava la semplicità, l’egualitarismo e la bellezza della Nuova Zelanda. Il suo “impiego di guerra” fu quello di pubblicare “The Poverty of Historicism”, che illustra la disastrosa fiducia del marxismo e del fascismo nel proprio destino storico, e “The Open Society and its Enemies”, che presenta “la teoria politica dell’uomo comune”. Hayek fece poi in modo che la London School of Economics offrisse un posto a questo filosofo, il cui “The Open Society” era un riflesso di “On Liberty” di John S. Mill, dove l’argomentazione era la norma e le dottrine morali, politiche, scientifiche e religiose erano costantemente messe in discussione.
A giudizio di Popper, nella filosofia c’erano autentici problemi e non semplicemente confusioni verbali, come sostenuto da Wittgenstein.
Quando si incontrarono a Cambridge nel 1946 e Wittgenstein, agitato, gli chiese di fargli un esempio di un valido principio morale, Popper rispose molto placidamente:
“Non minacciare con l’attizzatoio i professori in visita”.
Le idee filosofiche possono diventare pericolose, e il suo autoritarismo intellettuale rese Platone politicamente un proto-comunista e proto-fascista, mentre Hegel e Marx non erano stati scientifici nelle loro “profezie” in quanto le loro spiegazioni scientifiche sono ipotetiche.
Popper attaccò anche l’utopismo e la “progettazione sociale olistica”. Grazie alla sua convinzione nel riformismo sociale democratico (“frammentaria ingegneria sociale” e “utilitarismo negativo” o riduzione della sofferenza senza massimizzazione della felicità), Popper divenne il filosofo non soltanto dello Stato sociale laburista postbellico ma anche il mentore della signora Thatcher, di Helmut Kohl e di Václav Havel e visse abbastanza a lungo per vedere il fallimento della “società chiusa” creata dall’esperimento comunista.
Richard Newbury su il Foglio
saluti




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