



Questi "signori" fanno torturare in "outsourcing" persone rapite sul territorio italiano e usano le basi americane sul territorio italiano come appoggio.
Fosse per me li appenderei sul pennone più alto dell'albero maestro dell'Amerigo Vespucci...
Quanto alle basi, espulsione di tutto il personale e chiusura delle stesse...
al di là dell'odio nei confronti delli yankees che provo, la notizia è più che interessante. chissa se mr vongola la riprende? se ci sei batti un colpo.


me l'hanno scippata. il Corrierone ha buone info (procura?) sull'accaduto.In origine postato da alberico
al di là dell'odio nei confronti delli yankees che provo, la notizia è più che interessante. chissa se mr vongola la riprende? se ci sei batti un colpo.
Il fantaterrorismo
| Giovedì 19 Maggio 2005 Rinascita
C’è un nuovo gioco che ultimamente viene usato dalle procure di mezza Italia: il Fantaterrorismo. Il gioco è abbastanza semplice e richiama il Fantacalcio. Si prendono un gruppo di nomi, possibilmente di appartenenti a religione musulmana, gli si affibbia un nome tipo ‘270 bis’ e li si mette in carcere per diversi mesi. Il gioco si svolge tra due o più giocatori, in genere tra le Procure della Repubblica rappresentate dai Gip e la squadra avversaria con in testa i Gup. Le pedine utilizzate per il gioco naturalmente sono i capri espiatori del momento, ovvero i “terroristi islamici”. Lo scopo del gioco è quello di riuscire a condannare o liberare le pedine, a seconda di chi si impersona. Il gioco è serrato e senza esclusione di colpi, compreso l’utilizzo di armi segrete quali ‘la carta mediatica Allam’, ‘la carta spauracchio leghista’ e la ‘carta repressione’ da utilizzare con la pedina manganello. Poi ci sono le caratteristiche delle pedine che rappresentano, in scala, i terroristi ‘Al Qaida’, ‘Hamas’ e il ‘Gia’. Questa volta il gioco include 12 pedine. Sono 12 infatti gli ordini di custodia cautelare eseguiti dalla Digos di Milano nei confronti di presunti appartenenti a una cellula islamica radicale ritenuta attiva in Lombardia tra il 1997 e il 2001. Alcuni sono stati notificati a persone già in carcere. Tra gli indagati, tutti tunisini, figurano l’imam della moschea milanese di viale Jenner (questa è la pedina più importante già usata nelle precedenti partite) e altri che hanno operato come mujaheddin in Bosnia e Afghanistan. E’ scattato all’alba di ieri in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna la nuova partita che vede contrapposti Gip e Gup della Procura di Milano contro presunte “cellule del terrorismo islamico”. Le persone arrestate in varie località del Nord Italia sono state nominate in base all’ articolo 270 bis del codice penale, secondo le regole del gioco. Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate da magistrati delle procure di Milano e Torino, nell’ambito di due inchieste, contestando agli arrestati il reato di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale. Fra gli arrestati figurano le pedine dei tunisini Maaoui Lofti Ben Sadok (alias Abu Hodeifa) e Hamadi Bouyahia, quest’ultimo scarcerato la scorsa settimana. Fra coloro ai quali sono state notificate in carcere le nuove misure cautelari ci sono i tunisini Sherif Said Ben Abdelhakim (già coinvolto nell’inchiesta “bazar”) e Essid Sami Ben Kemais, ritenuto il capo della cellula italiana di reclutamento dei mujahedin afghani, smantellata con la prima fase dell’operazione Al Muhajiroun, il 4 aprile del 2001. Come si potrà notare, i personaggi/pedine sono spesso già stati utilizzati in precedenti sfide, mentre c’è anche qualche nuova entrata.
Nel corso dell’operazione, la polizia ha eseguito diverse perquisizioni domiciliari: una ha riguardato l'egiziano Arman Ahmed El Hissiny Helmy, noto come Abu Imad, imam della moschea milanese di viale Jenner, dove pure è stata fatta una perquisizione, limitatamente agli uffici di Abu Imad, che figura fra gli indagati. L’indagine avrebbe avuto un ‘significativo impulso’ dalle dichiarazioni fatte ai magistrati milanesi da un collaborante tunisino, arrestato nel 2001 e successivamente condannato come appartenente ad un gruppo estremistico di matrice islamica. In questo caso è stata utilizzata anche la carta ‘collaboratore’. Aldilà dell’aspetto ludico, c’è da notare che ci si continua ad accanire su persone e luoghi che erano già stati precedentemente fatti oggetto di indagini e processi, con risultati nulli. Perché allora si continua a perseguire persone che hanno già dimostrato di non perseguire finalità terroristiche? Perché invece delle indagini sui rapimenti fatti dalla Cia su territorio italiano non si sa più nulla? “E’ un incredibile utilizzo della giustizia a orologeria. I fatti oggetto di questa ordinanza sono noti alla Procura da mesi e forse anni”. Riferisce con rabbia l’avvocato Antonio Nebuloni, legale di Hamadi Bouyahia, assolto solo pochi gironi fa dalla I Corte d’Assise di Milano dall’accusa di terrorismo e oggi di nuovo in manette. “L’ordinanza è arrivata dopo tre giorni dalla sentenza, in questi giorni di libertà Hamadi è stato pedinato e mi domando chi abbia autorizzato questa attività di ulteriore spreco di uomini, risorse ed energie della Questura, che non è neppure in grado di rilasciare un permesso di soggiorno in tempi brevi”.
L’avvocato, che parla di un episodio vergognoso, sostiene che questa nuova operazione “nasce dall’astio e dalla rabbia della Procura per i risultati pessimi conseguiti negli ultimi anni”. E ha perfettamente ragione. Un buco dietro l’altro, una sconfitta dietro l’altra che hanno portato gli uomini della Procura a cercare il ‘terrorismo’ laddove semmai c’è soltanto volontà di non arrendersi all’occupante da parte di alcuni uomini che hanno preferito morire con un fucile in mano piuttosto che vivere in schiavitù. E se dei terroristi esistono, non è certamente nei frequentatori della moschea di Viale Jenner che bisogna andare a cercare, quanto invece nelle basi NATO, sedi operative di agenti segreti americani passibili di reati quali rapimento, tortura, violazione di trattati internazionali, nonché emissari di un governo che attua pratiche (queste sì) terroristiche su scala planetaria. Ma questo non interessa a chi ragiona con i paraocchi. La grancassa mediatico-politica dell’operazione ha già incominciato a farsi sentire attraverso le parole di alcuni esponenti politici milanesi: “ringraziamo la Polizia e i carabinieri per le operazioni che oggi hanno portato all’esecuzione di 13 ordinanze di custodia cautelare decise dalla magistratura milanese nei confronti di cittadini stranieri accusati, tra l’altro, di terrorismo internazionale”. Tuona l’assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Guido Manca. “Tutto questo - prosegue l’assessore milanese - conferma la necessità auspicata da più parti di non abbassare la guardia nei confronti di questo pericolo che vede anche Milano come possibile obbiettivo di estremisti”. E per De Corato, vicesindaco meneghino, “è necessario cambiare l’articolo 270 bis del codice penale per uniformare le norme sul terrorismo quanto meno a livello europeo, per perseguire con efficacia il terrorismo internazionale e favorire la collaborazione giudiziaria tra i vari paesi. Ho presentato un disegno di legge nel marzo dell’anno scorso, insieme ad altri colleghi di Alleanza Nazionale, per riscrivere l’art. 270 bis del codice penale. Disegno di legge che nasce con lo scopo di contrastare e prevenire atti terroristici organizzati in Italia e diretti verso obiettivi nazionali e internazionali, attraverso la punibilità anche dei singoli e di coloro che non fanno parte direttamente di associazioni ma vi collaborano, ad esempio con il reclutamento di persone”. La legge varrà anche per punire i principali diffusori di pratiche terroristiche nel globo, ovvero gli Stati Uniti, o solo per coloro che in un modo o nell’altro, non si vogliono piegare ai diktat a stelle e strisce? La risposta la conosciamo già, purtroppo.


La CIA indagata in Italia
| Lunedi 21 Febbraio 2005 - 12:41 Rinascita
Il 17 febbraio 2003 un uomo viene "prelevato" da sconosciuti a Milano vicino alla sua abitazione in via Conte Verde. Di fronte allo sguardo di alcuni testimoni, tre uomini a volto scoperto lo fanno salire a forza su unfurgoncino. L'uomo è Osama Moustafa Nasr, noto come Abu Omar, indagato dalla procura milanese perché nella sua casa di Milano avrebbe ospitato Es Sayed, "riconosciuto" come uno dei fantomatici capi di Al Qaeda. Chi si ricorda della notizia, apparsa su tutti i quotidiani, ricorda anche che gli inquirenti erano convinti che dietro la misteriosa sparizione ci fossero i servizi segreti egiziani. Il 3 marzo, a due settimane dalla sua scomparsa, l'intelligence americana solitamente molto riservata si fa avanti. Segnala al governo italiano che "secondo notizie che non si è in grado di verificare, Abu Omar può essere nei Balcani". E' un evidente depistaggio. Nessuno in quel momento è in grado di verificare la notizia.
Il 9 dicembre 2004 viene fatta una interrogazione parlamentare in merito alla misteriosa sparizione dell'uomo dal deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli. Nell'interrogazione, rivolta al Ministro dell'interno, si chiede se è vero che "alcune intercettazioni e il metodo utilizzato hanno convinto gli inquirenti che i rapitori sono agenti dei servizi segreti, presumibilmente americani e, forse, italiani. È questo infatti il metodo usato dagli americani per far sparire almeno 70 terroristi veri o presunti; Secondo una ricostruzione ancora ufficiosa Abu Omar sarebbe stato trasportato in una base americana in Italia, probabilmente Aviano, e quindi portato in Egitto dove, quattordici mesi dopo il rapimento, viene scarcerato per poche settimane di libertà vigilata; l'Italia è quindi già divenuta teatro di una vera e propria guerra sporca al terrorismo dove si considera lecito un arresto illegale". Bulgarelli chiede inoltre "di quali elementi informativi il Governo disponga in merito a quanto delineato in premessa, e quali iniziative intenda adottare al riguardo notizie ufficiose, che indicavano la probabile detenzione del rapito nella base di Aviano americana in Italia con scalo aereo e quindi portato in Egitto dove, quattordici mesi dopo il rapimento viene scarcerato ma solo per poche settimane di libertà vigilata". La notizia rimbalza "di striscio" sul Corriere della Sera il 18 dicembre 2004. In un articolo intitolato "Le celle fantasma di Guantanamo" si parla anche del misterioso rapimento. Il sei febbraio 2005, il Sunday Times pubblica un articolo di Stephen Grey sulla vicenda. Grey intervista alcune persone: "Non è sicuro che siano stati italiani o americani a prenderlo", dice Imad, uno dei frequentatori della Moschea. "Ma sicuramente erano occidentali. Non sono stati gli egiziani a prenderlo". Poi il 17 febbraio, un altro articolo, questa volta di Repubblica, rende note delle intercettazioni telefoniche fatte dalla D.I.G.O.S. di Milano l'8 maggio 2004 tra Abu Omar e l'Imam della moschea di via Quaranta, Mohammed Ridha. Dice Abu Omar: "I due che mi hanno sequestrato sembravano italiani, almeno dall'aspetto, ma non so dire se fossero italiani. Pensavano di avermi stordito con lo spray, ma quando il furgone è ripartito sono riuscito a mettermi sulle gambe. Mi avevano messo un cerotto sulla bocca, ma avevo gli occhi liberi e mi era stato lasciato l'orologio. Abbiamo viaggiato per circa cinque, sei ore...Ho avuto la sensazione di essere in una base militare americana, perché ho potuto riconoscere le insegne sul timone di alcuni aerei. I due che mi avevano sequestrato, mi hanno portato e lasciato solo in una stanza. Dopo circa un'ora, sono arrivati altri quattro. Mi hanno interrogato fino alle tre del mattino. All'inizio provavano a parlare italiano, ma lo parlavano male e quindi sono passati all'inglese. Insistevano sempre sullo stesso punto: "Tu fai propaganda contro l'intervento americano in Iraq, aizzi l'odio contro gli americani. E' vero? ...Poi sono cominciate le botte. Mi hanno pestato fino a notte fonda. Poi, saranno state le tre, mi hanno messo su un aereo, su un piccolo aereo con pochi posti, abbiamo volato per circa quattro ore e all'alba abbiamo fatto scalo in un'altra base militare americana. Credo fosse una base nel Mar Rosso". L'aereo riparte dopo poco e in un'ora è all'aeroporto civile del Cairo. "Appena sceso dalla scaletta mi hanno preso in consegna ufficiali egiziani. Mi hanno bendato e portato prima a Lazoughli, in una camera di sicurezza dei servizi segreti, di lì un altro trasferimento e mi sono ritrovato in una stanza del ministero dell'Interno egiziano. Qui sono stati sbrigativi. Mi hanno detto: "Se vuoi tornare in Italia, puoi farlo in meno di 24 ore. A una condizione: che tu ti metta a lavorare per noi". Abu Omar si rifiuta. Il 18 febbraio 2003 viene trasferito a Tora, una città carceraria. "Gli interrogatori sono stati leggeri, pesanti sono state le torture. Mi hanno infilato in una cella frigorifera completamente nudo, doveva essere almeno a venti gradi sottozero, perché sentivo le ossa del mio corpo che si sbriciolavano. Quando ero quasi assiderato, mi hanno trascinato in una stanza che bruciava come il fuoco, almeno cinquanta gradi. Un'altra volta mi hanno disteso su un pavimento bagnato su cui hanno gettato cavi elettrici. A forza di quelle scosse ho cominciato a non muovere più bene le gambe, a non sentire più una parte della schiena". Il 19 aprile 2004 è libero. Ma le telefonate tra il 20 di quel mese e l'8 maggio, riferite dai giornali italiani, lo rimandano in carcere.
Abu Omar ha perso parzialmente l'uso delle gambe e dell'udito. Dalla seconda carcerazione, di lui, non si hanno più notizie.
Secondo le indagini dal procuratore di Milano Armando Spataro, lo stesso gruppo di cellulari (con schede italiane), che si trova in via Guerzoni intorno alle dodici di quel giorno è lo stesso che si muove verso Aviano. E da quei cellulari partono telefonate al consolato americano di Milano e a un'utenza della Virginia, dove ha casualmente sede la CIA. Un cellulare di quel gruppo viaggerà fino al Cairo il giorno dopo. Dai telefonini gli investigatori sono risaliti a chi ha utilizzato le schede telefoniche in quei giorni e, dalle schede, alcuni nomi. Con questi è stato rintracciato l'albergo di Milano dove il gruppo ha alloggiato e l'agenzia di noleggio auto dove hanno preso in affitto il furgone e delle auto dell'operazione. Quindi la magistratura ha in mano tutte le carte che servono per perseguire gli autori di un sequestro di persona, perché è di questo che si tratta. Potrà arrestarli o come sempre, gli yankee hanno garantita l'impunità sul territorio italiano, cinquantunesimo stato (senza diritti) dell'impero americano? Pisanu avrà il coraggio di dire la verità sui fatti, o farà come al solito orecchie da mercante? E Castelli riuscirà a fare il Ministro della Giustizia, per una volta, o lascerà passare ancora una volta i crimini degli americani sul nostro territorio?
Purtroppo, la risposta possiamo immaginarla, supportata anche da una notizia di questi giorni: il "giustizialista" leghista Castelli, ha firmato di suo pugno la richiesta di rinuncia da parte dello Stato Italiano a processare un americano colpevole di stupro nei confronti di una ragazzina che all'epoca dei fatti aveva 14 anni, in base alla convenzione di Londra, demandando il tutto ad un tribunale militare. Americano. Che non processerà il militare.
D'altronde un Paese che ha una classe politica schiava degli interessi stranieri non potrà mai essere libero. E Tantomeno potrà essere giusto nei confronti del proprio popolo.


TIè BEN GLI STA ALLA C.I.A![]()
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